Piano Mattei, Giorgia Meloni cerca l’intesa ad Addis Abeba
Tra metalli rari e leader anti-occidentalisti, l’Africa diventa l’epicentro della competizione USA-Cina. Come il Piano Mattei si inserisce in questa nuova scacchiera geopolitica.
L’attuale scacchiere internazionale sta vivendo una trasformazione radicale che vede l’Africa non più come una periferia del mondo, ma come il centro nevralgico di una nuova e complessa geografia del potere.
Al centro di questa dinamica la figura di Ibrahim Traoré, capo di Stato del Burkina Faso – il più giovane leader al mondo con i suoi 37 anni – nominato leader della Confederazione dell’Alleanza degli stati del Sahel (Aes), con Mali e Niger, formata per la sicurezza anti-jihadista. Incarnando il sentimento di rivalsa africana sempre più diffuso attraverso una retorica intrisa di un profondo anti-occidentalismo, Traoré ha costruito un’immagine pubblica sui miti del panafricanismo utilizzando i canali della comunicazione contemporanea per consolidare il proprio consenso.

La sua ascesa non è un fenomeno isolato, ma il sintomo di una stanchezza strutturale verso le vecchie influenze coloniali, che apre le porte a nuovi attori globali pronti a offrire modelli di cooperazione differenti in cui cerca d’inserirsi l’Italia con il Piano Mattei, il tentativo della Repubblica di ridefinire la propria proiezione esterna puntando su una strategia di superamento della logica dell’assistenzialismo per approdare a partenariati strutturali.
Piano Mattei, gli ostacoli alla realizzazione
La sfida per Roma è doppia: deve riuscire a proporre un’alternativa credibile al pragmatismo cinese e, contemporaneamente, deve muoversi all’interno di una cornice atlantica, made USA, spesso rigida. Non si tratta solo di assicurarsi forniture energetiche o minerarie, ma di comprendere le profonde mutazioni sociali e politiche che stanno portando leader come Traoré a rigettare ogni partenariato con l’Europa.
Il successo di una strategia nazionale in territorio africano dipenderà dalla capacità di trasformare la competizione sulle risorse in una vera opportunità di crescita per le popolazioni locali. La corsa ai giacimenti non può più prescindere dalla stabilità politica e dalla sicurezza economica dei partner. In un mondo dove le alleanze cambiano con la velocità di un post su TikTok, il piano Mattei rappresenta il tentativo italiano di ridefinire il proprio ruolo, cercando di non restare schiacciati tra l’aggressività industriale asiatica e la necessità di mantenere un legame saldo con l’Occidente, mentre il Sahel sta già allontanandosi da ogni influenza che reputa occidentale e da qualsiasi proposta di mediazione.
Gli obiettivi italiani in Africa
La missione diplomatica in Etiopia in occasione del vertice dell’Italia-Africa ad Addis Abeba è in programma per il 13 Febbraio: il premier Giorgia Meloni il giorno seguente prenderà parte alla plenaria dei Capi di Stato africani come ospite d’onore. Questa partecipazione si inserisce precisamente in questa cornice: consolidare il Piano Mattei come modello di cooperazione capace di offrire soluzioni concrete a nazioni che oggi guardano con crescente sospetto alle ricette di sviluppo tradizionali.

La sfida è tuttavia estremamente complessa e si scontra con una realtà locale segnata da forti spinte autoritarie e da un diffuso sentimento di anti-occidentalismo. In diverse regioni del continente, come nel Sahel, l’ascesa di leadership militari ha imposto un cambio di paradigma, spesso accompagnato da una sistematica compressione delle libertà civili e da una narrazione che dipinge le influenze europee come residui di un passato coloniale mai del tutto superato.
Le conseguenze dei cambiamenti di rotta
Questo scetticismo verso le democrazie liberali crea un vuoto che viene rapidamente colmato da nuovi attori, rendendo la geopolitica della regione un mosaico frammentato dove la stabilità interna è spesso sacrificata in nome della sicurezza militare o della sopravvivenza dei regimi. Al di sotto di questa superficie politica si combatte una battaglia pragmatica che riguarda le risorse del futuro. La disponibilità di metalli rari, fondamentali per la produzione di tecnologie avanzate e per la transizione verde che ha trasformato il suolo africano nel cuore non solamente della serrata competizione USA-Cina ma anche dell’interesse europeo nel non rimanerne schiacciata.
Se Pechino ha saputo anticipare i tempi con investimenti massicci in infrastrutture e controllo delle miniere, Washington e Bruxelles tentano ora di recuperare terreno proponendo standard di trasparenza e sostenibilità differenti. In questo scontro tra giganti, l’Italia prova a ritagliarsi un ruolo di facilitatore, consapevole che l’accesso a queste materie prime critiche dipenda dalla capacità di stabilire legami di fiducia reciproca con i governi locali; difficile, partendo dalle basi di rifiuto integrale come quello nel Sahel.
Non si tratta solo di grandi opere infrastrutturali o di accordi energetici, ma di una presenza costante che sappia dialogare anche con le istituzioni africane per promuovere formazione e occupazione. Solo attraverso un impegno che coniughi gli interessi strategici nazionali con le necessità reali delle popolazioni locali sarà possibile mitigare le tensioni e offrire un’alternativa credibile in un continente che non accetta più di essere spettatore passivo delle dinamiche globali.
di Antonino Martorana


