FMI, il nuovo World Economic Outlook
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha rilasciato, il 22 aprile, il nuovo World Economic Outlook di primavera e le notizie non sono buone.
Lo scorso 22 aprile, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha rilasciato il nuovo World Economic Outlook (WEO) di primavera, dal quale si può evincere un netto peggioramento della situazione economica mondiale. La pubblicazione si compone di tre capitoli, il primo dei quali approfondisce il quadro macroeconomico globale e prevede un’introduzione molto esplicita. Nel dettaglio, essa chiarisce come, dopo una serie di shock sistemici a livello internazionale, in particolare gli effetti della pandemia e della guerra in Ucraina, le economie globali, sebbene fra diverse difficoltà, sembravano mostrare un assestamento complessivo.
Questo quadro di ritrovata stabilità, sebbene fra tensioni, è stato nuovamente incrinato dalle decisioni di politica commerciale applicate nelle scorse settimane dalla nuova Amministrazione in carica negli Stati Uniti. Gli effetti sul quadro previsionale del WEO per l’economia mondiale e, in particolare, per le economie avanzate, sono devastanti come si evince dall’estratto della tabella in basso rilasciata nella stessa pubblicazione.
Le differenze tra gennaio e aprile
Il peggioramento delle previsioni dalla precedente pubblicazione di gennaio è notevole. Gli USA perderanno circa un punto percentuale di crescita nel 2025 e mezzo punto nel 2026. L’Eurozona perderà nel complesso circa lo 0,2%, ma con alcune differenze al suo interno: la Germania e l’Italia andranno a decrescere dello 0,3% nel 2025 rispetto alle scorse previsioni; la Spagna, al contrario, è in ulteriore rafforzamento dello 0,2%. Giappone, Regno Unito e Canada, le cui economie sono più profondamente interconnesse a quella statunitense, perderanno circa mezzo punto nel 2025 e qualcosa di meno nel 2026.
Questa decrescita ha effetti che sono notevolmente diversi da Paese a Paese. Gli USA, infatti, dovrebbero comunque segnare una buona crescita dell’1,8% quest’anno e dell’1,7% il prossimo. Per altri Stati come la Germania o l’Italia, l’impatto è più gravoso significando per la prima l’annullamento di ogni previsione di crescita quest’anno e una sostanziale stagnazione, per la seconda il ritorno a tassi di crescita da “prefisso telefonico” dello zero virgola (come già avvenuto nel 2024).
L’inflazione secondo l’FMI
Oltre alle pessime notizie dal fronte della crescita appena analizzate altri pessimi dati provengono dal fronte dell’inflazione. Secondo quanto indicato nel WEO con riguardo alle economie avanzate, «la previsione per l’inflazione nel 2025 è stata rivista al rialzo dello 0,4% rispetto a gennaio». In realtà, però, la situazione non è uniforme tra tutti i Paesi. Da un confronto dei dati tra gennaio e aprile, «la previsione sull’inflazione nel Regno Unito è stata rivista al rialzo dello 0,7% e la previsione per quella statunitense di un punto percentuale». La situazione della zona Euro in questo caso è diversa, non presentando alcuna variazione.
Una previsione sull’andamento dell’inflazione di medio termine è di difficile redazione, essendoci molti fattori in gioco che potrebbero spingerla al rialzo o al ribasso. Innanzitutto la percezione circa la permanenza sui dazi. Se le aziende produttrici, infatti, valutassero la politica commerciale americana come transitoria, potrebbero assorbire internamente il costo del dazio (riducendo i profitti). Se intuissero, al contrario, che tale politica commerciale è destinata a permanere nel medio-lungo termine, i costi dei dazi verrebbero scaricati sui consumatori. Questo avverrebbe sia direttamente come aumenti dei prezzi legati all’imposizione delle tariffe, sia, eventualmente, come costi di delocalizzazione aziendale all’interno degli USA.
Gli effetti a questo punto sarebbero duplici. Per gli USA, si creerebbe un aumento del costo dei prodotti con una pressione per il rialzo dell’inflazione contemperato probabilmente dalla riduzione dei consumi per l’aumento dei costi. Per i Paesi esportatori, invece, si sarebbe in presenza di uno shock da domanda estera con una conseguente riduzione della produzione, tagli dei posti di lavoro e il successivo corollario di deflazione/depressione.
Altri fattori che potrebbero modificare l’andamento dell’inflazione sono l’invecchiamento della popolazione e la pressione demografica. Una popolazione che invecchia modifica sostanzialmente i suoi consumi, tendendo nel complesso a ridurli. Anche una decrescita della popolazione ovviamente tende a influenzare al ribasso i consumi. La diminuzione dei consumi, e la conseguente riduzione dell’attività economica, provoca una pressione in diminuzione sulla domanda con effetti diretti sull’inflazione tendendo a contenerla.
La politica monetaria
Le maggiori difficoltà dovranno essere affrontate dai governatori delle banche centrali. La situazione è così contrastata che intuire lo scenario futuro risulta complesso. Da un lato, l’imposizione dei dazi potrebbe condurre ad una fase inflattiva. Dall’altro, le difficoltà legate alla contrazione economico-finanziaria derivante dai dazi potrebbero innescare una fase deflattiva. In questo scenario sia la BCE, come abbiamo visto, che la Fed dovranno sostanzialmente viaggiare a vista e decidere la linea di politica monetaria in base alle esigenze concrete dell’economia.
La “Silver Economy” secondo l’FMI
Oltre al primo, il WEO del FMI si compone di due ulteriori capitoli. Essi approfondiscono, analizzandone punti di forza e rischi, due fenomeni che acquisiscono sempre maggiore importanza a livello economico: l’invecchiamento della popolazione e le migrazioni.
Il primo fenomeno, definito “silver economy“, rappresenta una delle maggiori sfide con cui le società occidentali, e non solo, devono misurarsi. L’invecchiamento della popolazione ha una serie di problematiche ben note nella letteratura. Si passa dalla diminuzione dei consumi che spesso comporta una persistente deflazione economica alla crescita anemica. A tale riguardo è esemplare l’andamento dell’economia giapponese, dove l’età media della popolazione è notevolmente cresciuta nel corso degli ultimi decenni, rendendolo un caso studio da manuale.
Oltre alle difficoltà sull’andamento dell’economia nel suo complesso, l’invecchiamento della popolazione ha un impatto notevole sui conti pubblici dei Paesi. Ci si riferisce alla sempre maggiore la spesa pagata per pensioni e prestazioni sanitarie. In questo caso, l’indicazione del FMI è di incrementare la spesa per assicurare tutto quel welfare necessario per un invecchiamento “sano” della popolazione che permetta quindi un allungamento dell’età lavorativa.

Un altro strumento da utilizzare per mitigare o annullare gli effetti negativi della “silver economy” è la riduzione delle differenze di genere legate al mondo del lavoro. Tale obiettivo comporterebbe affrontare in particolare due aspetti connessi tra loro. In primo luogo, il raggiungimento della parità salariale fra lavoratori e lavoratrici quale primo passo. Su altro fronte, sarebbe necessario allineare fra i due generi l’età di uscita dal mercato del lavoro verso la quiescenza.
Un uso oculato di questi due strumenti permetterebbe di ridurre l’impatto del fenomeno sui conti pubblici. Quanto precede riaprirebbe margini di manovra fiscali per altri settori che diversamente vedrebbero drenate risorse in modo sempre più deciso.
Ricadute delle migrazioni e delle politiche sui rifugiati
Il terzo capitolo della pubblicazione affronta dal punto di vista economico uno dei temi più complicati presenti a livello politico: le migrazioni. Una delle prime precisazioni terminologiche riguarda la differenza fra migrante e rifugiato, indicando nella volontà di spostarsi la discriminante fra i due fenomeni. Il migrante è un individuo che ha deciso di spostarsi nel Paese di destinazione, il rifugiato è costretto a migrare.
Come confermato da numerose pubblicazioni internazionali, l’integrazione nelle società di destinazione ha numerosi vantaggi per le economie dei Paesi riceventi specialmente se i nuovi arrivati risultano complementari ai nativi a livello di forza lavoro. Dal punto di vista economico, il fenomeno presenta diversi vantaggi. Nel dettaglio, la popolazione migrata tende ad essere più giovane di quella nativa, permettendo di contenere gli effetti della “silver economy” che abbiamo osservato precedentemente. In aggiunta, i nuovi arrivati tendono a pesare in modo meno marcato sulla spesa del welfare. Essi hanno, infine, una tendenza notevolmente superiore alla mobilità territoriale interna rispetto ai nativi, permettendo di assorbire gli shock occupazionali più facilmente.
Sono presenti, ovviamente, anche dei potenziali svantaggi soprattutto per la possibile concorrenza fra popolazione migrante e nativa nei settori lavorativi scarsamente qualificati. In altri termini, la tendenza sarebbe quella di una concorrenza che spingerebbe ad un abbassamento dei salari e a tensioni sociali. Gli esiti dell’integrazione fra migranti e nativi dipendono, inoltre, anche dalle politiche di accoglienza e da quanto vi sia la tendenza per i primi a essere impiegati in settori e/o frange di economia informale dove i vantaggi economici complessivi per la società risultano in diminuzione.
Considerazioni conclusive
In conclusione, la pubblicazione del FMI accosta e analizza fenomeni che, sebbene appaiano lontani, sono in realtà complementari. La tendenza alla frammentazione dell’economia mondiale, la cui cartina di tornasole sono i fenomeni di guerra commerciale, cui stiamo assistendo, potrebbero aggravare o mitigare gli altri fenomeni analizzati nei capitoli successivi.
Anche il modo in cui vengono affrontati l’invecchiamento della popolazione e le migrazioni potrebbero mitigare gli effetti della frammentazione economica mondiale in corso. Gli effetti complessivi per le economie dipendono, infine, da come politicamente vengono affrontati tali fenomeni.


