Il digital divide, il divario oltre la pandemia

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Prima della pandemia, avevamo una bassa percezione del divario digitale, percezione che è cambiata in meno di un anno. In realtà il «digital divide» era molto diffuso a livello globale ben prima della pandemia di Covid-19.


La pandemia ha acuito fragilità e diseguaglianze già presenti nella società e ne ha messe in luce delle nuove. Con l’avvento della DAD e l’intensificarsi dell’utilizzo dello smart working, oggi più che mai avere una connessione internet e un dispositivo elettronico fa la differenza e chi non dispone di questi ormai considerati effettivi beni primari rimane escluso dalla società. Si tratta comunque di un fenomeno che fonda le proprie radici negli anni Novanta, con l’avvento dell’era digitale che ha portato con sé nuove forme di diritti esercitabili online, diritti che non possono essere esercitati a causa di un divario nell’accesso di tali beni.

Il digital divide – o divario digitale – è la disparità, dunque una discriminazione, che si crea tra chi ha l’accesso (adeguato) a internet e chi non ce l’ha: questo divario determina l’esclusione dalla società con forti ripercussioni socio-economiche e culturali. L’effetto del divario, dunque, crea disuguaglianze tra chi possiede e chi non possiede strumenti adeguati per potersi connettere (have vs. have-nots), ma anche tra chi possiede e non possiede competenze digitali adeguate per utilizzare dispositivi digitali.

Queste forti discriminazioni sono riscontrabili soprattutto in fasce di popolazioni appartenenti a categorie svantaggiate: anziani (digital divide intergenerazionale); donne non occupate o con particolari condizioni (digital divide di genere), immigrati (digital divide linguistico-culturale); disabili; e persone con un basso livello di istruzione i quali presentano difficoltà nell’utilizzo di strumenti informatici e dispositivi elettronici.

Il termine «digital divide» è stato coniato negli anni Novanta da Al Gore, vicepresidente dell’amministrazione Clinton, per indicare il divario tra information haves e gli information have-nots. In un suo discorso nell’ambito del programma K-12 Education, il vicepresidente Gore sottolineò come la tecnologia possa essere uno strumento estremamente positivo per la società, in termini di condivisione di informazioni e conoscenze a portata di tutti, quanto negativo, in termini di rafforzamento delle disuguaglianze ed esclusione per chi non possiede gli strumenti e competenze adeguate per poter accedere a tali conoscenze e informazioni.

Sono stati individuati tre tipi di barriere di accesso da abbattere per rimuovere il divario digitale. La prima è quella dell’accesso fisico agli strumenti digitali, quali computer, smartphone e reti internet. La seconda riguarda l’accesso finanziario ai dispositivi ICT, al traffico dati e alle applicazioni; all’interno della barriera finanziaria si inseriscono anche i costi della formazione per l’utilizzo dei dispositivi, i costi di manutenzione e tutte le infrastrutture che permettono l’accesso a Internet. Infine, vi è la barriera di accesso socio-demografico, secondo la quale determinate caratteristiche socio-demografiche, come il reddito e i livelli di istruzione, favoriscono o limitano l’accesso ai dispositivi digitali.

Digital divide nel mondo: i dati

Secondo i dati raccolti nel report Global digital divide 2020, a livello globale gli utenti che utilizzano internet sono circa 4,66 miliardi (il 59% della popolazione), mentre la restante parte (il 41% della popolazione mondiale) non ha completamente accesso a internet. Il 41% della popolazione mondiale, dunque, non può accedere quotidianamente a fonti di informazione, non può usufruire della DAD, non può effettuare acquisti online: in altre parole, non può svolgere tutte quelle attività ormai date per scontate nella nostra società e considerate vitali, soprattutto nei periodi di lockdown durante i quali la vita digitale ha sopperito ai bisogni di contatti fisici e ha reso meno pesante il distanziamento.

Secondo il The Global Risks Report 2021 redatto da World Economic Forum (WEF) la pandemia ha accelerato la digitalizzazione nella totalità degli ambiti della società (dall’istruzione all’interazione umana, dall’e-commerce allo smart working), ma questa velocità di questo sviluppo non porterà soltanto benefici. 

Una fetta di popolazione, infatti, sarà sempre più esclusa dalla società e si assisterà alla nascita di nuove fratture sociali o all’aggravamento di quelle esistenti. Una rapida digitalizzazione, inoltre, costituisce nel lungo periodo falle nella regolamentazione della tecnologia e maggiore manipolazione delle informazioni condivise, determinando dunque una mancanza di trasparenza nei confronti di chi ha accesso a internet.

A livello globale, in Asia sono maggiormente diffuse le barriere di accesso ai dispositivi digitali. Secondo i dati raccolti dal WEF, l’Asia è il continente con meno accesso a internet, in India il 50% della popolazione (pari a 700 milioni di persone) non ha accesso a internet, seguita dalla Cina con il 41% (circa 600 milioni di persone), e il Pakistan con circa 142 milioni di persone senza accesso a internet (pari al 65% della popolazione).

Inoltre, il WEF ha individuato Paesi in cui l’accesso a internet è quasi inesistente: in Corea del Nord, ad esempio, il 100% della popolazione è offline (25,7 milioni di persone); a seguire vi è il Sud Sudan con il 92% (oltre 10 milioni) e l’Eritrea, sempre con il 92% della popolazione (oltre 3 milioni di persone).

Digital divide in Italia

La situazione italiana nell’ambito del progresso (e del divario) digitale può essere osservato in comparazione con gli altri Paesi Ue. Dal 2014 la Commissione Europea pubblica ogni anno il DESI, l’Indice di digitalizzazione dell’economia e della società, per monitorare progressi e lacune nel processo di digitalizzazione compiuto dagli Stati membri. 

In particolare, il DESI 2020 mette in luce come le risorse digitali abbiamo ormai un ruolo determinante nella società: questo è stato fortemente dimostrato in questo periodo pandemico, poiché le risorse digitali a disposizione hanno reso (e rendono ancora) possibile la prosecuzione del lavoro, il monitoraggio della diffusione del virus e l’accelerazione della ricerca di farmaci e vaccini. Secondo l’Indice DESI 2020, l’Italia è al 25esimo posto su 28 Paesi, seguita da Romania, Grecia e Bulgaria. Rispetto al 2019, l’Italia è scesa di due posizioni (23 su 28).

Secondo il DESI, solo il 74% degli italiani usa internet abitualmente. In Italia sussistono carenze nelle competenze digitali di base e il capitale umano non è al passo con il progresso digitale: il numero di laureati nel settore ICT è al di sotto della media Ue. La carenza di personale qualificato si riflette anche nel limitato utilizzo dei servizi online, compresi i servizi pubblici digitali; l’offerta di questi ultimi è relativamente alta ma vengono scarsamente utilizzati dalla popolazione.

Nel 2019, però, è cresciuta l’attenzione verso il potenziamento della digitalizzazione: il Ministero per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione ha presentato nel dicembre del 2019 il piano quinquennale Italia 2025, che pone la digitalizzazione e l’innovazione al centro di “un processo di trasformazione strutturale e radicale del Paese”.

DAD e divario digitale

Dopo quasi due anni scolastici in DAD, è facilmente constatabile quanto sia alta la mancanza di strumenti digitali adeguati, oltre alle lacune nelle competenze digitali: questo è dovuto al fatto che i dispositivi elettronici non sono mai stati integrati nelle attività didattico-educative degli insegnanti, ponendo l’intero sistema scolastico davanti a un problema, molto spesso ignorato e che oggi ha presentato il suo conto. 

Il divario digitale nel sistema-scuola causato dalla mancanza di competenze digitali di base non risparmia nessuno: insegnanti, dirigenti scolastici e anche il Ministero. Per quanto riguarda gli alunni, sono riscontrabili meno lacune a livello di competenze (non per altro vengono definiti nativi digitali), ma la DAD ha messo in evidenza gravi disuguaglianze socio-economiche: non tutte le famiglie posseggono un computer, o comunque non tutte possono permettersi di avere più dispositivi da utilizzare per la DAD e per lo smart working. Le risorse stanziate dal Ministero dall’inizio della pandemia per aiutare famiglie meno abbienti hanno attutito alcune di queste disuguaglianze, ma non è stato sufficiente.

Con il progredire delle campagne vaccinali, l’auspicio è quello di ridurre la DAD dal settembre 2021 per poter limitare l’acuirsi di queste differenze economico-sociali che comportano la diffusione di nuove problematiche, come la dispersione scolastica, poiché oltre a problematiche psicologiche (dovute alla solitudine, demotivazione, e l’aumento di disturbi psicologici negli adolescenti) l’impossibilità di disporre di apparecchi elettronici per seguire le lezioni e la mancanza di competenze digitali (non possedute in gran parte dagli insegnanti che non hanno saputo adattare il metodo di insegnamento alle piattaforme digitali) ha comportato l’aumento degli abbandoni scolastici, con oltre 34 mila tra studenti e studentesse non più frequentanti già a gennaio 2021.

Immagine in copertina Franckileon


Valentina Pizzuto Antinoro

Seguo con interesse tutto ciò che riguarda la promozione di diritti umani. Dopo diverse esperienze all’estero ho capito di essere al 100% una "siciliana di scoglio".

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