Addio Pablito

Condividi

Dopo la scomparsa di Maradona, il mondo del calcio piange la morte di Paolo Rossi, il “ragazzo di provincia”, eroe indimenticabile dei Mondiali dell’82.


Quella di Paolo Rossi è la storia di un ragazzo di provincia capace di ottenere la ribalta nazionale, la storia di un calciatore normale capace di diventare un fuoriclasse, la storia di uno sportivo italiano capace di diventare famoso in tutto il mondo. Lui stesso, nella sua autobiografia ‘Ho fatto piangere il Brasile’, si definiva così: «Non ero un fenomeno. Non ero nemmeno un fuoriclasse. Misi le mie qualità al servizio della volontà. Ero un calciatore normale ma sono riuscito a far piangere il Brasile». 

Attaccante di media statura, con spiccato senso del gol e buone capacità tecniche, Rossi è stato uno dei più grandi centravanti della storia del calcio italiano. Dopo l’esordio con la maglia del Como, la svolta della sua carriera arriva con il Lanerossi Vicenza, squadra in cui milita dal 1976 al 1978, vincendo il titolo di capocannoniere per due stagioni consecutive (in Serie B nel 1977 e in Serie A nel 1978). Ai Mondiali del 1978, in Argentina, fu tra i protagonisti del brillante cammino azzurro, chiuso sfortunatamente al quarto posto. 

Trasferitosi al Perugia, dopo la retrocessione del Vicenza, Rossi viene coinvolto in uno scandalo legato al calcioscommesse, che gli costa due anni di squalifica. La sua storia calcistica sembra giunta al capolinea, ma Giampiero Boniperti ed Enzo Bearzot credono ancora nelle sue potenzialità. Il primo, presidente della Juventus, lo riporta a Torino, dove Rossi aveva mosso i primi passi nei settori giovanili bianconeri. Il secondo, commissario tecnico della Nazionale, gli dà fiducia e lo convoca per il campionato mondiale del 1982, organizzato dalla Spagna. 

Per Rossi è l’occasione del rilancio, dopo l’onta della squalifica. Gli azzurri iniziano il torneo con tre pareggi contro Polonia, Perù e Camerun, qualificandosi al secondo turno soltanto grazie alla migliore differenza reti rispetto agli africani. Le prestazioni di Rossi sono molto deludenti, ma Bearzot insiste nel farlo giocare al centro dell’attacco, preferendolo a Roberto Pruzzo, ultimo capocannoniere di Serie A. Battuta l’Argentina, campione uscente, l’Italia si gioca il passaggio in semifinale contro il Brasile, il 5 luglio, allo stadio di Sarrià, a Barcellona. Al cospetto dei fenomeni verdeoro, Zico, Falcao, Socrates e Cerezo, la Nazionale italiana sfodera una prestazione sontuosa e Rossi è il mattatore dell’incontro con la sua tripletta, decisiva nel 3a2 finale. La semifinale contro la Polonia conferma lo stato di grazia del centravanti, autore di una doppietta. La finalissima del Mondiale, giocata contro la Germania Ovest l’11 luglio 1982, proietta Rossi nell’olimpo del calcio. È sua la prima rete degli azzurri, a inizio ripresa, utile per sbloccare il risultato. La partita finisce 3a1 per l’Italia, campione del mondo per la terza volta nella sua storia. Rossi si laurea capocannoniere del torneo con 6 reti, diventando per tutti Pablito

Il 1982 di Paolo Rossi si conclude con la vittoria del Pallone d’oro, riconoscimento prestigioso che gli italiani avevano vinto soltanto con Gianni Rivera, nel 1969. La carriera di Pablito continua a essere costellata di successi con la Juventus: due scudetti, una Coppa Italia, una Coppa delle Coppe, una Coppa dei Campioni e una Supercoppa europea. Chiusa l’esperienza in bianconero, gioca nel Milan e nel Verona, ritirandosi all’età di 31 anni a causa dei numerosi problemi alle ginocchia. In Nazionale, totalizzó 48 presenze e 20 reti, detenendo tra l’altro il record di marcature (nove) ai Mondiali, assieme a Roberto Baggio e Christian Vieri. 

Appese le scarpe al chiodo, Rossi si è impegnato in diversi progetti di ambito sociale ed è stato opinionista in svariati programmi di approfondimento calcistico. Assieme ai compagni di squadra di Spagna ’82, ha rappresentato per anni un punto di riferimento per l’intero movimento del calcio italiano. L’ultima partita della sua vita l’ha dovuta combattere contro un tumore ai polmoni, che purtroppo, la scorsa settimana, l’ha stroncato. Lascia la moglie Federica, tre figli e un vuoto enorme in tutti coloro che hanno avuto modo di conoscerlo, dagli amici ai colleghi. 

Da giorni, si susseguono manifestazioni di affetto nei confronti dell’uomo e del calciatore Paolo Rossi, prematuramente scomparso all’età di 64 anni. Toccanti le parole con le quali hanno voluto ricordarlo Giovanni Trapattoni («Ciao Paolo. I giocatori non dovrebbero andarsene prima degli allenatori»), Fulvio Collovati («Se sono campione del mondo lo devo a lui, ai suoi gol e a quel mondiale fantastico»), Bruno Conti («Ciao amico, ci hai portato sul tetto del mondo. Maledetto 2020») e Dino Zoff («Fatico a capire, Paolo era intelligente, simpatico, scherzoso. Abbiamo sempre avuto un grande rapporto con Paolo, veramente speciale. Non pensavo che la situazione fosse così grave. È difficile ora capire e accettare che non ci sia più»). 

A dimostrazione della caratura mondiale del nostro Pablito, numerosi sono stati anche i campioni stranieri a rendergli omaggio. Per Paulo Roberto Falcao, avversario nella mitica sfida tra Italia e Brasile ai Mondiali del 1982, «il Brasile ha già pianto per colpa sua, ora piange per lui. Paolo Rossi ci ha tolto una coppa del mondo, ma ci ha conquistato con la sua voglia di vivere e giocare a calcio». Michel Platini, suo compagno di squadra alla Juventus, l’ha ricordato così: «Abbiamo giocato tre stagioni insieme alla Juventus, dal 1982 al 1985, e abbiamo vinto tutto. Era davvero un bravo ragazzo, Paolo». Amare le parole del grande Pelè: «Purtroppo ultimamente il cielo sta ricevendo molti fuoriclasse». In effetti, la morte di Rossi arriva a due settimane di distanza da quella di Diego Armando Maradona, rendendo ancora più doloroso il bilancio di un 2020 che era iniziato con la tragica scomparsa di Kobe Bryant

La cerimonia funebre di Rossi si è tenuta sabato mattina, nella cattedrale di Vicenza. Il feretro del campione, sul quale è stata posta la maglia azzurra della Nazionale col numero 20, è stato portato da alcuni dei suoi ex compagni, protagonisti del trionfo “Mundial” ai Mondiali di Spagna nel 1982: da Marco Tardelli a Giancarlo Antognoni, da Fulvio Collovati ad Antonio Cabrini. Proprio quest’ultimo ha voluto tributargli un ultimo straziante saluto: «Non ho perso solo un compagno di squadra, ma un amico e un fratello. Insieme abbiamo combattuto, vinto e a volte perso, sempre rialzandoci anche davanti alle delusioni. Siamo stati parte di un gruppo, quel gruppo, il nostro gruppo. Non pensavo ti saresti allontanato così presto, ma che avremmo camminato ancora insieme. Già mi manchi, le tue parole di conforto, le tue battute, i tuoi stupidi scherzi, le tue improvvisate e il tuo sorriso. Mi manca proprio tutto di te. Oggi voglio ringraziarti perché se sono quello che sono lo devo anche al meraviglioso amico che sei stato. Io non ti lascerò mai, ma tu stai vicino a tutti noi, come io starò vicino a Federica e ai tuoi figli. Ma tu resta vicino a me».


Francesco Polizzotto

Direttore editoriale di Eco Internazionale. Tra le mie passioni segnalo la storia, il giornalismo ed il Milan. Sono strano, sono di destra ma ho anche dei difetti.

error: Content is protected !!