Pancho Villa e la rivoluzione messicana, la prima del Novecento

Pancho Villa e il leader rivoluzionario Emiliano Zapata riusciranno a sedurre l’opinione pubblica americana dopo aver rovesciato Porfirio Diaz. Dalla rivoluzione messicana nascerà il loro mito, grazie anche al cinema.


Nel settembre del 1910 il Messico festeggia il centenario della sua indipendenza e il presidente Porfirio Diaz la sua rielezione. Il Paese, ritenuto da molti prospero e pacifico, è al contrario una polveriera pronta ad esplodere. 

Quella dell’anziano generale Diaz è una dittatura che da trentaquattro anni si regge sull’alleanza tra latifondisti, usurpatori delle terre pubbliche e capitalisti stranieri che monopolizzano lo sfruttamento delle riserve di petrolio, oro e argento. Per milioni di braccianti, peones, operai e minatori è invece l’inferno. La miccia che fa esplodere la polveriera si chiama Francisco Ignacio Madero, un intellettuale liberale figlio di proprietari terrieri, arrestato per essersi opposto alla rielezione di Diaz, nonché suo futuro contendente alle elezioni presidenziali.

Dal suo rifugio in Texas, Madero lancia il proclama di San Luis Potosí che incita i messicani a ribellarsi e fissa per il 20 novembre la data di inizio della rivolta armata. Il suo piano allarma gli alleati stranieri, ma lui li rassicura affermando che «l’insurrezione nazionale è giusta, al fine di ristabilire l’ordine costituzionale violato dalla dittatura porfirista. Gli eventuali danni risultanti dalla rivoluzione saranno risarciti».

Alla testa dell’insurrezione vi sono a sud Emiliano Zapata, un meticcio di umili origini che difende i diritti dei peones, a nord Doroteo Arango Arambula, conosciuto con il nome di battaglia “Pancho Villa”, un bandito rifugiato sulle montagne per sfuggire alla giustizia che si schiera a fianco delle forze rivoluzionarie. In sostegno a Madero accorrono volontari da tutto il mondo, tra cui Peppino Garibaldi, nipote dell’eroe dei due mondi

Tra saccheggi, attacchi notturni, assalti ai treni, le truppe di Villa hanno spesso la meglio sulle forze governative. Il 10 maggio 1911 le armate rivoluzionarie espugnano Ciudad Juarez, poi l’intero stato del Chihuahua. Il 25 maggio il presidente Porfirio Diaz rassegna le dimissioni e fugge in esilio in Francia. Il 7 giugno 1911 Francisco Madero entra a Città del Messico e, a ottobre, viene eletto presidente. In pochi mesi la rivoluzione ha vinto ma… durerà?

Rivoluzione e guerra civile

Il 22 febbraio del 1913 Madero viene assassinato dal generale Victoriano Huerta. Il golpe militare di Huerta, ex generale porfirista ed ex capo delle forze armate di Madero – autoproclamatosi nuovo presidente del Messico – apre un periodo di terrore. Il Paese è nel caos, camera e senato sono sciolti, gli ultimi parlamentari arrestati. Nel corso del 1913 centinaia di politici e maderisti vengono trucidati. Ogni ribellione si traduce in un bagno di sangue.

Per difendere la libertà, l’intero popolo messicano si leva in armi contro le forze controrivoluzionarie, incluse le celebri Las soldaderas, che seguono gli uomini al fronte. Ma il fronte rivoluzionario è spaccato: da una parte ci sono le armate di Villa e Zapata, dall’altra i costituzionalisti Venustiano Carranza e Alvaro Obregòn. Ambizioni politiche e temperamenti personali non potrebbero essere più diversi. 

Nel giugno 1914 le forze di liberazione di Pancho Villa da nord e di Zapata da sud stringono in una morsa la capitale e il generale Victoriano Huerta è costretto ad abbandonare Città del Messico; sostenuto dalla borghesia, Venustiano Carranza assume la presidenza provvisoria del Paese, ma Villa e Zapata non ci stanno. 

Il 6 dicembre 1914 fanno il loro ingresso trionfale a Città del Messico, con la folla in delirio. Né Villa né Zapata però riescono a gestire il potere politico e entrambi lasciano la capitale, tornando l’uno a sud l’altro a nord, rifiutandosi di deporre le armi. 

Ma chi governa in Messico? Il 19 ottobre 1915 gli Stati Uniti riconoscono il governo di Venustiano Carranza. Come gesto di vendetta il 9 marzo 1916 le armate di Villa oltrepassano il confine e assaltano la città di Columbus in New Mexico: il bilancio è di 14 morti e la guerra continua. 

Soldati americani al confine (1916)

La resa dei conti

È l’aristocratico Venustiano Carranza il grande rivale di Pancho Villa, l’uomo forte del Messico, il cui obiettivo è la pacificazione del Paese. Nel 1917 viene eletto formalmente presidente e il 5 febbraio promulga la nuova costituzione, anticlericale, nazionalista e riformista.

Nel corso di questi sette anni ci sono state centinaia di vittime e neanche questa volta la rivoluzione messicana può definirsi conclusa: Pancho Villa e Emiliano Zapata ancora una volta imbracciano le armi per rovesciare il presidente. Determinato a liquidare le bande guerrigliere rivoluzionarie, Carranza spedisce il generale Alvaro Obregòn contro Pancho Villa e il generale Pablo Gonzalez contro le forze zapatiste: i villaggi vengono rastrellati, i sospetti fucilati o impiccati. 

Sulla testa di Zapata il governo mette una taglia di centomila pesos. È la resa dei conti. Il 19 aprile 1919 Emiliano Zapata muore vittima di un’imboscata. Un anno dopo, il 21 maggio 1920, è lo stesso Venustiano Carranza ad essere assassinato, nel corso di una rivolta capeggiata dall’ex alleato Obregòn, che nel frattempo è stato eletto presidente al suo posto. Pancho Villa cerca di sfuggire al suo destino e dopo anni di clandestinità accetta di deporre le armi. In cambio della resa, ottiene una hacienda e una guardia personale di 50 uomini.

L’ex generale invincibile fa ancora paura e il 23 luglio 1923 viene assassinato in automobile, insieme alla scorta. Crivellato di colpi, l’uomo muore ma nasce il suo mito.

La rivoluzione messicana è particolare, perché finisce con la dittatura reazionaria di Obregòn, in una rincorsa tra avversari per uccidersi. Carranza è il presidente che rimane al potere più a lungo e che lascia una traccia maggiore poiché è l’unico che promulgherà la costituzione messicana nel 1917; inoltre, sconfigge i due leader rivoluzionari e impone l’anima moderata. La sua è una rivoluzione strisciante, graduale, che cerca di conciliare l’inconciliabile. 

Ed è proprio Carranza, insieme a Obregòn, colui che sgomina e segna la fine della leggenda di Pancho Villa, bandito fuorilegge e generale invincibile che, esaurita la sua funzione, non è più sulla cresta dell’onda e riceve due sconfitte sanguinossissime in battaglia che sfiancano il suo esercito. 

Il mito di Pancho Villa nel cinema

Per i rivoluzionari Zapata è un mito, tanto che sono nati i movimenti zapatisti. Villa non è un mito per i rivoluzionari, ma lo è negli Stati Uniti perché è un personaggio che il cinema ha esaltato e fatto conoscere. 

Il cinema ha espresso un forte interesse documentaristico nei confronti di Villa, tanto che il regista Griffith invia il suo collaboratore in Messico proprio a riprendere le sue imprese concordando con i rivoluzionari addirittura un prezzo per le riprese. 

pancho villa movie

Pancho Villa è pagato come un grande attore, ma la sua popolarità negli Stati Uniti va ricercata anche nel momento particolare che stanno vivendo gli Stati Uniti – i primi anni Venti – dove c’è una fortissima presenza politica del movimento sindacalista rivoluzionario e anarchico, in un contesto in cui Pancho Villa trova una sua ospitalità. Viene esaltato dagli intellettuali e dai liberali che in qualche modo lo vedono come un figlio dei tempi che stanno vivendo anche gli Stati Uniti. 

Tuttavia gli stessi americani lo scaricano perché, dopo la rivoluzione bolscevica del 1917 – che esalta il valore della rivoluzione internazionale – subentra negli Stati Uniti la red scare, la “paura del rosso”.

Il cinema americano ha un peso significativo nella vita di Pancho Villa, soprattutto grazie al ruolo particolare che il grande attore e regista Raoul Walsh gli fornisce: quest’ultimo nel 1914 va in Messico da Pancho Villa e lo convince a recitare dei film dandosi il cambio.

Walsh recita parti di vita di Villa e in altre parti è lo stesso Villa a recitare. Dopo questo successo Walsh dedica tutta la sua vita al cinema, con film come Notte di tradimento del 1929, nel quale perde un occhio, che lo costringe a girare i successivi film con una benda, quali una Pallottola per Roy (1941) e l’ancora più famoso Tamburi lontani (1951).


Antonio Di Dio

Responsabile "Esteri". Laureato in Studi Filosofici e Storici, scrivo di cultura, politica e geopolitica. Amo l’arte, la poesia, la musica e il cinema. Vedo il giornalismo come una forma di attivismo, un servizio per la comunità.