Donald Trump mantiene la presa sul Partito Repubblicano

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Nel suo primo discorso pubblico dopo l’insediamento di Biden, Donald Trump ha dimostrato di essere ancora il leader del Partito Repubblicano. 


Donald Trump è vivo e vegeto e il Partito Repubblicano è ancora nelle sue mani. Questo è il messaggio che arriva in modo inequivocabile dalla CPAC, evento annuale organizzato dai conservatori americani, che quest’anno ha avuto un sapore inedito. Di norma, infatti, gli ex presidenti non attaccano a stretto giro la nuova amministrazione appena entrata in carica. Quanto di più lontano da Trump e dal trumpismo.

Sono passati due mesi dall’insurrezione a Capitol Hill, quando un manipolo di seguaci dell’ex presidente ha invaso la sede del Congresso. Immagini che difficilmente saranno dimenticate, nel bene e nel male. Il ruolo di Trump in quella vicenda è chiaro, oltre ogni ragionevole dubbio: chi ha invaso il Campidoglio, per impedire l’ufficializzazione del verdetto delle elezioni, è stato spinto dall’ex presidente e dalla sua narrazione. Se per narrazione, ovviamente, intendiamo la negazione sistematica della realtà.

La stessa che è andata in scena domenica, quando Donald Trump ha tenuto il suo discorso conclusivo alla conferenza dei repubblicani. Nella sua bolla di sostenitori, immune al (debole) dissenso interno al partito, solo applausi e un desiderio collettivo di rimozione.

Della politica, nemmeno l’ombra. Nel suo discorso durato più di un’ora e mezza, il primo dopo la sconfitta alle elezioni, Trump ha ribadito le stesse posizioni di due mesi fa. Le elezioni sono state truccate, Biden in realtà ha perso. Chi afferma il contrario, anche dentro il Partito Repubblicano, è un nemico di cui occorre sbarazzarsi. I democratici sono un pericolo per l’America e la loro piattaforma politica è sempre più spostata a sinistra. Il trumpismo è l’unica soluzione all’indottrinamento della società americana da parte del radicalismo progressista e della “cancel culture”.

I dati che emergono dalla CPAC sono chiari. Il tradizionale sondaggio che incorona il favorito tra i candidati repubblicani affida la vittoria a Trump, con un indice di gradimento superiore al 50%. Gli altri pezzi grossi del partito sono messi in ombra dall’ex presidente, rispetto al quale sembrano totalmente allineati. Le poche figure critiche all’interno del GOP, quelli che hanno votato a favore dell’impeachment, non hanno diritto di rappresentanza.

Il sondaggio succitato non è un valido strumento per verificare in modo oggettivo l’efficacia di un candidato alle prossime elezioni. Molti di quelli che in passato sembravano favoriti (Romney, Rubio, Cruz), sono stati sconfitti dai rivali democratici. Tuttavia, i paragoni rischiano di essere impropri: prima di diventare presidente, Donald Trump non ha mai vinto quel sondaggio. Eppure nel 2016 ha vinto le elezioni, è convinto di avere vinto nel 2020 ed è convinto di potere vincere anche nel 2024.

Nessuna delle altre figure che hanno partecipato alla conferenza sembrano all’altezza di gareggiare con lui. Tutti però raccolgono in modo acritico la sua eredità: da una politica repressiva sull’immigrazione al conservatorismo più spinto in fatto di diritti civili, dalla riduzione delle tasse (ai più ricchi) alla retorica anti-establishment. Non si può escludere dunque che, nonostante abbia un ruolo in un’insurrezione, abbia perso le elezioni e sia stato sottoposto a impeachment per ben due volte, Trump si possa ricandidare.

donald trump

Che il trumpismo abbia ancora un ruolo nella politica americana, è un dato di fatto. Allo stesso tempo, è un dato pericoloso, nella misura in cui esso coincide con la delegittimazione delle procedure democratiche. È innegabile tuttavia che fino a quando il Partito Repubblicano e il trumpismo saranno un tutt’uno, i democratici avranno maggiori possibilità di vittoria. 

La nuova amministrazione di Joe Biden, infatti, non ha solo vinto le elezioni. Biden ha un indice di gradimento che Trump non ha mai avuto, nemmeno nei primi giorni della sua presidenza: 61% contro 48%. Dunque, se per restare in tema di sondaggi, la maggioranza degli elettori repubblicani crede (senza alcuna prova) che le elezioni siano state truccate, l’elettorato americano al momento appoggia Biden. 

La cosa non stupisce, se pensiamo a queste prime settimane della nuova amministrazione. Oltre a un numero di decreti ben al di sopra del solito, che hanno smantellato molte delle decisioni della passata amministrazione, la nuova amministrazione Biden ha fatto dei passi importanti nella lotta alla pandemia da covid-19.

Da un lato, è stato approvato alla Camera un piano di aiuti di 1,9 trilioni di dollari, che nei prossimi giorni sarà discusso in Senato. Dall’altro, Biden ha avviato un piano di vaccinazione di massa che rende realistica l’ipotesi dell’immunità di gregge a maggio. Un piano che, se realizzato, avrà ripercussioni sia sull’economia americana sia sugli scenari geopolitici.

Trump ha infatti trascorso l’ultimo anno della sua presidenza a negare la gravità della pandemia, anche dopo essere stato colpito dal covid-19. Nel frattempo, le altre potenze hanno messo in campo una vera e propria diplomazia del vaccino. La Cina sta utilizzando il vaccino per portare avanti il suo progetto geopolitico (la nuova via della seta) e la Russia ha approfittato del vuoto di potere prodotto dall’isolazionismo di Trump in Europa.

Gli Stati Uniti arrivano dunque con mesi di ritardo. E se lo faranno converrà a tutti tranne che a Trump e al Partito Repubblicano. Non a caso, nel suo discorso Trump ha glissato sulla pandemia: al covid-19 ha dedicato poche frasi in un discorso di 90 minuti. 
Dunque dobbiamo prepararci a Trump candidato presidente nel 2024? Difficile dirlo. Le variabili sono troppe, dal blocco sui social network ai problemi con la giustizia. Tuttavia, è innegabile che il futuro leader dei repubblicani dovrà avere l’appoggio di Trump e dovrà rispecchiare la sua visione del mondo.


Francesco Puleo

Caporedattore, responsabile Esteri. Scrivo da sempre, per mettere in ordine le idee e capire da che parte stare stare.

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