Trump fa tutto da solo: colpisce Teheran, l’Europa, tutti

Di Daniele Monteleone – La scorsa settimana il mondo è stato scosso da una nuova misura del presidente americano Donald Trump, tutt’altro che inaspettata. Trump ha annunciato il ritiro dall’accordo sul nucleare iraniano firmato durante l’amministrazione Obama, dando credito alle accuse israeliane di violazioni degli accordi da parte di Teheran e assecondando la richiesta dello stesso primo ministro israeliano di riattivare le vecchie sanzioni.

Dopo il ritiro dall’accordo sul clima di Parigi, al quale doveva seguire una strada differente e «migliore per l’America» finora rimasta a un nulla di fatto, quest’altro passo indietro – per farne due avanti in sanzioni – sull’accordo iraniano sembra voler confermare l’intenzione portata avanti da questa presidenza americana: lo smantellamento dell’eredità del predecessore Obama. E come per i colloqui per una nuova politica ambientale americana, non sembra ci saranno nuovi momenti di dialogo con l’Iran. Questo perché lui «le promesse le mantiene», come ha sottolineato parlando del ritiro americano dall’accordo.

Quel Joint comprehensive plan of action (Jcpoa) raggiunto nel 2015 con l’Iran e con i Paesi del Consiglio di sicurezza Onu (più la Germania) aveva l’obiettivo di rallentare l’escalation bellica, riducendo lo sviluppo nucleare di Teheran in cambio di un alleggerimento sulle sanzioni che stavano danneggiando l’economia iraniana. Trump se ne chiama fuori e mette in campo una nuova politica per contrastare l’Iran: saranno «nuove sanzioni molto dure» a fare in modo che l’Iran non arrivi mai alla bomba nucleare.

«Il regime che sostiene il terrorismo» – come è stato definito l’Iran dal presidente americano – ha già fatto sapere che non abbandonerà l’accordo sul nucleare, anche se nulla sarà “come prima”. Il presidente iraniano Rouhani ha dichiarato che continuerà l’intesa con gli altri firmatari, anche perché, finora, l’Iran c’è riuscito molto bene: un’importante limitazione sull’arricchimento dell’uranio (fatto indicativo dello sviluppo bellico) entro una determinata soglia è stata rispettata e garantita dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica, e non si sono registrate altre infrazioni da parte di Teheran. Probabilmente terminerà il passaggio di informazioni sullo sviluppo bellico, punto tanto caro all’Occidente. Ma è improbabile che l’Iran voglia mettere in campo un atteggiamento aggressivo, soprattutto adesso che si ritrova la “comprensione” degli altri contraenti del Jcpoa, arrivati con Obama a costruire l’intesa iraniana.

Sull’innocenza iraniana Trump la pensa diversamente. Il presidente americano ha accompagnato la sua decisione con «le prove che gli iraniani mentono». Il riferimento va al discorso del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, durante il quale, due settimane fa, mostrava le prove definitive che sbugiardano l’Iran. Si tratta di dischetti e documenti che testimoniano l’avanzamento del programma di sviluppo nucleare – in barba agli accordi, chiaramente – scoperto grazie a «uno dei maggiori successi di intelligence che Israele abbia mai conseguito», come affermato durante il discorso. Nessun osservatore internazionale ha voluto considerare veritiera tale documentazione sottratta a Teheran, svuotando di fatto l’allarme – o l’al lupo al lupo come è stato definito dal ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif – lanciato da Netanyahu e raccolto immediatamente da Trump.

Gli Usa tornano all’assetto precedente. In breve: ristabilendo tutte le sanzioni americane, è stata data una scadenza (a più fasi, prima tre e poi sei mesi) per l’adeguamento di alcune aziende internazionali, obbligate a cancellare o modificare accordi che comprendano l’Iran; sono quindi tornate tutta una serie di misure di natura commerciale e finanziaria, in particolare le sanzioni che pesano sull’acquisto di oro e metalli preziosi, grafite e software, per finire poi su beni cari come i derivati petroliferi e altre misure che graveranno sulle transazioni estere con la banca centrale di Teheran, sulla valuta iraniana e sul dollaro. Tutto un “pacchetto” duro da digerire. Non solo per l’Iran.

Partendo dal semplice fatto che Trump non ha preso in considerazione il fattore Europa, né tantomeno un barlume di dibattito con gli stati interessati dalle decisioni americane, si può dire che a essere in crisi non è solamente l’Ue – date alcune conseguenze derivate dalle sanzioni all’Iran – ma l’intera cooperazione transatlantica e settant’anni di fiducia e collaborazione, anche e soprattutto militare (basti pensare agli ultimi casi Iraq e Afghanistan). È evidente come l’Ue stia perdendo – o abbia perso – il faro dei suoi valori costitutivi e l’ala protettrice americana, quella che sostanzialmente ne ha permesso la costruzione.

Sul fronte più politico e pratico, all’Europa non rimane che cercare di favorire le medie imprese senza clienti americani, e che possono quindi avviare trattative e operazioni in Iran. Le imprese non americane che intratterranno rapporti commerciali con l’Iran sono infatti multabili dagli Usa. L’export/import di diversi stati europei con l’Iran (Germania, Francia e Italia su tutti) ammonta a decine di miliardi di euro complessivamente, per quanto riguarda l’anno 2017, e ci sono di mezzo alcuni colossi che non vogliono perdere importanti commesse iraniane, tra cui Mercedes, Total e, in Italia, FS. Chiarissimo il monito del consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Bolton, che risuona come una minaccia quando fa sapere che «l’amministrazione Trump non ha alcuna intenzione di fare sconti ai paesi che non seguiranno Washington». Per questo motivo l’Unione sta tentando la via di un’esenzione “speciale” per aggirare l’ostruzionismo americano. Ma fare “antiamericanismo”, si sa, non è mai stato facile.


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