Sulla pelle del popolo curdo

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Di Clara Geraci – Dalla ‘Sorgente di Pace’ non è sgorgato che sangue innocente. Poco più di un paio di settimane tra l’aggressione turca al Rojava e gli accordi di Sochi siglati a segnare il passo dall’invasione all’occupazione, e già sul terreno non restano che macerie, cadaveri e carni marchiate a fuoco, a raccontare dell’ennesimo atto di una lunga storia di persecuzioni, massacri e indifferenza, in cui i curdi, popolo fiero di combattenti, partigiane e progressisti, sembrano condannati a sopravvivere senza patria né pace.

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L’ultimo bollettino dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari riporta di oltre 190mila sfollati – di cui almeno 80 mila bambini – dallo scorso 9 ottobre, in un’area in cui si registrava la necessità di assistenza umanitaria per 1 milione e 800 mila persone già prima che la guerra vi si abbattesse contro, un’altra volta, d’improvviso. Almeno 218 erano i caduti e 650 i feriti tra i civili dopo appena 9 giorni dall’inizio del conflitto, secondo le autorità sanitarie dell’Amministrazione autonoma a guida curda nella regione. Basterebbero i numeri a raccontare che «queste persone hanno perso tutto. Solo adesso stavano iniziando a rialzarsi in piedi, in maniera pacifica stavano ricostruendo la loro vita e invece hanno deciso di togliergliela», spiega il dottor Pedro Sanjose Garces della ong italiana Un ponte per (UPP) che, insieme all’organizzazione Mezzaluna Rossa (KRC), opera nella gestione dell’emergenza sanitaria post-bellica per il Kurdistan.

Tal Abyad, Siria, Oct. 4, 2019Voice of America

Ma c’è di più. «Prove schiaccianti di crimini di guerra» – denuncia Amnesty International – «Civili sotto attacco», titola UPP: insediamenti civili attaccati con armi imprecise, civili giustiziati a sangue freddo, infrastrutture socio-assistenziali e sistemi di approvvigionamento idrico bersagliati, personale sanitario e operatori umanitari vittime di agguati e rapimenti, convogli civili nel mirino.

E poi c’è il piccolo di  Serekaniye, con il suo corpo devastato e un paio di grandi occhi scuri fissi sull’obiettivo a urlare l’orrore della guerra. Le bombe di Ankara lo hanno ridotto ad un pezzo di carne raschiata e ora, con ancora il fuoco addosso, dal letto dell’ospedale di al-Hasakah, si è fatto racconto silenzioso della barbarie, testimonianza viva sulla più terribile delle accuse levatesi contro l’esercito d’occupazione e fermamente rispedite al mittente dall’alleato della Nato: «Napalm e fosforo bianco» – denunciano dall’Amministrazione autonoma curda. «Le ferite che curiamo non sono per niente normali» – dichiara il dottor Manal Mohammed, responsabile sanitario del Rojava, a proposito dei sopravvissuti agli attacchi aerei e di terra condotti contro la città di Ras al-Ayn, mentre l’Organizzazione per il divieto di armi chimiche, accogliendo la richiesta mossa dal portavoce delle Forze democratiche siriane (FDS) Mustafa Bali, annuncia l’avvio di un’indagine.

L’impresa di Erdogan, non nuovo alla guida di operazioni militari segnate da gravi violazioni dei diritti umani contro il popolo curdo, mostra ancora una volta «un profondo, vergognoso disprezzo per le vite civili», tuona Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty. Muhammed Yosuf Hussein (12 anni), lo scorso 10 ottobre, per via di un attacco a colpi di mortaio sferrato nei pressi di una moschea durante l’assalto delle truppe turche e dei gruppi armati locali loro alleati alla città di Qamishli, è stato il primo degli almeno 28 bambini rimasti uccisi durante i 13 giorni di combattimento sul territorio siriano di nord-est. Una scheggia gli ha squarciato il petto. Di sua sorella Sarah (7 anni) la guerra è riuscita a prendersi soltanto una gamba, e il futuro. «Che il Presidente Erdogan si permetta di penetrare in territorio siriano per annientare i curdi, è incredibile. [..] È una vergogna che la comunità internazionale tolleri tutto questo» – è l’opinione di Carla del Ponte, ex procuratrice capo dei Tribunali per l’ex-Jugoslavia e il Ruanda – «Bisognerebbe aprire un’indagine contro di lui e metterlo sotto accusa per crimini di guerra». Filmati e fotografie, testimonianze e referti medici a documentare la brutale realtà di questa offensiva. Eppure Ankara nega, ritenendosi scelleratamente dispensata da ogni responsabilità, delegando abusi e soprusi alle schiere locali che appoggia, arma e comanda.

Anche di fronte alle riprese del selvaggio assassinio di Hevrin Khalaf – segretario del Kurdish Future Syria Party, voce delle donne e volto del dialogo interetnico nella regione – messe in rete dai suoi stessi carnefici, al grido di “Questo è il cadavere dei maiali”, Ankara nega. «È normale che un membro della Nato attacchi civili senza essere stato aggredito? E che lo faccia insieme ai jihadisti?» – chiede ad una distratta comunità internazionale Dalbr Jomma Issa, comandante dell’Unità di protezione delle donne. «Abbiamo armato la Turchia e ora assistiamo all’efficacia di quelle armi» – sostiene Angelica Romano, co-presidente di UPP.

L’obiettivo dichiarato a giustificazione dell’avanzata sul Rojava, solo l’ultimo dei tentativi di demolizione dell’identità curdo-siriana da parte della potenza turca, è creare una fascia-cuscinetto libera dai “terroristi” curdi allo scopo di garantire il «ritorno volontario e sicuro» – così stabiliscono i patti sottoscritti tra Erdogan e Putin – dei 3milioni di rifugiati riversatosi in Turchia negli anni della guerra contro Isis. Amnesty International le chiama «deportazioni coatte» verso «uno dei paesi più pericolosi al mondo» e sostiene abbiano già riguardato centinaia di persone ancor prima della creazione della c.d. safe zone, rimpatriate in modo «né sicuro né volontario».

Le SDF gridano alla «Pulizia etnica», mentre il presidente turco tenta di silenziare la stampa minacciando denunce contro chi sollevi la questione. Di «spostamento forzato di popolazione per provocare cambiamenti demografici alla frontiera, un atto vietato dal diritto internazionale» parla il dottor Hafez Abu Seada, dell’Organizzazione araba per i diritti umani. Persino il diplomatico americano in Siria per la coalizione contro l’Isis, William Roebuck definisce l’operazione militare quale «sforzo intenzionato alla pulizia etnica».

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«Questa non è vita. Siamo esseri umani e vogliamo vivere in pace nella nostra terra» ripete, dal campo profughi di Bardarash (Iraq), Amina, che insieme alle sue bambine è scampata alle bombe sganciate sulla città di Al-Malikiyah, nell’estremo angolo nord-orientale della Siria.

L’hanno chiamata “Sorgente di Pace”. Ha puntato armi su mercati e ospedali, ha abbattuto case, scuole e chiese, ha ucciso padri e mutilato figli, raso al suolo interi villaggi e scolpito colonne di profughi in fuga. Senza scrupoli, senza decenza. Per 30km di terra e il tornaconto politico di un dittatore che pare intoccabile nel suo farsi impunemente beffa di ogni principio del diritto internazionale umanitario. «Non so se fossero bambine o bambini perché i loro corpi erano completamente anneriti. Sembravano pezzi di carbone», così un soccorritore della KRC parla ad Amnesty dei corpi ritrovati tra le macerie di una scuola, lontana almeno un chilometro dalla linea del fronte come da altri obiettivi militari, colpita durante un attacco aereo lanciato dalle Forze armate turche (FAT) sul villaggio di Salhiye, Idlib, all’alba del quarto giorno di ostilità. Gli occhi del bambino di Serekaniye, la supplica di Amina, le urla di dolore di Sarah, il coraggio di Hevrin Khalaf, l’ultimo respiro di Muhammed, la resistenza del popolo curdo tutto sono lì a chiederci: che umanità siamo diventati noi che stiamo zitti di fronte a tanto spregio per la giustizia, la morale e la vita?


Foto in copertina (Bulent Kilic / AFP / Getty Images) Newaya Jin

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