Il caso Nomadland: Oscar meritati o solo “politici”?

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Il trionfo agli Oscar di Chloé Zhao e del suo Nomadland ha destato non poche perplessità. Il caso fa interrogare su un’edizione segnata dal merito o soltanto “politica”.


A mente lucida, si sa, pensare viene meglio. E adesso che i riflettori si sono spenti, gli applausi sono cessati, il sipario è calato, e quella notte del 25 aprile sembra già distante anni luce, possiamo prendere un respiro e ragionare. Che la 93esima edizione degli Oscar sia stata sui generis è stato sotto gli occhi di tutti e non sarebbe potuto essere altrimenti: spettacolo quasi assente, molti momenti morti, nel tentativo di far apparire “normale” qualcosa che non lo era. E come avrebbe potuto, con il mondo in ginocchio da più di un anno per via di una pandemia, e il settore del cinema che è tuttora tra i più colpiti e penalizzati.

Show must go on

Ad ogni modo «lo spettacolo deve continuare», e infatti non si è mai pensato, neppure per un secondo, di “saltare” l’assegnazione degli Academy Awards o di rimandarla a data da destinarsi: con ogni precauzione possibile, distanziamento, tamponi, quarantene forzate, il 25 aprile scorso sono stati assegnati i premi più importanti della storia del cinema. E ovviamente non sono mancate le polemiche.

A trionfare, come sappiamo, è stato il già pluripremiato Nomadland di Chloé Zhao (pseudonimo di Zhao Ting): Miglior film, Miglior regia, Miglior attrice protagonista con Frances McDormand. Per la seconda volta nella storia la vittoria della statuetta più ambita da parte di una regista (la prima era stata la regista Kathryn Bigelow nel 2011 col suo The hurt locker), e prima volta per un’asiatica: due elementi che non sono certo passati inosservati.

La poca presenza storica femminile (con la conseguente penuria di premi vinti) è stata particolarmente sottolineata in quest’ultima edizione degli Oscar, complice una sensibilità e un’attenzione sempre maggiori al tema: più in generale, si può dire che negli ultimi anni vi sia stato un interesse crescente alle discriminazioni perpetrate nei confronti delle minoranze. Non è un caso che la statuetta per il Miglior cortometraggio sia andata a Two distant strangers, corto di Netflix che ha alla base il tema della violenza delle forze dell’ordine americane verso gli afroamericani (assordante e chiaro per tutti i 32 minuti di durata della pellicola quel terribile “I can’t breathe” che riporta a George Floyd).

Nomadland: quanto c’è di politico in questa vittoria?

La vittoria di Nomadland non dovrebbe, dunque, stupirci: al contrario, sarebbe più opportuno affermare che questo film non poteva non vincere. Poiché è un film inclusivo, che racchiude in sé molte di quelle tematiche sociali urgenti di cui l’opinione pubblica ha bisogno: il problema delle discriminazioni di genere e di etnia (Chloé Zhao seconda regista donna a vincere, e prima asiatica in assoluto), il problema della perdita del lavoro, il focus sugli “ultimi”, coloro che vivono ai margini come nomadi moderni (c’è addirittura chi ci ha visto l’esaltazione del «vero spirito americano» che vuole riprendersi dopo Donald Trump).

Probabilmente questo è uno dei principali motivi per cui non ha vinto Mank, pellicola di David Fincher con uno strepitoso Gary Oldman, che si è portata a casa “solo” (si fa per dire) due delle dieci statuette a cui era stato candidato (fotografia e scenografia): troppa poca inclusione in un film con ambientazione negli anni ‘30, dove non si parla di razzismo, di omosessuali, nonostante vi si celebri la storia del cinema attraverso Quarto potere di Orson Welles.

Ma allora quanto c’è di meritato nella vittoria di Nomadland, e quanto invece è stato dovuto al dibattito sul politically correct che sembra perseguitarci? Non si sta certo affermando che l’opera della Zhao sia un brutto film, tutt’altro: la fotografia è mozzafiato, con scene che sembrano veri e propri quadri, e una Frances McDormand perfetta, come sempre.

Ma davvero era il «miglior film» tra quelli in concorso? Il fatto che spesso i discorsi su questa pellicola trascendano la pellicola stessa, andando a finire su ben altre tematiche (nobili, ma estranee all’operato cinematografico in sé), la dice lunga: se il regista fosse stato un uomo, probabilmente la discussione su Nomadland si concentrerebbe su altro.

Vittorie un po’ scontate

Il punto è che dovremmo chiederci quanto le valutazioni dei film riescano a essere oggettive e quanto invece risultino influenzate dalla politica, dall’opinione pubblica, dai media, dalle tematiche del momento.

Alcune vittorie erano considerate talmente tanto scontate che è stata persino invertita la scaletta dell’assegnazione del premio Best actor, spostato al posto di Best movie tradizionalmente assegnato sul finale: forse un tentativo di chiudere in modo toccante la serata, dato che uno degli attori candidati era Chadwick Boseman per Ma Rainey’s Black Bottom, scomparso prematuramente ad agosto scorso, e dato come favorito (come se fosse “dovuto” assegnare l’Oscar postumo). 

Sir Anthony Hopkins ha scombinato questi piani, vincendo per la sua interpretazione in The father, e non essendo neppure collegato da remoto (nonostante ciò, non ha mancato di ricordare il collega nel suo video di ringraziamento apparso qualche ora dopo sul web).

È chiaro che il cinema da sempre si mostri come specchio della società, ne denunci i lati oscuri e ne sottolinei i cambiamenti, sia in positivo che in negativo, e anzi spinga per potenziali rinnovamenti: forse, però, si dovrebbe cercare di tornare a giudicare e apprezzare attori, registi, film per i loro meriti reali, epurandoli da tutto ciò che può essere strumentale al politicamente corretto.


Silvia Scalisi

Segretario di Eco Internazionale. Laureata in Giurisprudenza, alla passione per il diritto associo quella per la letteratura, il cinema e la musica.

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