Trump e Putin perdono l’ultimo amico a Bruxelles: l’Ungheria ha scelto l’Europa
Finisce l’era Orbán. Péter Magyar trionfa con una maggioranza schiacciante, riportando l’Ungheria verso l’UE e sfidando l’asse Russia-USA.
Il panorama politico europeo ha subito un terremoto di magnitudo storica, quando le sponde del Danubio sono diventate il palcoscenico di un evento che molti osservatori ritenevano impossibile fino a pochi mesi fa.
La rivoluzione d’Ungheria
Dopo sedici anni di dominio incontrastato sull’Ungheria, Viktor Orbán ha rassegnato le dimissioni morali e politiche, concedendo la vittoria a Péter Magyar, il quarantacinquenne ex insider del regime che in soli due anni ha trasformato il malcontento popolare in una valanga elettorale. Con una partecipazione alle urne senza precedenti, vicina all’80%, il popolo ungherese ha smantellato il sistema della democrazia illiberale, consegnando al partito Tisza una maggioranza costituzionale di due terzi. Questo risultato non rappresenta solo un avvicendamento amministrativo, ma una vera e propria frattura geopolitica che priva il Cremlino del suo principale alleato all’interno dell’Unione Europea e infligge un duro colpo alle ambizioni globali dei movimenti nazionalisti, non ultimo quello rappresentato da Donald Trump negli USA.

L’ascesa di Magyar ha i tratti del miracolo politico: capace di parlare alle campagne tanto quanto alle elite urbane, il nuovo leader ha saputo sfruttare le crepe di un sistema economico stagnante e il logoramento di un apparato di potere, il cosiddetto NER, basato sul clientelismo e sul controllo ferreo dei media. Mentre i sondaggi governativi prevedevano fino all’ultimo una vittoria di Fidesz, la realtà del voto ha mostrato un paese diviso in due mondi che si sono scontrati frontalmente.
Da una parte, la narrazione di Orbán incentrata sulla minaccia esterna, sulla demonizzazione dell’Ucraina e sulla difesa di una sovranità isolazionista; dall’altra, la promessa di Magyar di restaurare lo stato di diritto, l’indipendenza della magistratura e la trasparenza istituzionale. La vittoria di Tisza, con 138 seggi su 199, conferisce al nuovo governo il potere legale per smontare le riforme costituzionali accumulate in quasi quattro lustri, riportando l’Ungheria nel solco dei valori democratici occidentali.
La reazione europea
L’impatto di questo cambio di guardia è immediatamente tangibile nelle cancellerie europee. Le congratulazioni giunte da Parigi e Berlino sottolineano come il successo di Magyar sia percepito come un argine al populismo di destra che sta attraversando il continente. Il Cancelliere tedesco Friedrich Merz ha descritto l’esito delle urne come un segnale inequivocabile contro le derive autocratiche, mentre la Commissione Europea guarda con ottimismo alla possibilità di sbloccare i miliardi di euro congelati a causa delle violazioni sullo stato di diritto.
Il cambio di rotta sarà radicale anche sul fronte ucraino. Magyar ha già chiarito che la sua amministrazione intende ricucire i rapporti con Kiev e allontanarsi dalla dipendenza energetica e diplomatica russa, invertendo la rotta di un governo che aveva persino ostacolato i prestiti comunitari destinati alla resistenza ucraina. Non è un caso che tra i primi a festeggiare via social ci sia stato Donald Tusk, il cui slogan “Russi a casa” ha riecheggiato nelle piazze di Budapest durante i festeggiamenti.
Il mutismo degli sconfitti

La caduta di Orbán lascia il partito Fidesz in una condizione di profonda incertezza. Il leader uscente, ora sessantaduenne, appare stanco e privo della consueta aggressività dialettica, limitandosi a gestire una transizione che si preannuncia complessa. La sconfitta brucia particolarmente per il tempismo e la modalità: essere battuti da un ex collaboratore che conosce dall’interno ogni ingranaggio del sistema rende il crollo ancora più simbolico.
Magyar ha promesso che il suo primo viaggio ufficiale sarà a Varsavia, per consolidare lo storico asse con la Polonia e segnare la nascita di un nuovo blocco centro-europeo dichiaratamente pro-UE. Resta ora la sfida titanica di ricostruire i servizi pubblici, dalla sanità all’istruzione, e di ripulire l’informazione di stato dalla propaganda. Sebbene parte dell’elettorato guardi ancora con cautela al passato di Magyar nel governo, l’entusiasmo che ha travolto la capitale suggerisce che la fame di cambiamento abbia superato ogni riserva, segnando l’inizio di una nuova era per l’Ungheria.


