Iran, quale futuro per l’accordo sul nucleare?

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La morte di Mohsen Fakhrizadeh, lo scienziato a capo del programma nucleare iraniano, fa ancora discutere. Quali sono le prospettive sul nucleare in Iran e sulle relazioni con gli USA?


Mohsen Fakhrizadeh è ormai diventato un martire in Iran. Uomo chiave del programma nucleare iraniano, Fakhrizadeh è stato assassinato in pieno giorno venerdì 27 novembre ad Absard, cittadina vicino alla capitale. In passato era già sfuggito a un altro attentato, attribuito ai servizi segreti israeliani. Era l’unico scienziato iraniano che sedesse al tavolo della Iea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, oltre a essere ritenuto l’ideatore dei programmi segreti per le armi nucleari.

Nei giorni successivi all’agguato, il generale e ministro della Difesa iraniano Amir Hatami ha dichiarato: «È diventato il bersaglio di un’operazione terroristica mentre era in viaggio vicino a Teheran. Un gruppo delle sue guardie del corpo che lo hanno accompagnato hanno cercato di proteggerlo, tuttavia è rimasto gravemente ferito e portato in ospedale. Sfortunatamente, gli sforzi del team medico non sono bastati».

Il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha dichiarato subito dopo su Twitter: «Oggi i terroristi hanno assassinato un eminente scienziato iraniano. Questa vigliaccheria, i cui indizi portano a Israele, mostra il tentativo evidente e guerrafondaio di chi l’ha portato a termine. L’Iran chiede alla comunità internazionale, e in particolare all’Unione europea, di porre fine ai vergognosi doppi standard e condannare questo atto di terrorismo di Stato».

Mohsen Fakhrizadeh era quasi sconosciuto in vita ma è salito alla ribalta della cronaca dopo il 27 novembre. Si sa poco di lui ma una cosa è certa: era importante, come testimoniano le foto ufficiali con il leader supremo iraniano Ali Khamenei pubblicate dopo la sua morte. Inoltre, l’illustre scienziato aveva un’auto blindata e una scorta armata. Il suo ruolo era così importante, agli occhi di chi l’ha eliminato, da giustificare un’operazione che con ogni probabilità ha richiesto un’ottima logistica e la messa in campo di risorse avanzate.

«Nessun assassinio o stupido atto resterà senza risposta da parte dell’Iran», ha dichiarato successivamente il ministro Amir Hatami, nel corso del funerale per lo scienziato, lunedì 30 novembre. «I nemici hanno cercato di macchiare l’immagine di Fakhrizadeh, dicendo che era il fondatore del programma dell’Iran per la bomba nucleare, ma in realtà la più grande minaccia contro l’umanità sono le armi nucleari che i nemici hanno accumulato», ha aggiunto Hatami, riferendosi a Israele e Usa. «Il cammino di Fakhrizadeh continuerà», ha concluso il ministro.

Dopo la sua morte, Hatami lo ha presentato come suo vice ministro e capo della Defense Research and Innovation Organization. I media statunitensi lo hanno definito “l’obiettivo numero uno del Mossad” (l’agenzia di intelligence israeliana) e “la mente del programma nucleare iraniano”. Uno scienziato influente, la cui morte può dunque essere considerata allo stesso livello di quella del generale Soleimani.

Lo scontro tra Usa e Iran da due anni si è fatto sempre più acceso, tra attacchi alle petroliere in transito sullo stretto di Hormuz e agli impianti Aramco in Arabia Saudita attribuiti all’Iran, la ripresa delle attività sul nucleare guidate proprio da Fakhrizadeh, fino all’uccisione, da parte degli Stati Uniti, del generale iraniano Qassem Soleimani, responsabile della strategia militare della Repubblica islamica nella regione. 

L’Unione Europea ha fatto molti sforzi per salvaguardare l’accordo sul nucleare (JCPOA) che si sono rivelati però quasi inutili, anche per l’atteggiamento iraniano rispetto ai vincoli al proprio programma nucleare; nello specifico, i tre Paesi europei coinvolti nei negoziati con Teheran (Francia, Germania e Regno Unito) avevano minacciato più volte l’Iran a un ritorno delle sanzioni internazionali. L’accordo – già bruscamente chiuso due anni fa dopo la decisione dell’ex presidente Usa Donald Trump di abbandonare l’intesa – potrebbe essere definitivamente affossato proprio per via dell’assassinio di Mohsen Fakhrizadeh.

A tal proposito Josep Borrell, l’Alto rappresentante dell’Unione,  ha dichiarato: «È chiaro – che chi lo ha fatto sta cercando di accrescere la tensione con l’Iran, e sicuramente aspira a non riavviare la collaborazione prevista nell’accordo mediato dall’Europa. Non credo che questo sia il modo per risolvere i problemi. Penso piuttosto che si sia trattato di un atto criminale».

Gli analisti scommettono tuttavia su una reazione “blanda” da parte dell’Iran e che Teheran alla fine si accontenterà di un atto per lo più dimostrativo, nell’intento di calmare gli iraniani che chiedono vendetta. Il tutto, ovviamente, per capire le nuove mosse del neo presidente Joe Biden.

Secondo l’analista Nicola Pedde, direttore di Institute for Global Studies, l’omicidio avrebbe a che fare proprio con la transizione politica del prossimo gennaio negli Stati Uniti: cercare di complicare quanto più possibile l’agenda del neo presidente e rendere sia dal punto di vista americano sia soprattutto dal punto di vista iraniano difficoltosa la ripresa del dialogo per la riattivazione del JCPOA. Difficile però prevedere ulteriori sviluppi fino a quando Biden non muoverà i suoi primi passi; quel che è certo è che la mossa non è passata affatto inosservata

Al punto che in questi giorni, come in ogni momento di crisi interna, l’Iran ha controllato i suoi giornalisti e Rouhollah Zam, considerato “nemico dello Stato” e condannato a morte lo scorso 30 giugno, è stato ucciso sabato mattina 12 dicembre. Cinque udienze di tribunale sono bastate per far tacere il giornalista colpevole di gestire il sito d’opposizione Amadnews e accusato di spionaggio in favore di Stati Uniti, Francia, Israele e non solo, «allo scopo di far cadere la Repubblica Islamica disseminando menzogne e danneggiando il sistema economico del Paese».


Antonio Di Dio

Laureato in Studi Filosofici e Storici, scrivo di cultura, politica e geopolitica. Amo l’arte, la poesia, la musica e il cinema. Vedo il giornalismo come una forma di attivismo, un servizio per la comunità.

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