Ut Unum sint: la ricomposizione dello scisma d’Oriente è sempre più vicina?
Dal 30 agosto al 4 settembre si è svolto a Budapest il 27esimo Congresso internazionale delle Chiese Orientali. Al centro dei lavori lo studio di un documento pubblicato nel 2024 dalla Libreria Editrice Vaticana che ha per argomento il primato del vescovo di Roma. Lo status particolare del Papa rispetto al dialogo sinodale ed ecumenico tra la Chiesa Cattolica e quella Orientale sembra dunque essere tornato al centro del dibattito grazie anche a nuove clamorose dichiarazioni del Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I.
Lo stato dei rapporti tra cattolici e ortodossi
Più di cinquanta esperti di diritto canonico, sia cattolici che ortodossi si sono incontrati a inizio settembre a Budapest per la ventisettesima edizione del convegno della società internazionale delle Chiese Orientali. Il titolo del convegno: “Il Vescovo di Roma. Orizzonti futuri delle antiche tradizioni per i cattolici e gli ortodossi” riporta dopo quasi mille anni di scisma il primato del papato al centro del dibattito in merito alla governance del cristianesimo non riformato.
Oggi, nel mondo il numero dei cattolici è di circa 1 miliardo e 406 milioni, il 17,8% della popolazione mondiale. Mentre quello degli ortodossi è di circa 295 milioni, principalmente concentrati in Europa e in Asia. Rispetto al numero dei protestanti che sono circa 637 milioni, mettendo questo dato in relazione col numero totale stimato dei cristiani nel mondo risulta che Cattolici e Ortodossi insieme rappresentino il 73% percento dei cristiani totali.
Lo scisma d’Oriente, avvenuto nel 1054 tra la Chiesa di Roma e il patriarcato di Costantinopoli rappresenta ancora oggi un evento che ha cambiato per sempre il destino di interi popoli e degli imperi (oggi stati) che le rispettive tradizioni cristiane hanno plasmato.
Giovanni Paolo II pubblicò nel 1995 La famosa enciclica Ut Unum sint, sognando l’ipotesi di ricucire lo scisma dopo più di nove secoli, a distanza di trentun anni possiamo forse iniziare a vedere questo sogno realizzarsi?
Le recenti parole del patriarca Bartolomeo I non sembrano lasciare molto spazio all’interpretazione: «Attendiamo, per grazia e con l’aiuto dall’alto, il ripristino della piena comunione con la Chiesa di Roma nell’unico Corpo dell’unica, santa, cattolica e apostolica Chiesa» come riportato da UCCRonline.
Alla luce di queste importantissime dichiarazioni occorre tornare a domandarsi su quali basi dottrinali si fondi il primato petrino, alla luce del Catechismo della Chiesa Cattolica. Gli articoli 880, 881, 882 del Catechismo riassumono tale verità motivandola secondo quanto segue: “Del solo Simone, al quale diede il nome di Pietro, il Signore ha fatto la pietra della sua Chiesa […] l’ha costituito pastore di tutto il gregge. Ma l’incarico di legare e di sciogliere ciò che è stato dato a Pietro, risulta essere stato concesso al collegio degli Apostoli, unito col suo capo”.

Un breve riepilogo delle fonti documentali
Il Magistero, ovvero l’autorità esercitata dal Papa insieme ai vescovi, non è tuttavia da considerarsi una fonte del diritto alla stregua di quelle che per gli Stati sono le costituzioni, ma la condensazione della tradizione dottrinale e insieme della storia della Chiesa, più di due millenni di concili, dogmi, scismi e diatribe dottrinali le quali hanno sempre cercato di tenere insieme novità e tradizione in una istituzione che non ha equivalenti sul piano politico. La Chiesa continua, infatti, nonostante la crisi vocazionale e la laicizzazione della società, ad essere un punto di riferimento morale e valoriale cruciale e ad esercitare un potere reale che influenza ancora oggi il corso della storia.
Gli appelli del Papa, che troppo spesso ci appaiono parole e moniti lasciati cadere nel vuoto dai leader mondiali non rispecchiano nella pratica la totalità dell’influenza della Chiesa di Roma, la quale è piuttosto da ricercarsi nei documenti ufficiali, negli accordi e nei concordati pubblici e privati che vengono ratificati e di cui spesso poco o nulla viene divulgato dalla stampa mainstream, troppo influenzata dai governi e dalle ideologie politiche dominanti. Qual è dunque, a livello documentale, lo stato dei rapporti fra la Chiesa di Roma e le Chiese orientali che si sentono rappresentate da Costantinopoli?
Se gli atti più antichi rintracciabili sono contenuti nell’epistolario di Papa Leone IX, che insieme alla bolla di scomunica del Cardinale Umberto di Silva Candida e, di contro, all’editto sinodale di Michele I Cerulario (patriarca di Costantinopoli nel 1054) sancirono l’inizio del Grande Scisma, abbiamo oggi poca nozione dell’esistenza di un documento formale di riconciliazione affatto nuovo, si tratta della Dichiarazione comune firmata da Papa Paolo VI e dal patriarca Atenagora I nel 1965. Tale documento ha rappresentato la prima svolta epocale a distanza di 900 anni dalla separazione formale (1054) e poi ufficiale (Sinodo di Costantinopoli del 1484) tra Roma e le Chiese Orientali.
Perché la dichiarazione del 1965 non è bastata?
Il gesto compiuto da Papa Paolo VI e dal patriarca Atenagora I ha sancito il superamento delle reciproche scomuniche che sono state formalmente ritirate, ma questo non è bastato a ricomporre nuovamente in un solo corpo queste due differenti tradizioni cristiane.
La questione dottrinale relativa al filioque pronunciato nel Credo di rito romano, che per secoli è stata indicata come il pomo della discordia nonché la ragione principale del Grande Scisma, appare oggi dai teologi di entrambe le parti come una questione marginale, trattandosi dopotutto più di una disputa di natura terminologica che dottrinale, le cui ragioni di fondo sono da ricondurre alle lotte contro la diffusione dell’eresia di Ario in Occidente. La dottrina della “monarchia del Padre” resta dunque valida in entrambe le interpretazioni, le quali vengono dai teologi considerate complementari e coesistenti, sia nella tradizione latina che in quella greco-ortodossa.
Il punto cruciale che tiene ancora formalmente le due tradizioni liturgiche e le rispettive istituzioni ecclesiali ancora separate è proprio l’interpretazione del primato papale. Il Patriarca Bartolomeo, ha quest’anno infatti (e non a caso) citato il suo predecessore Atenagora I nell’interpretazione del vescovo di Roma come un primus inter pares, la cui specifica funzione è quella di un primato “per onore” e “di servizio nell’amore”.
Ciò che manca, dunque, ha ormai poco o nulla a che fare con la dottrina quanto piuttosto con la governance istituzionale. Una ricomposizione reale e definitiva che reintegri di nuovo e completamente le Chiese orientali con la Sede Apostolica significherebbe per le prime accogliere il diritto canonico come legge propria, la Curia come organo di governo, il tribunale della Segnatura Apostolica come ultima sede amministrativa della giustizia e il Pontefice romano come capo di governo contro la cui “sentenza o il decreto […] non si dà appello né ricorso” (Can. 333 §3).
Ciò che resta da fare sembra dunque trovare la strada per un reintegro giuridico-politico delle Chiese Orientali, un ponte che può essere costruito solo se anche sul piano governativo e istituzionale ambo le parti desidereranno, nel prossimo futuro, lavorare insieme come membra vive di un solo corpo.


