La dottrina Monroe: quando, come e perché

La dottrina Monroe: quando, come e perché

Ricorre oggi il duecentesimo anniversario dell’avvio della cosiddetta “dottrina Monroe”, che segnò una svolta importante nella politica estera degli Stati Uniti d’America. 


Il 2 dicembre 1823, durante il discorso sullo Stato dell’Unione tenuto dinanzi al Congresso, il Presidente degli Stati Uniti James Monroe diede inizio a una nuova fase della politica estera americana, che venne appunto ribattezzata “dottrina Monroe” dal nome del suo ideatore. 

All’epoca gli Stati Uniti d’America erano ancora una giovane realtà statale, sorta da poco più di quarant’anni. Il Paese si estendeva repentinamente ad Ovest, e nel 1820, Monroe riuscì ad annettere lo Stato del Missouri, attraverso l’omonimo compromesso, pietra miliare della sua amministrazione. Il Missouri infatti, ceduto nel 1803 dalla Francia napoleonica agli Stati Uniti, faceva parte della più vasta provincia francofona della Louisiana, e con l’annessione agli Stati Uniti come 24° stato federato, Monroe riuscì a ottenere quella spinta necessaria per la successiva impostazione della politica estera americana. 

Una politica estera, quella americana, presente sullo scacchiere atlantico ed europeo già a partire dai primi anni del XIX secolo, quando la neonata US Navy fu impegnata per la prima volta nell’intervento diretto alla crisi internazionale scoppiata tra Washington e il sultanato ottomano della Libia e che, negli anni Venti dell’Ottocento, inizia a plasmarsi come presenza salda e costante lungo tutto il continente americano. L’obiettivo principale di Monroe era infatti quello di chiudere ermeticamente la politica estera americana rispetto alle influenze provenienti dall’Europa, soprattutto da tre attori importanti: il Regno Unito, la Spagna e la Francia.

È fondamentale ricordare d’altronde come, in quegli anni, il reame di Spagna si ritrovò ad affrontare l’onda indipendentista dei paesi latinoamericani. Nel decennio compreso tra il 1820 e il 1830, Brasile e Messico furono i due paesi che si liberarono dal giogo portoghese e spagnolo. Tuttavia gli interessi di questi ultimi, la fortissima presenza francese lungo le rive del San Lorenzo, su fino al Québec, e le colonie spagnole e inglesi nel Mar dei Caraibi, rappresentavano una minaccia continua alla stabilità degli Stati Uniti.

Questo aprí de facto la necessità di un isolazionismo in politica estera per Washington, che nel frattempo era impegnata non solo nella repressione sanguinosa delle rivolte indiane ma anche nelle prime avvisaglie di secessionismo che si espandevano a macchia d’olio lungo tutti gli Stati del sud, tesa a mantenere integra la struttura politica e sociale della Repubblica americana. 

La “dottrina Monroe” ha accompagnato le scelte, le decisioni e il significato stesso degli Stati Uniti d’America, nell’imporsi nella geopolitica dell’intero continente americano, da Barrow, in Alaska, fino alla Terra del Fuoco. Direttamente connesso a tale dottrina il cosiddetto “Manifest Destiny” divenne poi il pilastro fondante della cultura americana che, da questo momento, fino ai giorni nostri si è imposta nello scacchiere internazionale come Superpotenza.

Figura femminile allegorica dell’America (madre Progresso) che guida i pionieri verso ovest

Tale filosofia politica ha giocato un ruolo fondamentale ad esempio nella successiva annessione della Repubblica del Texas a seguito della sanguinosa guerra Messico-statunitense del 1846-1848, mantenuta ancora in vita fino alla fine del secolo, quando con lo scoppio della Guerra Ispano-americana nel 1898, Washington scacciò definitivamente la presenza spagnola dal continente americano e dal Pacifico, con l’occupazione delle Filippine. 

Venendo ad anni più recenti, durante l’amministrazione guidata da Donald Trump, il concetto di “dottrina Monroe” è stato spesso accostato al tentativo di isolazionismo economico degli Stati Uniti rispetto alla Cina e al Mercato Europeo, non riuscendo tuttavia a raggiungere quello che era l’intento primordiale suggerito dalla “dottrina Monroe” stessa.

di Emanuele Pipitone


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