Strage di Ustica, crepe sul muro di gomma
Nel corso di questi lunghi quarantaquattro anni, sulla strage di Ustica sono state scritte milioni di pagine dalle sceneggiature alle sentenze. Ma non esiste ancora una versione ufficiale.
La storia dell’Italia repubblicana, o per meglio dire, quella “Primo-repubblicana”, sembra un lungo romanzo di John Le Carrè o di Graham Greene. Un po’ come nelle serie Netflix questa è una lunga storia, una lunga sconcertante e macabra sceneggiatura suddivisa, potremmo dire, in cinquanta episodi, i cui protagonisti sono tutti, o quasi, usciti di scena con la loro drammatica morte. Essa ha il suo prologo la notte tra il 9 e il 10 luglio 1943, con gli Anglo-americani appena sbarcati sulle coste siciliane e il suo epilogo con le bombe fatte brillare a Milano, Firenze e Roma nel 1993.
Il cinquantennio che separa il primo evento dal secondo narra le vicende di un paese uscito devastato dal secondo conflitto mondiale, da una guerra civile, ma che pian piano riesce a riprendersi, seppur segnato da un lungo conflitto ideologico, sociale e politico causato dalla sua posizione geografica, il bacino del mediterraneo, e dalla sua posizione strategica, il confine con la Cortina di Ferro.
Un fil rouge caratterizza tutti questi episodi, ovvero l’assordante silenzio e il muro di menzogne che ha accompagnato (e tutt’ora accompagna) gli eventi più oscuri, tragici e macabri che vanno dai mandanti occulti della Strage di Portella della Ginestra ai terroristi del 1993; una lunga Strategia della Tensione necessaria affinché i cittadini e le forze politiche non abbassassero mai la guardia su un possibile (e quasi attuato) sovversione dell’istituzione repubblicana.
L’evento sopravvenuto la sera del 27 giugno 1980 nel braccio di mare tra Ponza e Ustica ne è l’emblema. Il volo IH870 della compagnia aerea Itavia con a bordo 81 persone tra donne, uomini, anziani, bambini e neonati, si inabissa al largo di Ustica. Partito dall’aeroporto di Bologna con quasi due ore di ritardo a causa del maltempo, la destinazione finale prevista per il DC-9 era l’aeroporto di Palermo-Punta Raisi. Ma appena iniziata la procedura di discesa sull’aeroporto siciliano, il silenzio.

Alle ore 20:59 l’aeromobile, marche I-TIGI, scompare dai radar civili e militari dello spazio aereo italiano. Solo alle prime luci dell’alba del giorno dopo si avrà la macabra risposta: i rottami e i corpi di alcune delle vittime riemergono per chilometri sul Mar Tirreno.
Nel corso di questi lunghi quarantaquattro anni, sulla strage di Ustica sono state scritte sceneggiature televisive, libri, diverse inchieste giornalistiche e televisive e circa due milioni di pagine di sentenze ed ordinanze. Non esiste una versione ufficiale dell’accaduto, ma più versioni ufficiali.
Dalla presenza di una bomba a bordo per neutralizzare il fantomatico Marco Affatigato, appartenente ai Nuclei Armati Rivoluzionari e legato ai servizi francesi, in missione a Palermo, versione prontamente smentita dallo stesso Affatigato, al cedimento strutturale dell’aeromobile, secondo la versione dell’Aeronautica militare, all’abbattimento missilistico a causa di un errore umano, il “muro di gomma” prontamente costruito per depistare le indagini attorno alla strage, nel giro di qualche settimana è stato quasi del tutto cementificato a seguito di un altro macabro evento: la strage di Bologna del 2 agosto 1980. Ma questa è un’altra storia.
Tuttavia da una decina di anni a questa parte, grazie al prezioso lavoro di accademici come Cora Ranci nel suo libro “Ustica”, pubblicato nel 2020, giornalisti come Paolo Cucchiarelli, Andrea Purgatori e più recentemente Massimo Giletti, iniziano a vedersi le prime crepe sul muro di gomma.
C’è infatti un’altra verità, la verità quella “vera”, o comunque quella più verosimile dietro la Strage. Una verità che probabilmente non può ancora essere del tutto detta, sia per volontà, sia per necessità, sia probabilmente per sopravvivenza stessa. Proviamo anche noi quindi ad analizzarla questa verità e perché no, accodarci anche ad essa.
L’ Annus Horribilis 1980
Nel 1980 c’è la Guerra Fredda. Lo scontro ideologico tra il mondo capitalista, liberale, democratico e quello comunista, totalitario. Alla casa bianca Jimmy Carter è ai minimi storici, le elezioni sono imminenti. Ronald Reagan viene dato come favorito; a novembre verrà eletto Presidente. Gli Stati Uniti sono attraversati da una profonda crisi. Dal novembre 1979 una cinquantina di cittadini americani sono in ostaggio delle guardie armate della rivoluzione iraniana presso l’ambasciata americana a Teheran. In aprile, dopo più di sei mesi di prigionia, il Presidente Carter lancia l’operazione Eagle Claw, una missione di recupero per tentare di riportare a casa il personale dell’ambasciata: si rivelerà un disastro.
Nel frattempo, più ad ovest Carter è impegnato in un altro fronte, quello del Mediterraneo. In Libia, Muhammar Gheddafi è da 11 anni a capo del governo. Tre anni prima, nel 1977 trasforma il paese nella Giamahiria Araba Libica Popolare, istaurando de facto un regime di terrore di stampo socialista. La vicinanza della Libia Gheddafiana sia al Socialismo Sovietico e al Terzo mondismo, sia la “Special Partnership” con Roma, infine la volontà di sviluppare un programma di proliferazione nucleare pose Tripoli una posizione di “Stato canaglia” da parte degli Stati Uniti, della Francia e dell’intera Nato.
Nell’altra sponda del Mediterraneo, il compromesso storico, avviato dalla DC e dal PCI nel 1974, le posizioni sulla politica estera, nello specifico sulla situazione israelo-palestinese e libica, portò Roma ad essere, in latu sensu un sorvegliato speciale di Washington e di Parigi. Non era mistero infatti che gli F-104 italiani scortassero i Mig libici nello spazio aereo italiano, quando si recavano in Iugoslavia. Non solo, era noto anche che i consolati della Giamahiria libica a Palermo, Milano e Roma non erano altro che dei covi di spie. Nell’estate del 1980 quindi, all’acuirsi della Guerra Fredda, il Mediterraneo fa da sfondo ad una guerra segreta, mai formalmente dichiarata, tra la Nato e la Libia.
La sera del 27 giugno 1980, su cieli del basso Tirreno, tra Ponza e Ustica, gli 81 passeggeri del volo Itavia, con estrema probabilità si sono ritrovati al centro di una battaglia aerea.
Traffico militare sul basso Tirreno
Negli anni più caldi della Guerra Fredda, la presenza militare americana in Italia molto forte. A Napoli, sede della VI Flotta, la USS Saratoga era costantemente ancora al largo del Golfo, mentre da Sigonella partivano ordinariamente pattugliatori aerei antisommergibili e per la guerra elettronica come i P-3 Orion.
La sera del disastro aereo, le basi radar dell’aeronautica militare italiana di Poggio Ballone, Ciampino e Marsala indicarono la presenza di intenso traffico militare nel basso Tirreno, in prossimità dell’Aerovia Ambra 13, il percorso destinato al traffico aereo civile. Tuttavia, a seguito del disastro si scoprirà che gli ufficiali dell’aeronautica in servizio nelle basi radar diedero ordine di distruggere le pizze contenenti le registrazioni e ai militari presenti di non proferire parola sull’accaduto.

Un’altra testimonianza di rilevante importanza fu quella di Ivo Nutarelli e Mario Naldini, istruttori di volo dei Lockheed F-104 presso il 4°stormo di Grosseto, i quali sostennero che la sera del 27 giugno, mentre si trovavano in volo per rientrare alla base, il transponder dei velivoli rilevò un segnale di allarme generale di Difesa Aerea, ovvero un conflitto in corso. Tuttavia, la testimonianza di Nutarelli e Naldini, le quali potevano essere una preziosissima fonte per giungere quanto prima ad una verità, o mezza verità, fu messa a tacere otto anni dopo, il 28 agosto 1988 a Ramstein, durante uno show aereo delle Frecce Tricolori, mentre erano ai comandi dei loro aerei della Pattuglia Acrobatica.
L’incredibile morte di Nutarelli e Naldini, piloti professionisti, assieme all’inquietante scia di suicidi e morti sospette, in totale 12, intercorse tra l’agosto del 1980 e il dicembre 1995 avevano un filo che li accomunava: erano tutti ufficiali o sottoufficiali dell’Aeronautica militare in servizio la sera del 27 giugno 1980.
Non solo, la presenza della USS Saratoga in rada nel Golfo di Napoli, con i transponder spenti è stata confermata anche da un’inchiesta del 2018 firmata Andrea Purgatori che intervistando Brian Sandlin, ex marinaio imbarcato sulla portaerei sostenne che quella sera, dei caccia F-14 Tomcat decollarono dal ponte in assetto di guerra e, una volta rientrati, affermarono che erano stati abbattuti due Mig Libici.
Qualche settimana dopo, il 18 luglio, sulle alture della Sila, in località Castelsilano, vennero ritrovati i resti di un Mig-23 Flogger libico e del suo pilota. Pur essendo stato ritrovato a distanza di giorni dall’abbattimento del volo Itavia, le testimonianze di alcuni abitanti della costa ionica della Calabria hanno affermato di aver visto due aerei confrontarsi a bassissima quota la sera del 27 giugno o comunque a ridosso di quella data e non nei giorni del ritrovamento del Mig.
Ancora, la presenza di caccia Mirage dell’Armèe de l’Air francese decollati in segreto dalla base aerea di Solenzara, in Corsica e la presenza nella zona della nave Clemenceau, caldeggiano la tesi sostenuta dal Presidente Francesco Cossiga in una intervista del 2009, dove sosteneva che dietro la caduta del DC-9 vi erano anche i francesi.
Di certo (o quasi) c’è che dietro la vicenda del disastro di Ustica il nostro paese è stato protagonista (e vittima) di un gioco strategico in grado di capovolgere l’assetto dell’intero Mediterraneo e non solo. La guerra segreta tra la Nato, l’Italia e la Libia non si può circoscrivere infatti solo alla tragedia di Ustica. Il massacro di 81 civili inermi su un aereo di linea che li riportava a casa dai loro cari, o li accompagnava all’inizio delle ferie estive, ha segnato però il giro di boa dello scacchiere mediterraneo.
Ad esattamente un anno di distanza dal 27 giugno 1980 infatti, nell’agosto 1981 un nuovo “incidente” ha reso protagonisti, nuovamente gli Stati Uniti e la Libia, questa volta più a sud, nel golfo della Sirte. Questo primo scontro aereo “ufficiale”, letteralmente spostato dal basso Tirreno, al Canale di Sicilia ha aperto la strada ad un sempre più delineato confronto militare tra Washington e Tripoli. Divenuto quasi una routine, l’ultimo scontro aereo ufficiale risale al gennaio l 1989 con la battaglia aerea di Tobruk.
Sono passati quarantaquattro anni, e le prime crepe sul “muro di gomma” iniziano a vedersi. Passerà altro tempo prima che la verità, la verità vera, venga finalmente svelata. I mandanti materiali probabilmente sono già morti o sono ormai molto vecchi. Stessa cosa per chi ha depistato le indagini, montando false verità, bugie necessarie alla sopravvivenza del Paese.
C’è una parte del monologo nel film “Il divo” di Paolo Sorrentino del 2009, dove un magistrale Toni Servillo, nei panni di Giulio Andreotti, recita alla moglie Livia Danese queste parole: “[…] Lo stragismo per destabilizzare il Paese, provocare terrore, per isolare le parti politiche estreme e rafforzare i partiti di Centro come la Democrazia Cristiana l’hanno definita “Strategia della Tensione” – sarebbe più corretto dire “Strategia della Sopravvivenza”. Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Giovanni, Mino, il caro Aldo, per vocazione o per necessità ma tutti irriducibili amanti della verità. Tutte bombe pronte ad esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. […]” Forse, è (stato) davvero così.
Di Emanuele Pipitone


