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Nubifragio a Palermo: cos’è successo veramente?

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La città agisce direttamente sul “suo” clima in uno scambio continuo. Ma quali fattori hanno reso Palermo amara protagonista del nubifragio del 15 luglio? Lo abbiamo chiesto a Silvano Riggio, professore ordinario di Ecologia.


Mercoledì 15 Luglio 2020, intorno le tre del pomeriggio, il cielo sopra Palermo si è oscurato. Cittadini e turisti sono stati sorpresi, ciascuno nelle proprie occupazioni estive, da una tremenda, quanto inaspettata, pioggia torrenziale. In tre ore di temporale sono piovuti ben 110 millimetri d’acqua. Grossi disagi alla circolazione si sono registrati tra l’altro in via Ugo La Malfa e all’imbocco delle autostrade Palermo-Catania e Palermo-Mazara del Vallo; una grandinata ha colpito le auto in coda nei pressi dello svincolo di viale Michelangelo, mentre il ponte di viale Lazio si è allagato in pochi minuti, costringendo alcuni automobilisti ad abbandonare le proprie vetture, ormai simili a tappi di sughero trasportati dalla corrente.

Ma cos’è successo veramente? Come si spiega la potenza inaudita di questa bomba d’acqua? Contro chi dovremmo davvero puntare il dito? È davvero tutta quanta “colpa di Orlando”? Per rispondere a questi e ad altri interrogativi ci siamo rivolti a Silvano Riggio, Professore ordinario di Ecologia presso l’Università di Palermo.

Si può dire che Palermo sia particolarmente predisposta a fenomeni simili a quello verificatosi lo scorso mercoledì? «Certamente. Bisogna, innanzitutto, sottolineare che a Palermo le alluvioni sono un fenomeno piuttosto frequente, sebbene nel tempo queste ultime siano cresciute tanto in portata quanto in intensità.

Tutto ciò è dovuto principalmente al nostro territorio e, più precisamente, alla conformazione della Conca D’Oro che, per intenderci, può essere paragonata ad una rientranza tra le catene montuose che circondano la città. La Conca intercetta, infatti, i venti provenienti da nord-est e da nord-ovest, che presentano ciascuno caratteristiche peculiari, essendo secchi e freddi i primi ed umidi e caldi i secondi.

Incontrandosi tra loro queste masse d’aria di segno diverso creano dei vortici, dando vita a veri e propri mini-cicloni, che altro non sono se non manifestazioni di cosiddetto squilibrio energetico. Scoppiano allora violenti acquazzoni, che sono anche i maggiori responsabili dell’aspetto verde e lussureggiante della piana di Palermo».

A cosa è dovuto l’intensificarsi di tali fenomeni temporaleschi? «Penso che la causa scatenante sia da ricercarsi nell’inesorabile sostituzione del verde con il cemento cittadino. Piante ed alberi contengono acqua al 70%. Quest’ultima, in particolare, assorbe l’energia proveniente dalle correnti e la rilascia lentamente, regolarizzando in tal modo il clima senza bruschi sbalzi di temperatura. Il cemento invece tende a riscaldarsi velocemente, rilasciando colonne d’aria calda, simili a tunnel di calore che, insieme a quelle promananti dal cemento armato dei palazzi, impattano sulle correnti e ne intensificano la portata.

In poche parole, a partire dal boom edilizio, che prese piede a Palermo tra gli anni cinquanta e settanta del secolo scorso, la città si è trasformata in una sorta di deserto, arido ed invivibile, incapace in quanto tale di assorbire l’acqua piovana che non filtrando più nel sottosuolo provoca il suo sgretolamento nonché il depauperarsi della falda acquifera».

Che peso ha in una simile situazione il disboscamento dei monti circostanti? «Un peso determinante. Gran parte del fango che nel pomeriggio di mercoledì inondava le nostre strade proveniva infatti dai monti e dalle zone collinari limitrofe. Gli incendi recenti hanno eliminato ettari boschivi e, senza gli alberi a frenare il terreno, la violenza delle piogge genera inesorabilmente smottamenti e frane che giungono, pertanto, sino a valle, mescolandosi ai cumuli di immondizia sparsi per la città. Se a questo aggiungiamo la mancata manutenzione delle caditoie e dei tombini…»

Quale potrebbe essere una possibile soluzione? «Per poter essere sana, una città deve essere circondata dal verde. È importante la presenza di ville e giardini che separino tra loro le case e il cemento. Occorre mitigare gli effetti della desertificazione sul clima e l’unico modo per farlo è ripensare l’assetto urbanistico della città in senso prettamente ecologico».


 
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Beatrice Raffagnino

Il giornalismo, la scrittura e la fotografia sono stati sempre parte del mio modo d'essere. È una forma d'amore e di ribellione il voler conoscere.

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