Askatasuna, tutti hanno visto il video del poliziotto: nessuno ha visto il resto

Askatasuna, tutti hanno visto il video del poliziotto: nessuno ha visto il resto

Un video virale, un poliziotto a terra, una storia raccontata a metà. Su Torino e il caso Askatasuna, il potere ha deciso cosa mostrare e cosa nascondere.


Un video. Pochi secondi. Un poliziotto a terra, il casco che rotola, due colpi di martello (poi diventato martelletto). È questa la scena che ha allagato i feed dei social, che ha aperto i giornali dopo lo scorso sabato di proteste a sostegno del centro sociale Askatasuna e che ha spinto la premier Giorgia Meloni a presentarsi tempestivamente in ospedale a stringere mani – Niscemi ha atteso dieci giorni. Una scena che, da sola, ha deciso la narrativa dei fatti di Torino. Poco importa che quella scena sia la punta di un iceberg che nessuno si è fermato a esplorare.

Perché c’è un prima. Un prima molto lungo, denso, documentato da chi era in strada quella sera. Prima di quel martello – o martelletto che sia – c’era una città che tremava sotto una pioggia di lacrimogeni lanciati ad altezza uomo, cosa esplicitamente vietata dai protocolli nazionali.

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Prima c’era una ragazza colpita in faccia, un altro ordigno che sfiorava la testa di un passante, manifestanti trascinati a terra e picchiati mentre non reagivano. Prima c’erano almeno trenta persone finite in ospedale quella notte di sabato, con tanto di allerta ai pronto soccorso dalla sera precedente, con un’emergenza paragonabile a quella del periodo Covid. Prima, insomma, c’era un’altra storia. Una storia che i video (tutti, come questo, sui social, ma non non abbastanza popolari) ci raccontano, ma che la narrazione pubblica ha scelto, sistematicamente, di non raccontare.

Parliamo di numeri, per un momento. Circa 50mila persone sono scese in piazza a Torino quel giorno, venute anche da fuori città. Cinquantamila. Questa informazione, nel flusso mediatico che ne è seguito, è sparita come se non esistesse. Il primo piano resta il martelletto, il poliziotto, la violenza sugli agenti come vittime (vere, verissime anche loro, non dobbiamo negarlo). Il resto, la portata di una mobilitazione che difficilmente si vede più in Italia, viene relegato a nota a margine, se non ignorato del tutto.

Il perché della mobilitazione? Serve ricordarlo, proprio perché oggi in secondo piano. Askatasuna, uno dei centri sociali più vecchi del Paese, era stato sgomberato dopo quasi trent’anni. Per decenni quel centro ha svolto una funzione precisa di welfare dal basso. Sostegno concreto per chi viveva ai margini della città, reti di solidarietà per le comunità più fragile, un punto di riferimento per chi il sistema ufficiale aveva abbandonato. Nessuna retorica, tutto vero, tutto documentato e documentabile. Non un rifugio di ideologici, non un nido di violenti, ma un luogo che aveva guadagnato il sostegno di ampie fasce della società torinese, proprio perché faceva quello che le istituzioni avevano smesso di fare.

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Lo sgombero, ovviamente, non è arrivato come evento incidentale. Era parte di una linea che il governo attuale sta tracciando con una coerenza inquietante: chiudere gli spazi dove il dissenso trova forma.

Il dispositivo poliziesco messo in campo nel giorno delle proteste per Askatasuna è stato descritto, da chi lo ha osservato in diretta, come sproporzionato e stranamente mirato a generare caos piuttosto che a contenerlo. Lacrimogeni incessanti, idranti, barriere, migliaia di agenti in antisommossa. Chi aveva interesse a che le immagini che circolano fossero quelle che sono?

La risposta istituzionale è stata tanto rapida quanto unidirezionale. Il presidente Mattarella ha chiamato il ministro Piantedosi per esprimere solidarietà agli agenti. Solidarietà doverosa. Ma nessuna parola per i manifestanti feriti, nessun riferimento ai lacrimogeni, nessun accenno alla domanda su come mai trent’altra persone fossero finite in ospedale quella notte. La solidarietà, come la verità, viene distribuita in modo selettivo.

E poi c’è Torino. Una città che i commentatori definiscono “ferita dagli scontri”, come se non fosse stata ferita da ben altro, ben prima. Elkann e il suo gruppo hanno lasciato una ferita profonda che non guarisce: una deindustrializzazione che ha cancellato decine di migliaia di posti di lavoro, quartieri svuotati, una economia che ha cambiato forma senza che la città cambiasse con essa. Quella ferita non compare mai nei titoli (forse perché diversi giornali fino a ieri erano proprio del gruppo Gedi, quindi di Elkann).

Il meccanismo in gioco non è nuovo. È quello della mezza verità: ricorda ciò che è funzionale, oscura ciò che non lo è. Divide il mondo in buoni e cattivi, in vittime e aggressori, e lo fa con una precisione chirurgica che non lascia spazio per domande. Perché chiedere “ma cosa succedeva prima?” significa mettere in discussione una narrativa che serve chi è al governo. Perché un video di pochi secondi è molto più digeribile di una storia che richiede pazienza e comprensione del contesto.

Quello che sta succedendo a Torino non è isolato. Minneapolis docet: repressione messa alla prova, reazioni interpretate come criminalità, narrazione controllata per giustificare il passo successivo. Il pacchetto sicurezza – con tanto di cauzione per chi organizza una mobilitazione a mo’ di “chi paga va in piazza”, come se si potesse vendere un diritto sacrosanto – intanto sta percorrendo un cammino analogo. E parlare di democrazia mentre si chiudono gli spazi del dissenso, tra l’altro, suona decisamente male.

Tutto quello che è successo, amaramente, era previsto. Era previsto che qualcuno resistesse, in una città che della Resistenza ha fatto identità. Era previsto che il giorno dopo la verità sarebbe stata raccontata a metà. Era previsto che il video del martelletto avrebbe deciso tutto.

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