Dissesto idrogeologico in Italia: dal disastro del Vajont ad oggi

Dissesto idrogeologico in Italia: dal disastro del Vajont ad oggi

Da oltre 60 anni l’Italia affronta emergenze legate al dissesto idrogeologico, tra eventi estremi, incuria e ritardi nella prevenzione.


L’Italia è uno dei Paesi europei più esposti al dissesto idrogeologico. Frane, alluvioni e smottamenti colpiscono regolarmente il territorio, spesso con conseguenze tragiche. Ma perché succede? Le cause sono molteplici: la conformazione geografica, il cambiamento climatico, ma anche – e soprattutto – le scelte urbanistiche sbagliate e la scarsa manutenzione del suolo.

Negli ultimi decenni, l’abbandono delle aree rurali, la cementificazione delle periferie e la costruzione in aree a rischio hanno trasformato fenomeni naturali in emergenze croniche. E mentre i fenomeni atmosferici diventano sempre più estremi, l’Italia continua a rincorrere le emergenze senza riuscire a prevenirle.

Vajont e Firenze: l’inizio di una lunga emergenza idrogeologica

Due eventi simbolo aprono la lunga storia del dissesto in Italia. Il primo è il disastro del Vajont, avvenuto il 9 ottobre 1963: una frana gigantesca si staccò dal Monte Toc e travolse il bacino della diga, generando un’onda che uccise circa 2.000 persone a Longarone. Un evento causato non solo dalla natura, ma dall’incapacità di ascoltare i segnali del territorio.

Il secondo è l’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966: l’Arno esondò sommergendo il centro storico e danneggiando gravemente il patrimonio artistico della città. La risposta popolare con gli “Angeli del fango” segnò un momento di solidarietà, ma anche la presa di coscienza dell’insufficienza delle infrastrutture idrauliche.

Anni ’70-’90: urbanizzazione selvaggia e mancanza di prevenzione

Tra gli anni Settanta e Novanta, il dissesto idrogeologico ha colpito con regolarità diverse regioni italiane. Eventi come la frana della Valtellina (1987) e la tragedia di Sarno e Quindici (1998), in cui morirono 160 persone, mostrano chiaramente come l’espansione urbana in zone pericolose, spesso senza regole, abbia aumentato i danni.

In questi decenni mancò un vero piano di prevenzione: gli interventi arrivavano solo dopo le catastrofi, mentre le cause strutturali – come il sovrasfruttamento del territorio e l’assenza di manutenzione – venivano trascurate. L’Italia continuava a costruire in aree esondabili, riducendo gli spazi naturali per il deflusso delle acque.

La lotta al dissesto idrogeologico dal 2000 a oggi

Con l’inizio del nuovo millennio, si sono moltiplicati gli strumenti per gestire il rischio: Piani di Assetto Idrogeologico (PAI), Autorità di bacino, e più recentemente il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC). Ma i risultati sono stati disomogenei: molti piani sono rimasti sulla carta, frenati da burocrazia e mancanza di fondi.

Dissesto idrogeologico in Italia: dal disastro del Vajont ad oggi

Nel frattempo, il cambiamento climatico ha reso tutto più complicato. Piogge torrenziali in tempi brevissimi, stagioni sempre più secche alternate a violenti nubifragi: le infrastrutture italiane, spesso obsolete, non reggono l’urto. E i danni, secondo ISPRA, superano ogni anno il miliardo di euro.

Emilia-Romagna 2023: un’alluvione che poteva essere evitata?

Nel maggio 2023, l’Emilia-Romagna è stata devastata da una delle peggiori alluvioni della storia recente. In pochi giorni sono caduti oltre 300 mm di pioggia, causando l’esondazione di 23 fiumi e decine di frane. Il bilancio fu pesantissimo: 17 vittime, migliaia di sfollati e oltre 8 miliardi di euro in danni stimati.

Gli esperti non hanno dubbi: si è trattato di un disastro annunciato. Terreni già indeboliti dalla siccità, manutenzione carente dei corsi d’acqua, ritardi nei piani di sicurezza e gestione delle emergenze. Una combinazione fatale di fattori che dimostra quanto ancora l’Italia sia impreparata davanti a eventi estremi sempre più frequenti.

Quali nuove prospettive contro il dissesto idrogeologico?

Nel 2025, la situazione resta critica. Sebbene il governo abbia aggiornato il PNACC e previsto investimenti con il PNRR, l’attuazione concreta dei progetti procede a rilento. Alcune regioni stanno sperimentando soluzioni basate sulla natura, come il rinaturamento dei fiumi e la creazione di aree di espansione naturale delle acque. Ma siamo solo all’inizio.

I dati parlano chiaro: oltre 7 milioni di italiani vivono in aree a rischio idrogeologico, e più del 90% dei comuni ha almeno una zona classificata come pericolosa. Prevenire i disastri non è più una questione tecnica: è una scelta politica, sociale e culturale. E il tempo per agire si sta esaurendo.

Scopri di più da Eco Internazionale

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere

Scopri di più da Eco Internazionale

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere