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Pelé: ottant’anni per il Dio del calcio

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Venerdì scorso Edson Arantes do Nascimento, meglio noto come Pelé, ha compiuto ottant’anni. Cosa rappresenta per la storia del calcio e dello sport in generale?


Dieci campionati paulisti, due coppe Libertadores e due coppe intercontinentali con la maglia del Santos, tre mondiali vinti su quattro disputati con la nazionale brasiliana. Le statistiche ufficiali dicono 77 reti in 92 presenze con la maglia verdeoro e 1281 reti complessive in 1375 partite totali giocate. Questi sono soltanto alcuni dei numeri straordinari della carriera di Edson Arantes do Nascimento Pelé.

La sua storia si misura comunque al di là dei record stabiliti e dei trionfi ottenuti sul campo. Dopo il suo ritiro, non a caso, l’ambasciatore brasiliano presso l’ONU, J.B. Pinheiro, ha dichiarato: «Pelé ha giocato a calcio per ventidue anni e durante quel periodo ha promosso l’amicizia e la fraternità mondiali più di qualunque ambasciatore». Stella del firmamento calcistico e icona sportiva del ventesimo secolo, Pelé è il simbolo vivente di quanto lo sport possa essere uno strumento prezioso per il superamento di barriere e diseguaglianze.


Primogenito di Joao Ramos do Nascimento, in arte Dondinho, e di Maria Celeste Arantes, nasce a Tres Coracoes, nello Stato del Minas Gerais. Chiamato Edson in onore di Thomas Alva Edison, per via del fatto che nella città fosse stata appena portata la corrente elettrica. Il soprannome Pelé deriva invece dalla storpiatura del nome “Bilé“, portiere del Vasco da Gama, squadra in cui giocava il padre e della quale il piccolo Edson seguiva tutti gli allenamenti. Ancora minorenne viene aggregato alla prima squadra del Santos e fa il suo esordio nel campionato paulista. In nazionale diventa subito un titolare inamovibile di una selezione che nel 1958 vincerà il suo primo titolo mondiale. Pelé incanta con le sue prodezze, colleziona titoli di capocannoniere e trascina il Santos e il Brasile verso successi prestigiosi.

Nel 1962, in Cile, arriva il secondo mondiale consecutivo, anche se in questa circostanza il suo contributo è minimo, a causa di un infortunio a inizio torneo. Stesso amaro destino gli riserverà il mondiale inglese nel 1966, col Brasile stavolta eliminato al primo turno. La rivincita arriverà però in Messico, nel 1970, quando Pelé, ormai ribattezzato “O’ Rey“, raggiunge l’apice della sua carriera. Battendo in finale per 4 a 1 l’Italia, il Brasile trionfa per la terza volta in un campionato del mondo. Unico giocatore ad aver vinto tre titoli, Pelé è anche tra i pochi calciatori ad aver segnato in due finali mondiali (Svezia ’58 e Messico ’70). Nella storia dei mondiali di calcio, Pelé ha giocato 14 partite, segnando 12 reti, distribuite in tutte e quattro le edizioni disputate (Svezia ’58, Cile ’62, Inghilterra ’66 e Messico ’70). Ancora oggi è il goleador più prolifico della nazionale verdeoro con le sue 77 reti.

Una data da ricordare per la carriera di Pelé è sicuramente quella del 19 novembre 1969. Allo stadio Maracanà si gioca Santos-Vasco e il rigore del 2 a 1 viene trasformato da Pelé: si tratta del suo millesimo goal in carriera. La partita viene interrotta per oltre venti minuti al fine di festeggiare l’incredibile traguardo raggiunto. Sulla veridicità del computo numerico delle reti segnate da Pelé si è a lungo dibattuto, soprattutto perché molte reti sono state realizzate in partite amichevoli o contro avversari poco attendibili. Statistiche alla mano, la FIFA colloca Pelé per numero di goal complessivi in carriera dietro a Ferenc Puskas, attaccante ungherese, che ha militato anche nel mitico Real Madrid degli anni ’50; 1281 reti per Pelé e 1300 reti per Puskas. La grandezza di questi numeri (fuori dalle logiche del calcio moderno) si misura anche e soprattutto nelle parole di stima tributate a Pelé dallo stesso Puskas: «Il miglior calciatore di sempre? Di Stefano. Pelè? Mi rifiuto di definirlo solo un calciatore, era qualcosa che andava oltre».

La parabola calcistica di Pelè si avvia a conclusione tra il 1971 – con l’ultima apparizione in nazionale – e il 1974, quando disputa l’ultimo incontro col Santos. In realtà, un contratto plurimilionario col New York Cosmos lo farà ritornare in campo negli States, dove giocherà per due anni e mezzo. Il primo ottobre 1977, al Giants Stadium di New York, viene organizzata una particolare amichevole tra Cosmos e Santos, le sue uniche due squadre, con Pelé che gioca il primo tempo per gli americani (segnando pure su punizione) e il secondo per i brasiliani. È questo l’ultimo atto di una carriera costellata da grandissimi successi. Cala così il sipario sulla storia calcistica di quello che viene considerato un autentico Dio del calcio.

Non è questa la sede per dissertare sulla grandezza del calciatore Pelé né tantomeno per collocarne le gesta al primo, al secondo o al terzo posto nella storia del calcio. I paragoni con Alfredo Di Stefano e Puskas da una parte o con Michel Platini e Marco Van Basten dall’altra parte, per non parlare dell’eterna contrapposizione con Diego Armando Maradona, rappresentano, a parere di chi scrive, esercizi di retorica calcistica fini a sé stessi. Quel che conta rilevare, ancor di più delle straordinarie doti tecniche espresse in oltre venti anni di carriera, è il messaggio che Pelé è stato capace di trasmettere agli appassionati di calcio e di sport in generale, prima sul campo da calciatore poi fuori dal campo nei vari ruoli ricoperti. “O’Rey” è stato infatti testimonial pubblicitario, attore di successo, ministro per lo sport in Brasile, ambasciatore per l’ONU e per l’UNESCO. Prendendo in prestito le parole del giornalista Gianni Mura, «Pelé è sempre stato nero e mai nessuno si è permesso di fare il verso delle scimmie, quando giocava lui, né di trattarlo male per il colore che aveva e che ha. Nel 1977 l’ONU gli ha conferito il titolo di cittadino del mondo. Pelé è stato e continua a essere il calcio».


 
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Francesco Polizzotto

Direttore editoriale di Eco Internazionale. Tra le mie passioni segnalo la storia, il giornalismo ed il Milan. Sono strano, sono di destra ma ho anche dei difetti.

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