Nexperia, muscoli cinesi: la sovranità tecnologica europea è un’utopia

Nexperia, muscoli cinesi: la sovranità tecnologica europea è un’utopia

Il caso Nexperia svela fragilità della filiera europea dei semiconduttori: tra interventi nazionali, ritorsioni cinesi e limiti del Chips Act, urge una difesa strategica.


La crisi attorno a Nexperia non è una querelle manageriale privata, ma la dimostrazione (l’ennesima) delle debolezze strutturali del modello industriale europeo. Quando, lo scorso autunno, il governo olandese ha attivato la Wet beschikbaarheid goederen – un’azione straordinaria protettiva su un’azienda di interesse strategico – per assumere il controllo temporaneo dell’azienda di Nijmegen, filiale Nexperia controllata dal gruppo cinese Wingtech, è emerso con chiarezza che la protezione degli asset tecnologici è materia di sicurezza nazionale. Almeno fino a quando Pechino non decide che ora di smetterla di giocare ai sovranisti.

L’azione statale, valida per dodici mesi, e la sospensione dell’amministratore delegato Zhang Xuezheng da parte dell’Esecutivo olandese, nella figura del Ministro degli Affari economici, Vincent Karremans, sono stati da subito segnali allarmanti per molte aziende europee.

Il caso documenta una sequenza critica che vede al centro loro, i preziosissimi chip: i semiconduttori, quei componenti con cui elettrodomestici, smartphone, veicoli possono attivare diverse funzioni fondamentali. La decisione del governo arriva con le accuse di una governance opaca, timori legati a piani di taglio del personale fino al 40% e possibili trasferimenti di ricerca e produzione verso mamma Cina.

Nexperia, muscoli cinesi: la sovranità tecnologica europea è un’utopia

Pechino ha risposto con contromisure, imponendo la riduzione all’export sui componenti prodotti nei siti cinesi di Nexperia (fondamentali per la lavorazione successiva nei Paesi Bassi), provocando disfunzioni nella supply chain interna del gruppo. In soldoni, dalla Cina hanno chiuso i rubinetti. Le interruzioni logistiche e l’ansia scatenata, in particolare, sul settore auto hanno rapidamente dimostrato quanto sia fragile l’interdipendenza globale dei chip e quanto debole, alla fine, sia ogni mezzo di “pressione” da parte di un Paese europeo.

La crisi Nexperia arriva in un frangente in cui l’Unione Europea (UE) ha già avviato la sua strategia di rilancio nel settore. L’European Chips Act, operativo dall’autunno 2023, è il pilastro con cui Bruxelles punta a ricostruire capacità produttive e a raggiungere una quota del 20% della produzione globale dei chip entro il 2030. I numeri preliminari sono rilevanti, con un investimento pubblico e privato di oltre 31,5 miliardi di euro destinato a sette progetti “first-of-a-kind”. Ma il caso del colosso cinese dimostra che investimenti e linee pilota non bastano se manca una rete di tutele per gli asset esistenti.

L’architettura normativa europea ha strumenti per crescere, ma non sempre meccanismi efficaci per preservare ciò che già esiste. Il Chips Act è pensato per espandere capacità, non per impedire che aziende radicate vengano svuotate dall’interno attraverso decisioni manageriali o trasferimenti di R&S non trasparenti. La frammentazione delle risposte nazionali, poi, produce risultati disomogenei: lo strumento d’emergenza dei Paesi Bassi è una patch nazionale che colma un vuoto europeo, ma non sostituisce una politica coordinata a livello dell’UE solida e preventiva.

Per evitare ulteriori crisi, servirebbe un doppio approccio: rafforzare lo screening sugli investimenti esteri diretti per prevenire rischi di trasferimento tecnologico non verificabile e costruire poli europei di massa critica capaci di concentrare ricerca, design e produzione in hub competitivi. Senza concentrazione strategica, d’altronde, i finanziamenti rischiano di disperdersi.

Nexperia, muscoli cinesi: la sovranità tecnologica europea è un’utopia

Poi c’è anche la questione delle competenze tecniche. L’espansione della produzione richiede ingegneri, tecnici di linea e manager progettuali che oggi scarseggiano. Percorsi formativi rapidi e specializzati, disegnati in collaborazione tra industria e università, sono essenziali per scalare la capacità produttiva. L’Italia stessa ha opportunità concrete in nicchie come sensori, automotive, spazio e packaging avanzato; ma per coglierle è necessario coordinamento politico con Bruxelles e integrazione con altri poli europei.

Com’è “rientrata” la crisi Nexperia allora? Semplicemente non si è risolta, hanno vinto i muscoli. Perché lo stop da Pechino è inevitabilmente più forte di qualunque misura dettata dal timore della fuga di un asset strategico per i Paesi Bassi e per l’intero Continente. Dopo due cicli di consultazioni diplomatiche tra funzionari cinesi e olandesi, solo dopo alcune settimane il governo dei Paesi Bassi ha sospeso il proprio ordine amministrativo su Nexperia.

Al tribunale di Amsterdam si sono tenute nelle ultime settimane (fino allo scorso mercoledì) le udienze per valutare se ordinare un’indagine formale sulle accuse di cattiva gestione dell’azienda o revocare la precedente sentenza che ha consentito l’intervento del governo olandese. Il confronto legale non prevede decisioni conclusive immediate. Da Oriente, nel frattempo, hanno allentato il blocco iniziale sui chip.

La dirigenza cinese di Nexperia sostiene che la controversia sia stata politicizzata in modo improprio. Secondo Pechino, l’intervento dei Paesi Bassi rappresenta una violazione dei principi di mercato – e di distorsione del mercato, in Cina, se ne intendono – e un uso eccessivo della nozione di sicurezza nazionale per giustificare un’ingerenza nel normale funzionamento di un’impresa. Pur riconoscendo l’aumento dei controlli (in alcuni casi anche i dazi) sulle imprese cinesi nell’UE, legati alle politiche di “de-risking”, il Dragone difenderà i diritti e la posizione di forza delle proprie aziende.

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