Medio Oriente, l’accordo tra Israele e Hamas tracciato

Medio Oriente, l’accordo tra Israele e Hamas tracciato

In Medio Oriente Israele e Hamas sembrano avere trovato finalmente un accordo. Cosa prevede e cosa succederebbe se non venisse rispettato?


La situazione bollente in Medio Oriente sembra finalmente approcciarsi a una fine, anche tra gli alti e i bassi che avvengono in questi momenti. Israele e Hamas, infatti, avrebbero ormai raggiunto un accordo, nonostante gli avvenimenti politici e militari delle ultime ore.

Il cessate il fuoco al quale le due parti in Medio Oriente avrebbero lavorato, con l’aiuto della mediazione esterna di Egitto, Qatar e USA, sembrerebbe finalmente pronto a iniziare. Tra le clausole, il rilascio degli ostaggi israeliani del fatidico 7 Ottobre del 2023, o almeno, quelli ancora in vita e ancora in mano al gruppo di Hamas; in cambio, Israele libererà un gran numero di prigionieri palestinesi, tra civili e miliziani.

Il processo avverrebbe a più riprese, con i primi 33 ostaggi israeliani liberati nei primi 42 giorni, definiti la prima fase, mentre l’IDF si ritirerebbe dai territori più abitati della Striscia di Gaza, permettendo l’accesso ai camion di aiuti umanitari. A Israele toccherà anche la liberazione di un largo numero di prigionieri dalle carceri, tra i quali anche la deputata palestinese Khalida Jarrar, membro di spicco del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, gruppo ritenuto “organizzazione terroristica” da Israele, dagli USA e dall’ Unione Europea.

Il cessate il fuoco arriva dopo 15 mesi di attacchi israeliani che hanno scosso il Medio Oriente, con oltre 45mila vittime palestinesi tra civili e militanti. Il voto per l’approvazione dell’accordo dalla parte di Israele ha visto, dopo gli iniziali tre membri dell’esecutivo contrari, un totale di otto persone che si sono opposte alla bozza finale. Itamar Ben-Gvir, dalla sua posizione nell’ultradestra, aveva addirittura minacciato le proprie dimissioni se si fosse raggiunto questo cessate il fuoco, impegno che sembra intenzionato a mantenere ora che l’accordo si è concretizzato.

In un primo momento, il timore era che l’accordo potesse saltare: quando Hamas non ha consegnato la lista degli ostaggi israeliani per il rilascio cadenzato, Israele non ha esitato a far ripartire un bombardamento che ha visto, secondo il ministero della sanità di Gaza, 23 morti e 83 feriti. Ancora ora, i nomi dei primi prigionieri liberati sono sconosciuti ad Israele, che aveva posto come condizione la comunicazione dei nomi degli ostaggi da liberare 24 ore prima dell’effettiva liberazione.

In linea di massima, comunque, le tre fasi dell’accordo prevedono un iniziale ritorno dei palestinesi nelle aree di Gaza, assieme agli aiuti umanitari necessari per la sopravvivenza basilare; il tutto mentre si discute la seconda fase, che dovrebbe portare alla fine permanente della guerra e alla terza fase, che prevede l’inizio della ricostruzione di Gaza. La priorità degli interventi andrebbe a ospedali e scuole, nel tentativo di riportare alla normalità la vita nei territori attaccati.

Sarà questa seconda fase a rimanere fondamentalmente quella più delicata: gli USA, infatti, sono stati chiarissimi nell’affermare che un eventuale fallimento di questa parte dell’accordo porterebbe Israele a ricominciare l’offensiva, stavolta con l’esercito americano al proprio fianco. Sia la presidenza di Biden che i comunicati di Trump hanno lasciato presagire che sarebbe la chance per un’entrata in campo dei soldati americani contro Hamas, che porterebbe ad una nuova recrudescenza del conflitto in Medio Oriente.

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