Mario Francese, il coraggio della verità

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Sei colpi di pistola, Mario Francese a terra, esanime. A Palermo muore un giornalista “di razza” che ha messo il naso nel malaffare che coinvolge le istituzioni e la mafia.


La sera del 26 Gennaio 1979, a Palermo, all’angolo tra Via Brigata Verona e Viale Campania, echeggiarono sei colpi di arma da fuoco: Mario Francese, cronista di cronaca giudiziaria presso il Giornale di Sicilia, è stato ucciso mentre tornava a casa dalla redazione. L’assassino verrà identificato in Leoluca Bagarella, boss dei corleonesi e luogotenente di Totò Riina.

Il primo ad arrivare sul posto fu Giuseppe, il figlio minore del giornalista, allora dodicenne. Il maggiore, Giulio, attuale Presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia, per un crudele scherzo del destino giunse qualche momento dopo, chiedendo chi fosse stato ucciso, scoprendo così, dal Comandante della Squadra Mobile di Palermo Boris Giuliano, che si trattava proprio di suo padre. 

L’omicidio di Mario Francese venne inizialmente archiviato. Come molti giornalisti “di razza” prima di lui, colpevoli solamente di aver raccontato la verità e di aver informato i cittadini, Francese venne ucciso prima con il piombo, poi con il fango. Si tentò, da più parti, di delegittimarlo in modo tale da screditare le sue stesse inchieste; venne negato con ostinazione ogni possibile coinvolgimento della mafia nella sua morte.

Nonostante ciò, grazie alla caparbietà e all’insistenza di Giuseppe, figlio del cronista che raccolse in un dossier tutti gli articoli del padre – ottenendo, tra l’altro, nuove prove e testimonianze – il caso venne, infine, riaperto. Cresciuto con il vuoto lasciato dal padre, questo “gigante fragile”, come spesso lo definirono i fratelli, sentì certamente la necessità di provare a riabbracciarlo attraverso i ricordi della famiglia e il racconto cartaceo delle sue indagini, ricostruendo dentro di sé la figura paterna con la quale non avrebbe più potuto confrontarsi.

Il 10 Maggio del 2000, si giunse in tal modo al processo, svoltosi con rito abbreviato, e l’11 aprile 2001, furono condannati a 30 anni Totò Riina, Francesco Madonia, Michele Greco e l’esecutore materiale Leoluca Bagarella. 

Nella sentenza veniva scritto a proposito di Mario Francese: «una straordinaria capacità di operare collegamenti fra i fatti di cronaca più significativi, di interpretarli con coraggiosa intelligenza, e di tracciare così una ricostruzione di eccezionale chiarezza e credibilità sulle linee evolutive di Cosa Nostra, in una fase storica in cui oltre a emergere le penetranti e diffuse infiltrazioni mafiose nel mondo degli appalti e dell’economia, iniziava a delinearsi la strategia di attacco di Cosa Nostra alle istituzioni».

La memoria di Mario Francese venne così restituita alla società civile, ma la soddisfazione della sua famiglia fu di breve durata. Nonostante l’agognata vittoria giudiziaria, infatti, Giuseppe Francese si tolse la vita nella notte tra il 2 ed il 3 settembre 2002. Ai fratelli regalò un diario dedicato al padre. Nella prima pagina si leggeva «ricordo bene le tue mani bellissime ed i tuoi occhi scuri pieni di bontà».

Mario Francese, in ricordo del quale, nel 1993, venne istituito l’omonimo premio giornalistico, fu per molti versi un precursore. In un periodo – la seconda metà degli anni ‘70 – in cui gli stessi inquirenti facevano fatica a ricostruire  le “mappe” delle famiglie mafiose, questo infaticabile cronista d’inchiesta intuì per primo le grandi manovre evolutive di Cosa Nostra; seppe cogliere, in particolare, quelli che erano i nuovi interessi mafiosi che non vertevano più sul contrabbando o l’edilizia cittadina, ma piuttosto sul settore degli appalti pubblici, nel quadro di un invisibile quanto insidioso patto tra Stato e criminalità organizzata. 

Ulteriormente, Francese fu tra i primi a comprendere e raccontare che l’omicidio di Peppino Impastato non era stato un semplice atto terroristico, come si voleva far credere, ma un vero e proprio delitto di mafia; fu anche l’unico tra i giornalisti dell’epoca che riuscì a intervistare Ninetta Bagarella, moglie di Totò Riina quando, recatasi in Tribunale per contestare le accuse di favoreggiamento nonché il suo ruolo di collegamento tra l’allora fidanzato e la cosca dei corleonesi, sostenne di essere “solo una donna innamorata”. 

Ma l’inchiesta più scottante tra quelle seguite da Francese fu senza ombra di dubbio quella legata alla pioggia di miliardi che investì la ricostruzione post terremoto del Belice e, in particolare, alla cosiddetta Diga Garcia.  Il giornalista vi cominciò a lavorare grazie alle informazioni fornitegli dal Colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo, scoprendo così un affare senza precedenti che fruttò alla mafia ben 350 miliardi delle vecchie lire.

In particolare venne fuori che Don Peppino Garda, costruttore e presunto boss di Monreale, aveva venduto frettolosamente molti degli edifici costruiti in via Sciuti in società con Peppino Quartuccio, ricavando circa cento milioni, poi reinvestiti in un latifondo, nei pressi del Lago Garcia. Nel 1975, attraverso la società paravento Risa, Riina e i corleonesi presentarono un progetto per la costruzione delladiga, ottenendone l’approvazione. Iniziarono allora le procedure per gli espropri e i conseguenti guadagni: per i terreni pagati complessivamente due miliardi di lire, grazie alla Cassa del Mezzogiorno, vecchi e nuovi proprietari ne ottennero ben diciassette mentre l’opera della diga rimaneva incompiuta.

L’affare però non riguardò solo i terreni, ma anche subappalti, forniture di cemento, pietrame e quant’altro, posti di lavoro da distribuire, mezzi meccanici da affittare. Un intreccio di appetiti che lasciò sul suolo una dozzina di morti e una scia di attentati. Tra questi, quello che nel 1977 coinvolse lo stesso Colonnello Russo, al quale Francese fece menzione nell’inchiesta in sei puntate relativa agli appalti, pubblicata lo stesso anno sul Giornale di Sicilia: «Russo ucciso per ordine dei corleonesi. Richiesto forse un mandato di cattura per Leoluca Bagarella. L’eliminazione del Colonnello sarebbe stata decisa per le indagini sui subappalti della Diga Garcia».

Subito dopo la pubblicazione dei risultati delle sue indagini, Mario Francese iniziò a ricevere minacce, ma rifiutò ostinatamente l’offerta di una scorta. Lo stesso caporedattore, Lucio Galluzzo, subì un attentato ai danni della sua abitazione, mentre il direttore Lino Rizzi ritrovò la sua auto danneggiata. 

Nonostante ciò e nonostante i consigli di quanti continuavano a ripetergli «Mariuzzo, ma chi te lo fa fare?», Francese decise di rimanere a Palermo e continuare quelle inchieste che per lui erano una vera e propria missione. «Uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado!» disse, salutando i colleghi, il 26 gennaio di 42 anni fa. E rimase per sempre nella nostra memoria.


Beatrice Raffagnino

Il giornalismo, la scrittura e la fotografia sono stati sempre parte del mio modo d'essere. È una forma d'amore e di ribellione il voler conoscere.

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