Il diritto che va e viene: astensione forzata per i fuorisede al referendum sulla giustizia
Il voto ai fuorisede torna a essere negato: studenti e lavoratori esclusi dal referendum. Una scelta politica che pesa su 5 milioni di cittadini.
In Italia il diritto di voto continua a dipendere dal luogo in cui si dorme, non da quello in cui si vive davvero. Per milioni di cittadini che studiano, lavorano o si curano lontano dal comune di residenza, partecipare a una consultazione elettorale resta un esercizio a ostacoli. Il che è francamente assurdo nell’avanzatissimo e progreditissimo 2026.
Il sistema elettorale lega ancora il voto alla residenza anagrafica, ignorando una mobilità interna che da anni ridisegna il Paese. Chi non risiede dove abita è costretto a scegliere tra il rientro, spesso costoso e complicato, e la rinuncia al voto. Una rinuncia che pesa non solo sui singoli, ma sulla qualità complessiva della democrazia.

Negli ultimi anni qualcosa si era mosso. Il governo, lo stesso di adesso con Meloni, aveva introdotto soluzioni temporanee per consentire il voto ai fuorisede in alcune occasioni specifiche, prima alle elezioni europee del 2024 e poi ai referendum su cittadinanza e lavoro del 2025. Due esperimenti diversi, entrambi limitati nel tempo e nelle modalità, ma accomunati dall’idea che il problema esista e non possa più essere ignorato.
Nel primo caso il diritto era stato riconosciuto solo agli studenti e con vincoli territoriali complessi. Nel secondo, la platea era stata ampliata anche a lavoratori e persone in cura, con procedure più semplici e sezioni speciali predisposte a livello provinciale.
I numeri, però, hanno raccontato una storia ambivalente. Le richieste di voto fuori sede sono state poche rispetto ai circa cinque milioni di potenziali interessati. Alle europee si è fermate a poche decine di migliaia, mentre ai referendum del 2025 sono cresciute, senza però superare una quota marginale. Più precisamente, al primo esperimento hanno effettivamente preso parte al voto fuorisede circa 24mila cittadini. Per la seconda occasione circa 50mila. Sempre considerando che i potenziali beneficiari dell’eccezione sono alcuni milioni di italiani.
Il dato è stato usato come argomento critico, ma che ignora un fattore decisivo: la natura sperimentale e temporanea delle misure e la scarsa informazione scoraggiano la partecipazione prima ancora del voto. Non a caso, va detto, al secondo tentativo le richieste sono più che raddoppiate. In ogni caso, come si fa a ingnorare decine di migliaia di persone perché… poche? Senza menzionare che forse proprio gli studenti fuorisede sono una categoria di per sé “fragile” in fatto di voto o, perché no, di emigrazione all’estero, visti gli anni di fuga che continuano a correre.

Ora, con l’avvicinarsi del referendum sulla riforma della giustizia e sulla separazione delle carriere dei magistrati, il passo indietro è diventato evidente. Il governo ha scelto di non rinnovare quelle aperture, escludendo nuovamente studenti e lavoratori fuorisede dalla possibilità di votare nel comune di domicilio.
Gli emendamenti presentati dalle opposizioni sono stati respinti, ufficialmente per difficoltà tecniche e mancanza di tempo. Una motivazione che ha suscitato forti contestazioni, soprattutto perché nelle consultazioni precedenti non erano emersi problemi strutturali tali da giustificare un ritorno al punto di partenza.
La decisione ha un impatto concreto e immediato. Milioni di persone (sempre rigorosamente potenzialmente), spesso giovani, precarie o con redditi bassi, dovranno affrontare spese di viaggio e organizzazione per esercitare un diritto fondamentale, oppure rinunciarvi. In un contesto segnato da un astensionismo crescente, la scelta appare in controtendenza rispetto a qualsiasi discorso sulla partecipazione democratica. Insomma, a seconda di chi perde le elezioni ci si lamenta del tasso di astensionismo, e poi? Poi non si incoraggia un bel niente.
Una proposta di legge approvata alla Camera nel 2023 si è arenata al Senato, trasformandosi in una delega mai attuata. Un disegno di legge di iniziativa popolare, sostenuto da migliaia di firme e da organizzazioni civiche impegnate sul tema del voto fuorisede, è stato assegnato in commissione ma non ha ancora iniziato il suo percorso. Il risultato è solo una democrazia intermittente. Reale? Percepita? Fa lo stesso.
Così, mentre il Paese cambia, si muove e si frammenta, le regole restano ancorate a un’Italia che non c’è più. E così il voto, invece di seguire i cittadini, continua a chiedere loro di tornare indietro. Con prezzi insostenibili nella maggior parte dei casi.


