Istat, la crescita italiana rimane stagnante

Istat, la crescita italiana rimane stagnante

La recente pubblicazione dell’Istat sull’andamento del Pil nel terzo trimestre 2025 conferma che la crescita nel nostro Paese è stagnante.


I dati Istat sulla crescita

L’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) ha rilasciato lo scorso 30 ottobre la stima preliminare circa l’andamento del prodotto interno lordo (Pil) italiano nel terzo trimestre di quest’anno. Le notizie non sono buone. Il Pil durante i mesi estivi è rimasto immobile, segno che la crescita nazionale è sostanzialmente stagnante.

Questo dato, inoltre, fa seguito a quello sull’andamento negativo dello 0,1 per cento del Pil del secondo trimestre. Se la crescita nazionale avesse segnato un dato negativo nel terzo trimestre invece dello stazionario 0 per cento, si sarebbe manifestata quella che gli economisti comunemente definiscono come “recessione tecnica”.

La pubblicazione indica chiaramente come il risultato complessivo della stagnazione sia determinato da un andamento positivo del settore primario, da un andamento negativo del settore industriale e dall’andamento stazionario del settore terziario. Sul banco degli imputati per questo andamento non edificante della crescita è finita la domanda interna, mentre le esportazioni sembrano reggere, nonostante i dazi statunitensi.

Il problema della domanda

Il problema della crescita è legato a doppio filo a quello della domanda. Nel nostro Paese, la domanda è troppo debole, soprattutto perché ad essere poco incisivi sono i consumi e questa condizione potrebbe apparire paradossale visti i record segnati in questi mesi sui dati occupazionali. Ma, nonostante l’aumento degli occupati, quello che si è letteralmente logorato è il potere d’acquisto dei salari reali.

Anche in questo caso, a chiarire meglio il quadro della situazione è una recente pubblicazione dell’Istat che si è concentrata sui salari reali. In fase di commento della pubblicazione, il giudizio degli autori è netto a questo riguardo: «Le retribuzioni contrattuali in termini reali a settembre 2025 restano al di sotto dell’8,8% ai livelli di gennaio 2021». In concreto, quindi, sebbene i salari nominali crescano, essi sono erosi in termini reali dall’inflazione galoppante di questi anni.

I salari e la domanda

La debolezza dei consumi – e quindi della domanda – dipende, per lo più, dalla debolezza della crescita salariale. Questa è causata da una serie di fattori, il primo dei quali – e forse anche il più semplice da risolvere – è il ritardo della chiusura degli accordi contrattuali fra datori di lavoro e sindacati. In molti settori si è in ritardo nella conclusione anche di più di un contratto triennale e la vacanza contrattuale non riesce a coprire l’andamento dell’inflazione. Questo comporta dei salari fermi come andamento nominale a due, tre o anche quattro anni fa.

La seconda causa, di più difficile risoluzione, è la scarsa o nulla produttività delle aziende italiane molto spesso dipendente dal nanismo aziendale. Questa limitata dimensione aziendale disincentiva la spinta verso una crescita salariale: anche piccoli aumenti ai propri dipendenti possono mettere in crisi l’azienda, portandola al fallimento.

Il nanismo aziendale che caratterizza il tessuto imprenditoriale italiano è una delle cause della scarsa tendenza ad investire ed è alla base del boom occupazionale di questi anni. Le aziende, cioè, ritengono meno costoso in termini reali assumere manodopera, spesso non qualificata per la mansione alla quale è assegnata, che investire. Questo quadro desolante, spesso giustificato da luoghi comuni – quali il presunto dinamismo di tali piccole imprese – resta in realtà a galla molto spesso grazie a una serie di fattori, quali l’evasione fiscale o l’economia informale. Date queste condizioni, la produttività del lavoro non può che soffrirne.

La terza causa, collegata, alle prime due, è la presenza nella nostra economia di lavoro informale o di lavoro in regola, ma povero, che è accompagnato da livelli salariali bassissimi, che non permettono di tenere il passo dell’inflazione.

L’inflazione secondo l’Istat

A chiudere questo quadro è l’andamento dell’inflazione che, sebbene in calo negli ultimi mesi, mostra una notevole persistenza nei settori chiave, quale quello dei prodotti alimentari e del carrello della spesa, dove si acuiscono le difficoltà per i lavoratori salariati.

Anche in questo caso, è di chiarimento la recente pubblicazione dell’Istat sull’andamento in diminuzione dell’inflazione nel mese di ottobre: «La decelerazione risente del marcato ridimensionamento del ritmo di crescita dei prezzi degli Alimentari non lavorati (+1,9% da +4,8%) e del calo di quelli degli Energetici regolamentati (-0,8% da +13,9% a settembre). In rallentamento la crescita su base annua dei prezzi del “carrello della spesa” (+2,3% da +3,1%), mentre l’inflazione di fondo rimane invariata (a +2,0%)».

Sebbene in diminuzione, l’inflazione resta abbastanza alta e lo è rimasta anche nei mesi scorsi. I beni alimentari non lavorati lo scorso mese hanno raggiunto un tasso di inflazione vicino al 5 per cento e il carrello della spesa viaggiava al 3 percento. Questo livello dei prezzi influenza profondamente l’andamento dei consumi di lavoratori i cui salari reali rimangono al di sotto del livello pre-pandemia.

Come spingere la crescita

La chiave di volta della ripresa economica nazionale è legata a un irrobustimento della domanda e questo passa da una crescita dei salari. Salari che sono fermi da troppi anni. Nel Global Wage Report dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), pubblicato a marzo di quest’anno, si evidenzia come i salari reali odierni siano più bassi di quasi il 9 per cento rispetto al lontano 2008.

Questo è in parte dovuto alla crescita, in questi anni, della quota dei profitti rispetto alla quota salariale sul Pil che ha reso l’economia nel suo complesso più debole. Nella letteratura economica, i modelli di crescita economica trainati dalla crescita della componente salariale, cosiddetti wage-led, mostrano un andamento più stabile nel corso del tempo e più solido rispetto a quelli cosiddetti profit-led.

Il modo per spingere la crescita passa, quindi, da questi fattori: crescita delle dimensioni aziendali, aumento della produttività, aumento della quota salari rispetto al Pil in un contesto in cui l’inflazione sia domata specialmente nel settore del carrello della spesa. La soluzione diventa quindi in modo consequenziale un irrobustimento dei salari reali che spinga i consumi e quindi la domanda interna. Di questo circolo virtuoso ne beneficerebbe tutta l’economia nel suo complesso.

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