Benvenuti al Museo del Patriarcato: ecco come si viveva nel 2025

Benvenuti al Museo del Patriarcato: ecco come si viveva nel 2025

Nel giorno contro la violenza sulle donne si ferma al Senato la proposta di emendamento che introduce il consenso nel reato di stupro: una nuova opera da inserire tra le installazioni del Museo del Patriarcato.


Dal 20 al 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, Roma ha ospitato il Museo del Patriarcato (MuPa), un’installazione temporanea ideata da ActionAid. 

Il museo propone un viaggio immersivo nel futuro, in un tempo in cui il patriarcato è ormai solo una pagina di storia, immaginando di ammirare queste opere nel 2148, l’anno in cui – secondo le stime del Global Gender Gap Report – sarà finalmente raggiunta la piena parità di genere. Attraverso opere e reperti simbolici – dalle buste paga colorate per evidenziare il gender pay gap, alle porte sfondate dai pugni della violenza domestica, fino agli specchi che restituiscono frasi di mansplaining – il percorso invita a riflettere sulle radici culturali del patriarcato e sulle sue conseguenze nella vita quotidiana.

L’iniziativa ci ricorda che un futuro di parità è ancora lontano e che, malgrado la normalizzazione quotidiana di forme sempre più velate di discriminazione, le esposizioni presentate al MuPa non sono satira, ma un normalissimo giorno del 2025.

Il blocco alla riforma dell’art. 609-bis

Purtroppo l’installazione temporanea del MuPa si è conclusa prima di poter inserire l’ultima opera offerta dai partiti di maggioranza al Senato. Proprio ieri, infatti, nel pomeriggio del 25 novembre 2025, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, a Palazzo Madama la maggioranza ha chiesto “approfondimenti” e audizioni e bloccato la proposta di legge bipartisan che riscrive l’articolo 609-bis del codice penale sul reato di stupro. Lo stop chiesto dalla Lega – a cui si sono accodati Fratelli d’Italia e Forza Italia – vuole “approfondire” la norma chiave del disegno di legge che introduce la definizione di consenso nel reato di violenza sessuale. Un testo che appena sei giorni fa, il 19 novembre, la Camera dei deputati aveva approvato all’unanimità con 227 voti favorevoli. 

La nuova norma introduce esplicitamente il principio “senza consenso è stupro” e stabilisce che “chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali senza il consenso libero e attuale della persona è punito con la reclusione da sei a dodici anni”. Si tratta di un cambiamento radicale: attualmente, infatti, per dimostrare la violenza è necessario provare la costrizione o la minaccia, esponendo le vittime a processi dolorosi e alla cosiddetta vittimizzazione secondaria. 

Con la nuova legge, l’Italia si allineerebbe invece alla Convenzione di Istanbul e ad altri 21 Paesi europei, affermando un principio chiaro: il sesso senza consenso è sempre stupro.

La frenata in Commissione, però, è arrivata proprio nel giorno in cui l’intero Paese è attraversato da iniziative, cortei, commemorazioni. Per la politica, l’obiettivo – mancato – era associare un voto importante a una data che parla alla coscienza pubblica. La scelta di rinviare, pur con la promessa di tempi brevi, ha un costo simbolico pesante ed evidente.

I numeri sui femminicidi del 2025

In Italia, la violenza sulle donne resta drammatica. Secondo l’ultimo Rapporto Eures 2025, tra il 1° gennaio e il 20 ottobre sono state uccise 85 donne, pari a oltre un terzo degli omicidi totali. Il 92,9% dei casi è avvenuto in ambito familiare o affettivo, e il 70,9% all’interno della coppia. Lombardia, Campania e Sicilia sono le regioni più colpite, con Milano in testa tra le città. Il Ministero dell’Interno segnala 44 donne uccise da partner o ex partner nei primi nove mesi dell’anno, mentre l’Osservatorio “Non Una di Meno” monitora 77 femminicidi, includendo casi non rilevati dalle statistiche ufficiali. 

Nonostante un lieve calo rispetto al 2024, la media resta altissima: circa un femminicidio ogni due giorni. Questo dato evidenzia come la casa continui a essere il luogo più pericoloso per le donne. 

Gender pay gap: la disuguaglianza economica

La disparità salariale è un’altra forma di violenza strutturale. In Italia, secondo il Gender Gap Report 2025, le donne guadagnano in media 2.300 euro in meno all’anno rispetto agli uomini, con un divario del 7,2% sulla retribuzione annua lorda e dell’8,6% sul totale retributivo. Nei compensi variabili (bonus, premi) il gap supera il 25%, e nei settori finanziari arriva oltre il 30%. 

Il problema si aggrava con l’età e la carriera: tra i dirigenti le donne sono solo il 19%, e appena il 2,3% ricopre il ruolo di amministratrice delegata. Questo non è solo un’ingiustizia sociale, ma un freno di inefficienza allo sviluppo economico. Gli studi sul Gender Pay Gap pubblicati dal Fondo Monetario Internazionale dimostrano, infatti, che ridurre il divario di genere nel lavoro potrebbe far crescere il PIL delle economie emergenti dell’8%, mentre eliminarlo del tutto porterebbe a un aumento medio del 23%. 

Secondo l’EIGE, inoltre, nell’UE la parità di genere potrebbe incrementare il PIL pro capite tra il 6,1% e il 9,6% entro il 2050, con punte fino al 12% per l’Italia. 

A livello globale, il World Economic Forum stima che azzerare il gender gap genererebbe una crescita del PIL mondiale del 26%, pari a 28.000 miliardi di dollari.

Anche le imprese ne traggono vantaggio: quelle con leadership mista registrano più innovazione (+41%) e maggiori aspettative di fatturato (+46%) rispetto a quelle senza equilibrio di genere. La parità non è solo una questione etica: è una leva economica strategica che non si può più ignorare.

Il fattore educativo 

La violenza di genere non è solo fisica: è radicata in stereotipi e disuguaglianze che limitano l’autonomia femminile. La Commissione parlamentare d’inchiesta sottolinea che molti femminicidi sono preceduti da maltrattamenti e minacce: nel 2025, il 30,9% delle vittime aveva subito violenze pregresse. Per questo, oltre alle misure repressive, sono fondamentali politiche di prevenzione, educazione e sostegno economico alle donne. 

Introdurre l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole potrebbe rappresentare un passo decisivo per ridurre femminicidi e disparità di genere. Studi internazionali ed esperienze europee dimostrano che percorsi educativi basati su rispetto, consenso e parità favoriscono relazioni sane e contrastano stereotipi che alimentano la violenza. Si tratta di fornire strumenti per comprendere emozioni, diritti e responsabilità, prevenendo comportamenti abusivi e discriminatori.

Nonostante le più recenti iniziative legislative in tal senso, il Disegno di Legge del Ministro Valditara è riuscito a limitarne i potenziali effetti positivi prevedendo che ogni attività su sessualità e affettività sia subordinata al consenso scritto dei genitori, con possibilità di visionare i materiali e di optare per attività alternative. Si vietano, inoltre, in via assoluta percorsi educativi sull’affettività nella scuola dell’infanzia e primaria, limitandoli alle secondarie. 

Vincolare l’educazione al permesso dei genitori mina l’autonomia scolastica e rischia di trasformare un diritto educativo in un privilegio, lasciando scoperti proprio i minori più vulnerabili. Subordinare temi come rispetto, consenso e identità al filtro familiare è un passo indietro rispetto agli standard europei e ritarda l’adozione di strumenti fondamentali per la prevenzione della violenza di genere. In un Paese dove ogni due giorni una donna viene uccisa, la scuola non può limitarsi a trasmettere nozioni biologiche: deve educare alla relazione e alla parità. Rendere questi percorsi facoltativi e condizionati significa rinunciare a una delle leve più efficaci per costruire una società libera dalla violenza.

Un impegno collettivo

Il 25 novembre non è solo una data simbolica: è un richiamo all’azione. Contrastare la violenza di genere significa agire su più fronti: giuridico, culturale ed economico. Serve un cambiamento strutturale che garantisca sicurezza, autonomia e pari opportunità.

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