Il carcere e la cultura della reclusione, un sistema al collasso

Il XVIII rapporto di Antigone sulla gestione delle carceri fotografa una realtà piuttosto agghiacciante. Urge un nuovo modello di detenzione.


Nel 1764 veniva pubblicata la celeberrima opera di Cesare Beccaria dal titolo Dei delitti e delle pene, quella che diventerà una delle più imponenti manifestazioni letterarie sui diritti civili. Il tema dei delitti e delle carceri fu per la prima volta rivisitato dal diritto italiano proprio in età moderna grazie alla composizione di Beccaria, il quale esprimeva al grande pubblico illuminista la sua intuizione sull’inefficacia della pena di morte e delle torture. 

Così Beccaria scriveva: «Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio».

Quello appena ripreso non è da definirsi un argomento appartenente al passato, poiché il “diritto di uccidere” rimase fino al 1994 all’interno del Codice penale militare di guerra e fino al 2007 all’interno della Costituzione italiana. 

Ancora una volta occorre richiamare all’attenzione il pensiero di Beccaria, fondatore della scienza criminale moderna, il quale riteneva che il dolore provocato dalle torture e dalle punizioni corporali esercitate per pulire l’anima di un criminale fosse tanto inutile quanto il rimedio della pena di morte. Per questo, egli scriveva che: «Si crede che il dolore, che è una sensazione, purghi l’infamia, che è un mero rapporto morale. È egli forse un crociuolo? E infamia è forse un corpo misto impuro?». 

Nonostante siano stati compiuti innumerevoli passi avanti da parte del sistema penitenziario italiano nei riguardi dei detenuti nel corso degli ultimi due secoli, il dolore continua ad essere irrogato soprattutto sul piano psicologico, tanto da portare molto spesso i carcerati a scegliere di togliersi la vita. 

L’associazione Antigone, attiva nel campo dei diritti e delle garanzie del sistema penale italiano impegnata sin dal 1992 per l’abolizione dell’ergastolo, realizza ogni anno un rapporto sulle condizioni di detenzione, fotografando con crudo realismo l’ambiente delle prigioni su tutto il territorio nazionale. 

I numeri drammatici delle morti in carcere per suicidio nel secolo XXI rimandano di certo all’urgenza di una rimodulazione del sistema penitenziario italiano. L’ultimo rapporto pubblicato lo scorso 28 aprile dall’Associazione Antigone rivela che, nel corso del 2021, i casi di suicidio sono stati in tutto 57. In particolar modo, secondo il rapporto sembra che il tasso di suicidi sia rimasto alto nel corso degli ultimi due anni, probabilmente per via delle conseguenze provocate dalla pandemia da Covid-19 sulla salute mentale dei carcerati. 

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il suicidio rimane tra le cause di morte più diffuse in carcere. Confrontando ciò che avviene tra  fuori e dentro le sbarre, è possibile asserire che i casi di suicidio tra gli individui in piena libertà siano nettamente in minoranza rispetto a quelli che avvengono tra i reclusi. 

L’OMS ha infatti dichiarato che se il tasso di suicidi per il 2019 era pari a 0,67 casi ogni 10.000 persone, nello stesso anno il numero di suicidi in carcere ammontava a 8,7 ogni 10.000 detenuti, superando così di oltre 13 volte i casi di suicidio della popolazione libera. 

Ci sono poi quelli nel rapporto con gli altri Paesi europei; secondo le statistiche riportate dal Consiglio d’Europa sulla popolazione carceraria all’interno del rapporto SPACE, nel 2021 l’Italia si sarebbe collocata al decimo posto per tasso di suicidi in carcere, preceduta da Francia, Lettonia, Portogallo e Lussemburgo. 

Nell’ordinamento giuridico italiano il carcere viene definito come l’istituto volto ad accogliere coloro i quali siano stati condannati a scontare una pena detentiva, limitando la libertà degli stessi a protezione della collettività intera. 

Sebbene lo scopo principale della detenzione sia quella del reinserimento nella società, così come viene previsto all’interno dell’articolo 27 della Costituzione italiana, gli istituti atti a svolgere questo compito sono stati costruiti nelle periferie più estreme delle città, lontano dallo sguardo dei comuni cittadini, alludendo in questo modo ad una sorta di discarica sociale su cui è meglio non posare lo sguardo. 

Oltre al problema relativo alla segregazione spaziale rispetto all’edificazione degli istituti penitenziari, molti giuristi, avvocati e attivisti nel capo esprimono la loro preoccupazione in merito all’elevato numero di detenuti reclusi nelle prigioni italiane. Il tasso di affollamento calcolato a fine marzo 2022 ammontava infatti al 107,4 per cento, e in regioni come Puglia e Lombardia il tasso è stato persino più alto della media nazionale. 

Il sociologo norvegese Thomas Mathiesen, fondatore dell’Associazione Preservation of the Rights of the Prisoners, si è particolarmente distinto nell’area scandinava per le sue opinioni rispetto all’esistenza delle carceri. Nel saggio dal titolo Perché il carcere?, pubblicato in Italia nel 1996 dalla casa editrice del Gruppo Abele, Mathiesen sostiene che il carcere sia una delle istituzioni moderne più distruttive della società e, dal momento in cui non rende più sicura la collettività intera, andrebbe destituito. 

L’alternativa all’istituzione del carcere proposta dal sociologo norvegese e dalla scuola abolizionista si fonda sulla riduzione del ricorso alla detenzione, specialmente per reati poco gravi.

Prima di Mathiesen, a portare scompiglio nella tradizionale concezione della punizione e dell’incarcerazione fu il saggio del filosofo francese Michel Foucault dal titolo Sorvegliare e punire. Nascita della prigione pubblicato nel 1975. Nella sua analisi, il filosofo post-strutturalista evidenzia il passaggio storico dalla punizione pubblica tipica delle società medievali alla sorveglianza come mezzo di punizione delle società disciplinari, sorte con la nascita del sistema capitalistico. 

Nella struttura tipica delle società disciplinari, secondo Foucault, la popolazione ritenuta pericolosa comincia ad essere sorvegliata e controllata, al fine di rendere più produttiva quella ritenuta disciplinata. Per questa ragione, Foucault si interrogava: «Da dove viene questa strana pratica, e la singolare pretesa di rinchiudere per correggere, avanzata dai codici moderni? Forse una vecchia eredità delle segrete medievali? Una nuova tecnologia, piuttosto: la messa a punto tra il XVI e il XIX secolo, di tutto un insieme di procedure per incasellare, controllare, misurare, addestrare gli individui, per renderli docili e utili nello stesso tempo». 

A distanza di più di quarant’anni dagli scritti e dalle militanze di Foucault sulla destituzione e rimodulazione della prigionia, la gestione delle carceri non è cambiata e i problemi che ne derivano sono quadruplicati. All’interno dell’ultimo rapporto dell’associazione Antigone viene segnalato che al 31 dicembre 2021 solo il 38 per cento dei detenuti era alla prima carcerazione, mentre il restante 62 per cento era già stato altre volte dietro le sbarre. 

Il sovraffollamento è dunque dovuto all’inadeguatezza del sistema punitivo italiano, poiché non è in grado di proporre dei percorsi alternativi e di reintegrazione sociale. Rendere meno stigmatizzato e marginale il problema delle carceri sarebbe il punto di partenza per un reale cambiamento della società intera a cui un giorno si spera di giungere anche grazie all’attivismo dell’associazione Antigone.