I diritti negati delle donne in Afghanistan
Da oltre quattro anni i diritti umani delle donne in Afghanistan stanno subendo una continua regressione. Dal ritorno dei talebani, nell’agosto del 2021, i loro diritti sono stati progressivamente erosi, vanificando i tanti sforzi fatti negli anni precedenti finalizzati alla completa emancipazione delle donne afgane.
Sembrano lontani i periodi in cui questa nazione riuscì a impegnarsi, a fasi alterne (negli anni ’60 del secolo scorso, in particolare sotto il re Zahir Shah, e negli anni 2000 con personalità come Massouda Jalal), per garantire spazi politico-sociali alle donne.
Le autorità talebane hanno emanato più di 70 editti, direttive e decreti, tra cui la limitazione dell’istruzione primaria per le ragazze, il divieto per le donne di svolgere la maggior parte delle professioni e l’esclusione dai parchi, dalle palestre e da altri luoghi pubblici.

L’ultimo esempio di questa repressione è la legge promulgata ad agosto dal ministro responsabile della «Promozione della virtù e della prevenzione del vizio», Mohammad Khalid Hanafi, che proibisce alle donne di parlare o far sentire la propria voce in pubblico, anche dai confini delle proprie case. Questa restrizione si estende al canto e alla lettura ad alta voce, attività considerate potenzialmente provocatorie dalle autorità talebane. Inoltre, alle donne è vietato stabilire un contatto visivo diretto con uomini che non siano familiari stretti.
Tali misure comportano gravi conseguenze psicologiche e sociali, fino a spingerle, in alcuni casi, al suicidio.
La difesa dei talebani “risposte illogiche”
Le autorità talebane hanno reagito con aspre critiche alle notizie sulle restrizioni imposte alle donne.
Il portavoce del Ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, Saiful Islam Khyber, ha dichiarato in una registrazione vocale verificata dall’AFP che i report diffusi dai media esteri erano «insensati» e «illogici».
«Una donna può parlare con un’altra donna; le donne hanno bisogno di interagire tra loro nella società e hanno le loro esigenze», ha affermato Saiful Khyber. Sebbene questa dichiarazione sembri, da un lato, smentire quanto riportato dai giornali esteri, dall’altro rafforza la visione di Hanafi, secondo cui le donne, in alcune circostanze, dovrebbero comunicare attraverso gesti delle mani anziché alzare la voce, ad esempio mentre pregano.
Le reazioni della comunità internazionale
A settembre, l’attrice americana Meryl Streep, in occasione dell’evento «The Inclusion of Women in the Future of Afghanistan», organizzato a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, ha pronunciato un intervento molto forte, chiedendo azioni concrete da parte della comunità internazionale. Ha dichiarato: «Oggi a Kabul, una gatta ha più libertà di una donna. Una gatta può sedersi sulla soglia e sentire il sole sul viso, o inseguire uno scoiattolo in un parco. Uno scoiattolo ha più diritti di una ragazza in Afghanistan, perché i parchi pubblici sono stati chiusi alle donne e alle ragazze dai talebani».

Un’altra voce significativa è quella della giovane attivista afghana diciassettenne Nila Ibrahimi, che ha vinto il Premio Internazionale per la Pace dei Bambini per il suo «coraggioso lavoro di lotta per i diritti delle ragazze» in Afghanistan.
Le donne afghane sperano di poter «rompere il silenzio patriarcale» imposto dalla loro patria e di vivere liberamente nella società. Questo potrà accadere solo se la comunità internazionale si mobiliterà in tempo.
di Stefano Edward


