Lotta all’immigrazione: gli “alieni illegali” che muoiono di freddo
Su TikTok esplode un trend con il #theillegalalien, un’ironia amara sui “migranti illegali” dopo il discorso di Trump. Ma anche in Italia, tra CPR e deportazioni, il racconto di una realtà dolorosa si fa spazio.
Su TikTok diventa un trend uno stralcio del discorso inaugurale della nuova presidenza di Trump negli USA: #theillegalalien – gli alieni illegali. Gli utenti con background migratorio stanno condividendo, nelle ultime ore, brevi video che ritraggono momenti affettuosi dei loro parenti con la scritta “The illegal alien everyone is afraid of”, in riferimento alla promessa di deportazione annunciata dal 45esimo e 47esimo Presidente degli USA.
Deportazione che però non accade soltanto negli Stati Uniti d’America bensì anche in Italia attraverso i CPR, un breve acronimo che, in ogni lettera, racconta lunghe tragedie: Centro di Permanenza per i Rimpatri.
Nel 1998 vengono istituiti i Centri di Permanenza Temporanea dalla Legge Turco-Napolitano ed erano concepiti come strutture temporanee per trattenere le persone prive di regolare permesso di soggiorno fino alla loro espulsione e la loro detenzione era inizialmente prevista per un massimo di 30 giorni.

Dieci anni dopo invece, i CPT hanno subìto un’ulteriore modifica diventando Centri di Identificazione ed Espulsione con la Legge Bossi-Fini e aumentando i tempi di trattenimento ad un massimo di 18 mesi. È solo nel 2017, con il Decreto Minniti-Orlando, che diventano CPR ed è con questo processo emblematico che è possibile osservare il cambiamento del focus politico nei confronti della tematica migratoria in quasi vent’anni.
Come dichiarato dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel settembre del 2023, il Governo Italiano ha un piano per la costruzione di ulteriori CPR «da realizzare in zone scarsamente popolate e facilmente sorvegliabili».
Tale affermazione è stata accompagnata da un’ulteriore comunicazione in diretta televisiva della stessa Meloni che, ospite presso il talk show Dritto e Rovescio di Rete 4, ha pronunciato quella che dai toni sembra quasi una minaccia: «Ho mandato un messaggio molto chiaro a tutta l’Africa. Se tu ti affidi ai trafficanti per violare le leggi italiane, quando arrivi in Italia devi sapere che verrai trattenuto e poi rimpatriato».
È alquanto interessante notare che in questa intervista, la Presidente Meloni, abbia nominato esclusivamente il continente africano. Sono ben numerosi i paesi che non appartengono all’Unione Europea. Che non sia pertanto un contrasto all’illegalità a tutto tondo bensì, una caccia ai poveri con la pelle nera.
Infatti, solo nel 2023, secondo il “Piano straordinario”, dal governo attualmente in carica sono stati stanziati 20 milioni di euro per la realizzazione di nuovi CPR, uno per regione, con un contributo aggiuntivo di un milione di euro all’anno per assicurare il loro funzionamento.
In Italia, per il momento, esistono nove CPR in nove province: Milano, Roma, Potenza, Nuoro, Brindisi, Bari, Trapani, Caltanissetta, Torino e Gorizia. È proprio in quest’ultima, esattamente nel comune di Gradisca d’Isonzo che recentemente si è consumata una forte protesta da parte dei detenuti a causa delle pessime condizioni denunciate anche da atti di autolesionismo. Il tutto è culminato con il prelievo di 50 persone da parte delle forze dell’ordine: alcune di loro sono state arrestate perché accusate di aver appiccato un incendio ed altre, trasferite a Trapani, uno dei centri più impenetrabili dell’intera rete, tanto da non permettere il possesso di telefoni cellulari non collegati ad internet.

Contestualmente, appare paradossale la scarcerazione del carceriere libico Njeem Osama Almasri Habish. Figura chiave della polizia giudiziaria libica, è il responsabile della famigerata prigione di Mitiga a Tripoli, un luogo tristemente noto per l’ammasso dei migranti che tentano di fuggire dalle coste libiche per cercare futuro e libertà in luoghi come l’Italia. Le carceri libiche sono vere e proprie camere dell’orrore, entro le quali i migranti subiscono torture, trattamenti degradanti e detenzioni del tutto arbitrarie.
Il 18 gennaio, la Corte penale internazionale ha finalmente emesso un mandato di cattura internazionale contro Almasri, accusandolo di crimini contro l’umanità e crimini di guerra, una mossa attesa da chiunque conosca la brutalità sistematica perpetrata nelle strutture sotto il suo controllo. Il giorno seguente, la Digos lo ha arrestato a Torino, in quello che sembrava essere un passo decisivo verso la giustizia e verso la sua consegna alla CPI per rispondere dei suoi crimini.
Eppure, in un sorprendente e inquietante colpo di scena, il 21 gennaio Almasri è stato rilasciato dalle autorità italiane e rimandato in Libia, il paese dove opera indisturbato il suo sistema di violenza e repressione. Questo rilascio, che di fatto gli permette di sfuggire a un processo per crimini internazionali, rappresenta un atto gravissimo che solleva interrogativi profondi sul ruolo delle istituzioni italiane: come si può parlare di giustizia quando si permette a un presunto criminale di guerra di tornare nel luogo dei suoi abusi? Questo episodio appare come una resa incondizionata di fronte alla diplomazia delle violenze e del ricatto, una macchia che peserà sulla coscienza di chi ha preso questa decisione.
Nel frattempo, in queste ore, arriva un’altra tragica notizia, quella del decesso di un uomo morto di freddo davanti la Questura di Roma, in fila dal lunedì sera per richiedere la protezione internazionale.
I CPR nascono già a priori da una motivazione umanamente errata: porre il divieto assoluto di camminare liberamente per il mondo. Un diritto che diventa privilegio solo per chi ha il passaporto giusto oppure ancora, il portafoglio pieno.


