Perché gli Stati Uniti hanno abbandonato il Consiglio ONU per i Diritti Umani

Di Davide Renda – Dopo anni di critiche e negoziazioni, gli Stati Uniti hanno definitivamente preso le distanze dalle attività del Consiglio per i Diritti Umani (d’ora in poi definito come Consiglio) delle Nazioni Unite. Con una dichiarazione congiunta Nikki Haley, rappresentante americana permanente alle Nazioni Unite, e Mike Pompeo, Segretario di Stato, hanno annunciato il ritiro degli Usa dal Consiglio.

Non è la prima volta che scorre cattivo sangue tra gli Stati Uniti e il Consiglio. Nel 2006, anno della sua creazione che ha portato alla sostituzione della Commissione per i Diritti Umani, fu il presidente Bush a decidere di non farne parte, decisione che invece verrà invertita durante la presidenza Obama nel 2009.

La dialettica si è inasprita pesantemente con la presidenza Trump, durante la quale, come già espresso più volte nel nostro sito, è stata messa in atto quella che possiamo definire come una delegittimizzazione di numerose istituzioni e accordi internazionali. Proprio quest’ultima può essere una delle chiavi di lettura interessanti per interpretare la decisione degli Stati Uniti. Da gennaio 2017, Trump ha deciso di abbandonare l’accordo sul clima di Parigi, ha lasciato l’UNESCO e l’accordo nucleare con l’Iran. Nel mantra di America First, questa decisione rimane triste ma non appare poi così sorprendente.

Ma cerchiamo di andare ancora più a fondo, alla ricerca delle motivazioni che hanno portato gli Stati Uniti al ritiro dal Consiglio. Negli ultimi mesi gli Stati Uniti, proprio dal Consiglio, hanno ricevuto pesanti critiche sul comportamento in atto al confine con il Messico, in particolare riguardo l’attività delle autorità che hanno forzatamente separato i bambini dai loro genitori. Inoltre, negli anni, più volte gli Usa sono stati ripresi per le violazioni di diritti umani in nome della guerra contro il terrorismo, come nel caso delle condizioni di detenzione a Guantanamo.

In un rapporto dello scorso dicembre del prof. Philip Alston, inviato speciale del Consiglio, si evidenzia come negli Stati Uniti siano in aumento delle sacche di povertà estrema rimanendo una delle democrazie più diseguali al mondo, in cui il godimento dei diritti civili, economici e politici è in costante diminuzione.

Le cause? Nel rapporto sono esplicitamente riferite a delle precise scelte politiche dell’amministrazione Trump, come la liberalizzazione in campo medico e i tagli al welfare. La stessa Nikki Haley definirà “ridicolo” il rapporto, esaltando l’impegno dell’amministrazione per la riduzione della povertà.

L’ennesimo fronte per la nostra interpretazione può essere quello riguardante i continui pareri negativi e le critiche che il Consiglio ha mosso contro Israele, alleato che gli Stati Uniti hanno mostrato di voler difendere ad ogni costo. Questa non è una novità, perché da decenni l’operato dello Stato israeliano viene messo sul banco d’accusa, con particolare riguardo alla comunità palestinese all’interno di Israele e sulla striscia di Gaza. Non è un caso, dunque, che il premier Netanyahu ha applaudito alla decisione presa dagli Stati Uniti di abbandonare il Consiglio, un gesto che il premier israeliano ha definito come “coraggioso” contro un’organizzazione palesemente ostile ad Israele.

La mossa non è stata accolta positivamente dagli altri principali Stati e leader della scena politica internazionale, e ancora meno dai rappresentati delle Ong e delle organizzazioni a sostegno della promozione dei Diritti Umani. Salil Shetty, Segretario Generale di Amnesty International, ha affermato che «ancora una volta il presidente Trump mostra il suo disinteresse per i diritti fondamentali e le libertà di cui gli Stati Uniti si credono i difensori. Seppur il Consiglio per i Diritti Umani non è per niente perfetto e i suoi membri da rivedere, rimane una forza importante per la tutela della giustizia mondiale».

Nikki Haley e Mike Pompeo hanno precisato che «questo passo non è un ritiro dal nostro impegno sul fronte dei diritti umani» e hanno lasciato la porta aperta ad un rientro se il Consiglio venisse riformato, specialmente riconsiderando lo status di Stati membri a paesi come la Cina e la Repubblica Democratica del Congo.

Le motivazioni che possono aver portato gli Stati Uniti ad intraprendere questa decisione, come analizzato, possono essere molteplici e variegate. Ci si interroga adesso se e come avverranno azioni degli Usa a sostegno dei Diritti Umani al di fuori del Consiglio, ma il panorama resta grigio visto le azioni e le priorità che l’amministrazione Trump ha considerato.

Il Consiglio è stato accusato da parte degli Stati Uniti di essere fortemente politicizzato, ma è proprio una decisa mossa politica quella che ha portato al ritiro dal Consiglio. Tuttavia, la riflessione può essere anche posta sull’ormai annosa crisi delle Nazioni Unite e di molte delle sue istituzioni, sempre più incapaci di intraprendere decisioni forti in un momento in cui gli Stati e i loro interessi sono sempre più in primo piano rispetto agli impegni internazionali.


 

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