Il Nobel prima premia Machado, poi prende le distanze: il rovescio della medaglia
La consegna simbolica del Nobel a Trump da parte della “fresca” premiata Machado tra diplomazia e potere. Storia di lusinghe politiche, premi maldestri e brutte figure.
Pochi giorni fa, alla Casa Bianca, tra fotografie ufficiali e dichiarazioni d’amore (politico), si è consumata una delle scene più emblematiche degli ultimi tempi. María Corina Machado, figura centrale dell’opposizione venezuelana e vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2025, assegnatole proprio poche settimane fa, ha consegnato la propria medaglia a Donald Trump. Un gesto carico di significato simbolico, un gesto che non ha lasciato indifferente lo stesso istituto del Premio che, paradossalmente, ha preso le distanze da quanto accaduto. Insomma, ha preso le distanze da se stesso.
Machado arrivava a Washington con una speranza precisa, ovvero convincere Trump a rimettere al centro dell’agenda americana la transizione democratica in Venezuela. Trump, però, accettando sorridente la medaglia del Nobel per la Pace – un altro premio del genere nelle sue mani quello un po’ vuoto della FIFA – non crede davvero nella attivista.
Il presidente statunitense non ha mai nascosto il suo scetticismo sulla capacità di Machado di guidare il Paese, né ha mostrato particolare urgenza nel modificare l’attuale equilibrio venezuelano. Anzi, nelle settimane precedenti all’incontro aveva elogiato pubblicamente la collaborazione del governo ad interim legato al regime.

La medaglia del Nobel per la Pace potrebbe essere visto come uno strumento di pressione politica, una mossa forse inaspettata dallo stesso istituto norvegese. Machado l’ha presentata come un segno di riconoscenza per il presunto impegno di Trump a favore della libertà venezuelana, richiamando improbabili parallelismi storici che evocano fratellanza, rivoluzioni e lotte contro la tirannia. Nella sua narrazione, Trump è stato accostato a figure fondative della storia americana, in un tentativo evidente di stuzzicare forse il suo ego e solleticare l’immagine che il presidente ha di sé e il suo desiderio di essere riconosciuto come uomo di pace a livello globale.
La scena commovente tra l’attivista di destra venezuelana e il presidente, a questo punto, “canonizzato”, tuttavia, ha avuto vita breve. La Fondazione Nobel e il Comitato norvegese per il Nobel hanno chiarito con fermezza che il Premio per la Pace non può essere ceduto, condiviso o trasferito. La medaglia può cambiare proprietario materiale, ma il riconoscimento resta indissolubilmente legato a chi lo ha ricevuto. Nessuna interpretazione simbolica può modificarne lo status ufficiale. Un chiarimento giudicato necessario per chi, però, ha assegnato un premio prestigioso a una sostenitrice di Israele durante il genocidio a Gaza e un’alleata giurata dell’interventismo statunitense in quello che si definisce il “cortile” della Casa Bianca, il Sudamerica.

Non sembra esserci limite alla spettacolarizzazione del potere. Al centro di questo scenario, il prestigio e la cosiddetta dignità del Nobel, usati semplicemente come leva narrativa più che come strumento concreto di cambiamento.
Sul piano politico, le conseguenze sono state minime. Il regime venezuelano resta saldo, la liberazione dei prigionieri politici procede lentamente e la Casa Bianca continua a parlare di elezioni future senza indicare scadenze né strategie. Resta evidente la fragilità di una diplomazia basata sulla personalizzazione estrema e sulla speranza che l’ego di un leader possa sostituire una visione strutturata. Il Nobel per la Pace, intanto, si vede esautorato e continua a difendere la propria integrità istituzionale. Anche se, forse, la “caduta degli dei” era palese con il primo passaggio della medaglia con un genocidio in corso.


