Revisione del Global Compact sulle Migrazioni, altra occasione mancata?

Si è appena concluso il primo Forum di revisione del Global Compact dell’ONU sulle Migrazioni, che ha riaffermato la necessità di una gestione globale e condivisa del fenomeno migratorio. Ancora assenti alcuni Stati europei, tra cui l’Italia.


Si è svolto dal 17 al 20 maggio, presso la sede delle Nazioni Unite a New York, l’International Migration Review Forum (IMRF), il primo forum di revisione del Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration (GCM), volto ad esaminare i passi compiuti nell’attuazione a livello locale, nazionale, regionale e mondiale, del più grande Patto dell’ONU sulle Migrazioni, e a tracciare le nuove strade da seguire nella gestione del fenomeno migratorio.

Nonostante la portata dell’iniziativa, volta a ribadire la necessità di seguire vie comuni per far fronte a un fenomeno globale come quello migratorio, che si ripresenta oggi con nuove e cruciali sfide – dovute non solo alle conseguenze del Covid-19, ma anche alla guerra in Ucraina, che sta generando un numero considerevole di profughi – l’impressione è che i lavori del Forum si siano svolti nel silenzio dei media, o comunque senza il clamore e gli entusiasmi che avevano accompagnato l’approvazione del Global Compact, riproponendo tra l’altro una serie di contraddizioni già riscontrate in seno alle negoziazioni del Patto, con riferimento in particolare all’Unione europea e alle posizioni di alcuni suoi Stati Membri.

Il Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare 

Il Global Compact on Migration, firmato al termine della conferenza di Marrakech, il 10 dicembre 2018, ha dato corpo alla Dichiarazione di New York sui Rifugiati e i Migranti del 2016, con la quale gli Stati Membri dell’ONU avevano raccomandato l’adozione di due Patti, uno sulle migrazioni e uno sui rifugiati, nell’ottica di un rafforzamento della cooperazione internazionale nella gestione del fenomeno migratorio, da un lato, e nell’accoglienza dei rifugiati, dall’altro.

La Dichiarazione di New York ha riconosciuto il bisogno di un approccio comprensivo alla mobilità umana, che rafforzasse la collaborazione a livello globale e, dunque, l’impegno a proteggere la sicurezza, la dignità, i diritti umani e le libertà fondamentali di tutti i migranti, indipendentemente dal loro status, in ogni momento, alla luce degli obiettivi di sviluppo sostenibile previsti dall’Agenda 2030.

Frutto di due anni di negoziazioni e di consultazioni tematiche, supportate dall’Organizzazione Internazionale per Migrazioni (IOM), il Global Compact ha individuato le diverse cause di spostamento (prendendo, per la prima volta, in considerazione fattori come il cambiamento climatico e la degradazione ambientale) e indicato quindi una serie di obiettivi da perseguire – tra cui la lotta al traffico di essere umani, la la salvezza di vite umane, la riduzione delle vulnerabilità dei migranti, la piena inclusione e coesione sociale, e la creazione di canali legali e sicuri di migrazione – nel tentativo di definire un quadro di riferimento mondiale in materia di migrazione.

Qualche giorno dopo la firma degli Stati di Marrakech, il Patto è stato approvato anche dall’Assemblea Generale, diventando così – tra la grande soddisfazione e le molte speranze degli Stati e della società civile – il primo accordo intergovernativo, preparato sotto gli auspici delle Nazioni Unite, per la gestione condivisa di ‘tutte le dimensioni della migrazione internazionale’.

Il Global Compact sulle Migrazioni ha costituito una novità assoluta, con il suo tentativo di suggellare un approccio globale al fenomeno migratorio, attraverso la definizione di impegni e linee guida comuni, per una cooperazione internazionale finalizzata a valorizzare la mobilità umana come motore di sviluppo sostenibile.

Per quanto si tratti di un atto politico e programmatico, che non vincola giuridicamente gli Stati che lo hanno sottoscritto, il Global Compact sulle migrazioni ha rappresentato (e rappresenta), in questo senso, un notevole passo in avanti verso un cambio di rotta, che guardi alla gestione delle migrazioni non più (o comunque non solo) in ottica ‘umanitaria e assistenziale’ ma, piuttosto, secondo forme di coordinamento, tra Stati e società civile, volte ad affermare la stretta correlazione tra migrazione e sviluppo.

Ciò nonostante, la sottoscrizione del Global Compact ha sollevato ampie polemiche sulle posizioni di alcuni Stati dell’Unione europea, in contrasto con le dichiarazioni e gli impegni assunti dall’UE, sul piano interno e internazionale, in ambito migratorio.

L’impegno dell’UE per lo sviluppo sostenibile e una migrazione sicura

Negli ultimi anni, l’Unione si è notevolmente impegnata nella promozione degli obiettivi di sviluppo sostenibile sanciti dall’Agenda 2030, e ha adottato il Nuovo Patto sulle Migrazioni e l’Asilo e alcuni strumenti finanziari che, almeno in teoria, si propongono di migliorare il livello di cooperazione tra gli Stati Membri e favorire percorsi di migrazione sicura e regolare nei Paesi di destinazione e transito dei migranti.


global compact

Anche per questo, il Global Compact for Migration ha trovato un notevole punto d’appoggio nell’UE, sostenendo sin da subito la necessità di soluzioni globali al fenomeno migratorio. Se è vero che la maggior parte degli Stati Membri dell’UE, tra cui Francia e Germania, hanno sottoscritto il Patto, alcuni altri si sono però astenuti o dichiarati contrari all’adozione dello strumento dell’ONU, suscitando una serie di importanti riflessioni a riguardo.

La decisione dell’Italia di non firmare il Global Compact

A non aderire al Global Compact, non sono stati solamente Paesi, come Ungheria e Polonia, tradizionalmente ostili alle politiche di accoglienza dei migranti, ma anche Stati come l’Italia che, da sempre in prima linea nella gestione dei flussi migratori, rivendica da anni un’azione incisiva dell’UE e della comunità internazionale in materia di immigrazione.

Pur avendo dapprima manifestato un orientamento favorevole alla sottoscrizione del Patto, ritenendosi soddisfatto del processo negoziale e della bozza presentata dagli Stati Membri, l’allora governo Conte sospese la propria partecipazione alla conferenza di Marrakech, sostenendo (alla luce però della medesima bozza) che la firma di un documento dell’ONU di tale portata necessitasse dell’approvazione del Parlamento.

A giustificazione della decisione dell’Italia di non firmare il Patto, il rischio che questo potesse rafforzare i diritti dei migranti irregolari nei confronti degli Stati di arrivo, ed equiparare migranti economici e rifugiati politici. Niente di cui stupirsi, del resto, considerate le posizioni dei partiti allora al governo (Lega e Movimento Cinque Stelle) e l’emanazione, giusto qualche giorno prima della Conferenza di Marrakech, del Decreto Sicurezza, voluto da Salvini.

Quello che, almeno a detta di Conte, doveva essere un rinvio momentaneo dell’approvazione del Patto sulle Migrazioni, è presto divenuto un no definitivo. Nel marzo 2019, il Parlamento ha votato contro la sottoscrizione del Global Compact da parte dell’Italia, a ulteriore conferma della divisione tra l’UE e i suoi Stati Membri su questioni inerenti alla politica migratoria. 

Per quanto la gestione dei confini e la regolazione degli ingressi sul proprio territorio rimangano di competenza dei singoli Stati, vale la pena notare come le tensioni che animano i Paesi dell’UE sulle politiche migratorie abbiano indebolito (e indeboliscano) la risposta comune dell’Unione che, a discapito dei suoi impegni sul fronte internazionale, continua a delegare i controlli delle proprie frontiere ai Paesi di transito, attraverso la stipulazione di accordi molto discutibili, come quello con la Turchia.

Nel corso dei due anni di negoziazioni del Patto sulle Migrazioni, l’UE ha tentato fino all’ultimo di proporsi come unico interlocutore, attraverso una sua delegazione  alle Nazioni Unite, salvo poi dover tornare sui suoi vecchi passi, a seguito alla decisione di Austria, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, oltre a Polonia, Ungheria e Italia, di non firmare l’accordo.

International Review Forum, l’ennesima occasione mancata per l’UE?

A quattro anni dall’approvazione del Global Compact, nessuno degli Stati europei che nel 2018 ha negato l’endorsement, ha deciso nel frattempo di aderirvi, continuando a tagliarsi fuori dagli sforzi della comunità internazionale di addivenire a un nuovo sistema di gestione condivisa del fenomeno migratorio.

All’International Review Forum, l’Unione Europea ha partecipato  presentandosi nuovamente come uno tra i tanti interlocutori. I lavori hanno visto impegnati gli Stati dell’ONU e le altre parti interessate (agenzie specializzate, associazioni, organizzazione) in una serie di tavole rotonde volte all’analisi dei dati e delle prassi raccolte nell’ultimo anno, e alla definizione dei passi e degli impegni futuri nell’applicazione del Patto. 

La Dichiarazione sui progressi dell’IMRF (Progress Declaration), adottata al termine della settimana di lavori, ha riaffermato il Global Compact come ‘l’unico quadro completo e sufficientemente ambizioso per la governance internazionale della migrazione’, idoneo a realizzare gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

Per quanto siano certamente da celebrare gli sforzi compiuti in termini di rafforzamento della cooperazione, scambio di prassi e dati, consultazioni tra gli Stati e i diversi stakeholders coinvolti nella revisione del Patto, il Forum ha costituto probabilmente l’ennesima occasione mancata per l’Unione Europea di presentarsi come attore unico e ancora più influente in contesti chiamati a definire regole, prassi, impegni sulle migrazioni a livello internazionale

Dinnanzi a una sfida globale che, impellente, bussa alle porte d’Europa, con i recenti sbarchi a Lampedusa e sempre più persone disposte a intraprendere le insicure rotte orientali, un’UE frammentata non rappresenta di certo la risposta migliore per arrivare a una gestione condivisa ed efficace dei flussi migratori.

Foto di copertina Atilgan Ozdil/Anadolu Agency/Getty Images


Martina Sardo

Racalmutese dal 1994. Dopo la laurea in legge, ho avviato la pratica forense in diritto dell’immigrazione, senza però rinunciare all’altra mia grande passione: il giornalismo.