Stati Uniti, i dazi e il “giorno della liberazione”

Stati Uniti, dazi, giorno della liberazione
Stati Uniti

Lo scorso 2 aprile, il Presidente degli Stati Uniti ha varato la sua politica commerciale, definendola “il giorno della liberazione”.


La sera del 2 aprile 2025 è andata in scena, nel giardino delle rose della Casa Bianca, una elaborata rappresentazione che sembra abbia messo la parola fine all’era della globalizzazione. Questo evento è stato definito dal Presidente degli Stati Uniti “il giorno della liberazione”. Quello cui si è assistito in realtà è un cambio drastico sulla rotta commerciale degli USA. Nel dettaglio, gli Stati Uniti hanno imposto nei confronti degli altri Paesi un dazio medio che non era raggiunto dagli inizi dello scorso secolo.

Il calcolo del valore del dazio applicato agli Stati Uniti

Questa scelta di applicare i dazi è stata giustificata attraverso un pannello dal quale si evinceva che gli altri Paesi applicavano agli Stati Uniti un determinato livello di dazi. Naturalmente, quanto presente su quel pannello non è vero. L’Unione Europea, infatti, presenta attualmente un dazio medio nei confronti delle merci a stelle e strisce di circa l’1%, del tutto simile a quello applicato dagli USA all’UE fino al primo aprile.

Per giustificare quel livello di dazi, si era diffusa la notizia che esso rappresentasse in realtà il valore delle “barriere tariffarie non monetarie” applicato da ogni Stato. Questo concetto non è chiaro, anche perché è difficile trovare una barriera tariffaria che non sia monetaria. È altamente probabile che il riferimento sia a quelle che in letteratura si definiscono barriere non tariffarie. A tale riguardo, una valutazione del suo impatto monetario è altamente problematica.

Cosa era presente allora su quel pannello? Era presente un rapporto fra deficit commerciale e valore dell’export della nazione bersaglio. Per tornare all’esempio europeo, tale rapporto è definito fra il deficit commerciale con gli Stati Uniti pari 235 mld di dollari fratto il valore dell’export europeo che ammonta a circa 605 mld di dollari. Il risultato è il 39% indicato nel report che dividendo per due ha portato ha un dazio del 20%. La validità scientifica di tale formula di calcolo e dello stesso concetto di “barriere tariffarie non monetarie” viene lasciata alla valutazione dei lettori.

I dazi degli Stati Uniti e l’impatto sui mercati

Come prevedibile a livello finanziario, l’imposizione di dazi ha scatenato il panico. Nella giornata del 3 aprile, la sola Borsa statunitense ha bruciato ben 2.500 mld di dollari. Molte aziende quotate, infatti, hanno fabbriche in Stati che adesso scontano alti dazi. Proprio fra queste aziende è presente Apple, che produce molta della sua componentistica in Cina, Paese verso cui sarà applicato un dazio del 54% (il 2 aprile è stato incrementato del 34% il precedente dazio già applicato del 20%). Altro esempio è Nike, che concentra molta della sua produzione in Vietnam, che vedrà l’imposizione di un dazio del 46%.

Anche le Borse europee hanno sofferto particolarmente il 3 aprile, bruciando oltre 400 mld di dollari. Piazza Affari ha perso il 3,6%, Francoforte è calata del 3,01% e Parigi ha chiuso in calo del 3,31%. Persino Londra, il Paese che meno ha sofferto con l’imposizione del dazio minimo del 10%, ha chiuso in calo del 1,55%.

Venerdì 4 aprile la situazione non è migliorata, con la Borsa statunitense che ha bruciato altri 2.700 mld di dollari (5.200 mld in due giorni, 10.000 mld dalla vittoria alle elezioni dell’attuale Amministrazione). Le Borse europee hanno allargato le proprie perdite doppiando quelle del giorno precedente e lasciando sul tappeto oltre 800 mld di euro.

La situazione nelle ultime ore

Nella giornata di ieri, oltre a non avere avuto alcun tipo di rimbalzo, le borse hanno continuato a bruciare miliardi in particolare quelle europee e asiatiche. Le borse europee hanno perso oltre 680 mld di euro. La Borsa di Wall Street ha mostrato un andamento altalenante a causa di tutti i sussurri disponibili che presentassero la seppur remota possibilità di una sospensione o di un allentamento dei dazi.

A sostenere l’andamento della Borsa americana è stato inoltre l’annuncio di una riunione di emergenza a porte chiuse del Board della Federal Reserve. La speranza è di un taglio dei tassi immediato per sostenere l’economia. Nonostante questo, il Dow Jones ha lasciato circa l’1% sul tappeto, mentre l’indice delle maggiori 500 società quotate e il Nasdaq hanno chiuso sostanzialmente in parità.

Gli effetti dei dazi nel breve periodo

Le ragioni del crollo finanziario del valore delle aziende sono abbastanza chiare. L’imposizione dei dazi incrementa in modo proporzionale il costo delle merci introdotte nel mercato americano, rendendole meno appetibili per i consumatori americani. Per essere più chiari, una scarpa Nike dal costo di 100 dollari il giorno dopo l’introduzione dei dazi verso il Vietnam, dove è concentrata la sua produzione, costerà 146 dollari. A meno che l’azienda non decida di comprimere i profitti per i propri azionisti, riducendo così il valore delle cedole di partecipazione azionaria – il che spiega il crollo del valore azionario – oppure di comprimere ulteriormente il costo del prodotto, intaccando i salari dei dipendenti vietnamiti.

Per il mercato americano quello che accadrà a breve sarà una crescita del livello dei prezzi. Ciò a causa dell’impossibilità di sostituire nel breve periodo la produzione di provenienza estera con prodotti fabbricati internamente. Le ragioni sono facilmente intuibili: lo spostamento di una fabbrica dal Vietnam agli USA non è una questione che si può risolvere nel breve periodo e al contrario può richiedere anni. Inoltre è altamente improbabile che il costo della manodopera statunitense sia uguale a quello di Paesi come Cina e Vietnam. 

Ecco che la crescita dei prezzi è uno scenario altamente probabile. Questo comporterà, a cascata, un calo dei consumi che provocherà un calo di produzione e prodotto interno lordo. A questo punto la Federal Reserve è probabile che intervenga, ma in condizioni di forte difficoltà. Si troverebbe, infatti, a contrastare due fenomeni che richiedono politiche monetarie diametralmente opposte. Da una parte, l’inflazione a cui dovrebbe reagire inasprendo i tassi; dall’altra, il calo del Pil cui dovrebbe fare fronte alleggerendo i tassi. 

Stati Uniti, i dazi e il “giorno della liberazione”

L’incertezza della stabilità dei dazi

Per i Paesi esportatori è ovvio che i dazi potrebbero rappresentare un calo delle vendite, un calo della produzione e quindi licenziamenti e calo del Pil. Per altro, sul nostro Paese, l’imposizione del dazio potrebbe colpire in modo ineguale in base alla vocazione all’esportazione verso gli USA da parte delle varie regioni.

Quello che è peggio per le aziende è l’incertezza della stabilità dei dazi e, quindi, che l’Amministrazione americana stia agendo spinta da una volontà di negoziare ottenendo una riduzione o una cancellazione degli stessi in cambio di contropartite. Un’impresa farebbe fronte a forti investimenti per spostare la produzione da un paese all’altro e un cambio di linea politica commerciale avrebbe un costo notevole a livello aziendale. L’incertezza è la situazione peggiore per le scelte aziendali.

L’ultimo effetto, infine, è quello sull’andamento del Pil. A giudicare dal crollo subito dal costo del barile di greggio calato del 10% in due giorni di contrattazione (3 e 4 aprile), gli investitori si attendono un calo della domanda globale e quindi una recessione. Questa recessione potrebbe concretizzarsi non solo nella vecchia Europa, la cui crescita in molti Paesi era già abbastanza asfittica, ma persino negli Stati Uniti la cui economia presentava previsioni molto più rosee a inizio anno.

Gli effetti a lungo termine

A lungo termine, la scelta di imporre i dazi potrebbe avere dei vantaggi. Potrebbe portare le aziende che producono all’estero ad aprire impianti negli USA, favorendo occupazione locale. Come abbiamo detto sopra, però, questo non è garanzia di un prezzo vantaggioso per i consumatori. Il costo di merci Made in USA potrebbe essere ben più salato di quelle prodotte all’estero, limando ulteriormente il potere di acquisto dei consumatori.

Vi sono poi degli effetti più difficili da calcolare. La letteratura economica, infatti, tende ad indicare nella presenza dei dazi una minore propensione delle imprese all’innovazione. Le imprese nazionali, infatti, sarebbero protette dalla competitività estera e potrebbero essere meno efficienti a discapito dei consumatori e dell’economia nel suo complesso. Si creerebbe a tutti gli effetti una sorta di rendita di posizione che tutela le imprese dalla competitività internazionale con effetti negativi su efficienza e produttività dei fattori.

Le contromisure ai dazi degli Stati Uniti

In questi primi giorni, i Paesi colpiti dai dazi americani è probabile che stiano in attesa nel tentativo di valutare la situazione. Contro-dazi nei confronti degli Stati Uniti sono altamente probabili, anche perché l’inazione potrebbe realmente portare alcune aziende a delocalizzare la produzione negli USA. Gli unici Paesi che hanno già applicato misure di ritorsione sono la Cina e il Canada.

L’UE potrebbe decidere delle rappresaglie in settori nei quali il dominio commerciale e tecnologico statunitense è elevato. Questo è il caso del settore dei servizi e, in particolare, il settore delle Big Tech o nel settore dei servizi finanziari (Mastercard, Visa, etc…). Per altro, molti degli amministratori delegati di queste aziende sono stati dei sostenitori del Presidente durante la campagna elettorale. Proprio il settore dei servizi, per altro, è quello nel quale lo squilibrio commerciale fra USA e UE non solo si attenua, ma tende a capovolgersi.

Naturalmente, anche tali reazioni provocherebbero un costo per i consumatori dei Paesi interessati. Anche in questo caso, infatti, l’imposizione di contromisure nel settore tecnologico o nel settore delle transazioni finanziarie (nelle quali le aziende statunitensi sono quasi monopoliste) potrebbe agevolare la creazione e l’inserimento di imprese europee. Anche ciò, però, è improbabile che avvenga nel breve periodo.

Il dollaro come valuta di riserva mondiale e il dilemma di Triffin

L’Amministrazione americana ha giustificato la scelta dell’imposizione di dazi spinta dalla volontà di ridurre il deficit commerciale. Questo deficit commerciale, però, è vitale per il mantenimento del dollaro come valuta di riserva globale. Il motivo è lucidamente spiegato nel dilemma di Triffin.

Nel dettaglio, l’acquisto di merci estere viene effettuato scambiando dollari che vengono acquisiti dalle banche centrali estere. Tali somme sono poi utilizzate negli scambi internazionali per lo scambio di asset che, inoltre, sono spesso prezzati nella valuta a stelle e strisce.

Una riduzione del deficit commerciale ridurrebbe la quantità di valuta americana detenuta all’estero, rendendo più complicati gli scambi internazionali. A quel punto, sarebbe necessario rivolgersi ad altre valute per gli scambi, facendo volgere al tramonto la funzione di riserva per il dollaro.

La fine della globalizzazione commerciale

Quello che sicuramente è possibile sancire alla data del 2 aprile è il de profundis degli assetti commerciali che abbiamo conosciuto negli ultimi quaranta anni. Da un lato, si frammentano aree di recente integrazione, come l’ingresso della Repubblica Popolare Cinese nella World Trade Organization (WTO). Per altro verso, vengono compromesse anche aree di antica integrazione, quale quella fra le due sponde dell’Atlantico o del Pacifico con Australia e Giappone.

Se si dovesse andare incontro a una escalation di misure protezioniste, quello cui andremo incontro sarà l’esplosione di una vera e propria guerra commerciale i cui vantaggi saranno nulli e, al contrario, le tensioni molte. Quello che incredibilmente sopravvive della globalizzazione è la parte considerata più problematica per la stabilità finanziaria dei Paesi secondo il parere della letteratura economica. Si tratta della libera circolazione dei capitali. 

La globalizzazione finanziaria ha creato tanti squilibri ed è stata spesso la causa delle crisi finanziarie globali. Non è un caso che molte delle crisi economiche siano scoppiate solo dopo la fine, negli anni novanta, della regolazione finanziaria che è stata definita “repressione finanziaria”. Su tale libera circolazione nessuno nell’Amministrazione americana si guarda bene dall’agire.

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