Alfonsina Strada, la prima donna al Giro d’Italia

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Contrapponendosi alla morale dell’epoca, Alfonsina Strada pedala per l’emancipazione femminile e la parificazione fra i sessi nello sport. Simbolo di coraggio, ambizione e costanza, è la prima donna a partecipare al Giro d’Italia.


Donna, ciclista e pioniera dello sport, Alfonsina Strada, all’anagrafe Alfonsa Rosa Maria Morini, nasce il 16 marzo 1891, a Castelfranco Emilia, da una famiglia di braccianti emiliani. Giovanissima, inizia a pedalare quando il padre le compra una bici, non proprio in ottime condizioni, da un medico del luogo, avvicinandosi così al mondo del ciclismo femminile del quale finirà per scrivere importanti pagine di storia. 

Le prime corse

“Dove vai?” – “A messa”. Chi non ha utilizzato una scusa pur di ritagliarsi uno spazio fatto di quelle cose proibite dalla famiglia, dall’educazione o dalla morale del tempo? Serviva poco per farsi dare della matta e Alfonsina ne è pienamente consapevole quando partecipa alle prime gare emiliane, ovviamente tenendo all’oscuro la sua famiglia, che le aveva proibito di usare la bici, perché la sella poteva far male alla salute delle donne, almeno stando a quello che scrivevano i giornali dell’epoca. Una donna in mezzo a tanti uomini in un mondo, quello dello sport, prettamente maschile. 

Dopo aver sposato il meccanico Luigi Strada, da cui prende il cognome, Alfonsina Strada riceve una bici da corsa proprio dal marito, suo primo sostenitore e manager. Una donna in sella fra le strade piemontesi non desta particolare scandalo e così arrivano le prime vittorie che la portano fino in Russia. Per due anni consecutivi partecipa al Giro di Lombardia, suscitando commenti di una certa ilarità, ma riuscendo in entrambe le occasioni a portare a termine la corsa, piazzandosi al 29° posto nel 1917 e al 21° posto nel 1918. 

Il Giro d’Italia 1924

L’obiettivo più importante è però la partecipazione al Giro d’Italia, che era stata a lungo osteggiata dagli organizzatori. Nel 1924, in un periodo di grave difficoltà a livello familiare, dovuto al ricovero in manicomio del marito e alla conseguente indigenza economica, arriva l’iscrizione di Alfonsina alla “corsa rosa”. 

La partecipazione al Giro d’Italia risulta comunque tutt’altro che semplice: il Resto del Carlino ne mascolinizza il nome, la Gazzetta dello Sport ne fa saltare l’ultima vocale, minandone l’identità, mentre gli organizzatori della corsa non la fanno comparire nell’elenco dei partecipanti. Il timore è quello di trasformare una gara ciclistica così famosa come il Giro d’Italia in una buffoneria.

Solo il giorno in cui viene fischiata la pedalata d’inizio, la partecipazione di Alfonsina ottiene pieno riconoscimento. Se da parte della stampa non arrivano parole di incoraggiamento, il pubblico le dimostra subito affetto e ammirazione, incuriosito da questa donna che tenta a qualsiasi costo di parificare lo sport fra uomini e donne. Nonostante le enormi difficoltà incontrate lungo il percorso e sebbene i suoi tempi non vengano conteggiati per la classifica generale, Alfonsina Strada riesce ad arrivare a Milano, completando la corsa assieme ad altri trenta corridori. 

Icona dello sport femminile 

Il drammaturgo Silvio Zambaldi, in un articolo della Gazzetta dello sport, la definisce una “donnina” la cui popolarità scredita la poderosità e lo sforzo sportivo dei colleghi maschi come Binda e Girardengo. I ciclisti rappresentavano il “sesso forte”, mentre lei il “sesso debole”, apparendo come un’avanguardista del femminismo, che col suo ruolo stava già tentando di rivendicare il diritto al voto. Questa retorica non valorizzava di certo la sua figura, quella di una donna che desiderava, come tante altre, di potersi spingere oltre l’uscio di casa o di pedalare oltre l’aia della propria abitazione.  

Le strade su cui Alfonsina Strada pedala sono tortuose e piene di ostacoli e pregiudizi, scandite dal sarcasmo di chi ne sottolineava l’aspetto, quello di una donna con il taglio da bebè e con i calzoncini corti; ogni forma di discredito era legittima pur di mettere alla prova la sua passione e di minare il suo valore. 

Professionista dal 1907 al 1936, nel corso della sua carriera agonistica riesce ad aggiudicarsi ben trentasei vittorie contro colleghi maschi. Con un misto di ardore e di coraggio, Alfonsina fece della sua passione la chiave di volta che  permise di iniziare a parlare di sport femminile; accanto a lei è importante ricordare  Ondina Valla, prima donna italiana a vincere una medaglia d’oro ai Giochi olimpici.

Alfonsina Strada, in sella alla sua bici, era diventata famosa, tanto da apparire in tv nei varietà. Nel 1950, prendendo ispirazione dalla sua storia, i compositori Giovanni D’Avanzi e Marcello Marchesi, scrissero la canzone Bellezze in bicicletta, resa celebre dall’interpretazione di Silvana Pampanini nell’omonimo film. 

Morirà sola, il 13 settembre 1959, nella sua abitazione milanese, con la tristezza nel cuore, quella di chi aveva temuto di essere stata dimenticata dopo aver deciso di appendere la bici al chiodo e aver gareggiato per l’ultima volta all’età di sessantacinque anni.


Maria Martina Bonaffini

Viaggiatrice solitaria alla volta di nuove terre, mai immobile e sempre (o quasi) con l'ironia in tasca.

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