Non sapevo di essere in guerra: le bugie di Giorgia e i voli da Sigonella
Ha guardato dritto in camera la nostra presidente Giorgia Meloni quando ha affermato di non sapere nulla dell’attacco USA all’Iran. Eppure, a poche ore dall’inizio della Terza Guerra del Golfo, alcuni aerei di ricognizione si sono alzati in volo da Sigonella.
Le possibilità sono due, una più spaventosa dell’altra: prima, la nostra Presidente, in piena violazione del diritto internazionale e della nostra stessa Costituzione, ha avallato l’attacco USA all’Iran; seconda, gli USA, nostri alleati storici, ci hanno traditi, utilizzando la base militare di Sigonella come rampa di lancio per una guerra illegittima.
In entrambi i casi, qualunque cosa sia accaduta nelle ore precedenti l’attacco, resta una certezza scomoda: qualcuno ha deliberatamente scelto di non dire la verità, o di dirne solo una parte. Non a Teheran, ma al Parlamento italiano e ai cittadini che lo eleggono.
Meloni tra complicità e marginalizzazione: due scenari inquietanti
Se Giorgia Meloni era a conoscenza dell’impiego di Sigonella a supporto delle operazioni statunitensi, e ha comunque consentito che da lì partissero aerei e droni diretti verso il teatro di guerra, la questione esce dal perimetro della mera opportunità politica. Diventa un nodo costituzionale, perché le basi straniere sul nostro territorio restano soggette alla sovranità italiana e non possono essere usate in modo incompatibile con il divieto di aggressione e con l’articolo 11 della Costituzione, come ricordano diversi giuristi.

In questo scenario, l’Italia si ritroverebbe con un governo che, mentre sul piano retorico invoca la diplomazia e il contenimento del “regime iraniano”, nei fatti mette a disposizione un’infrastruttura strategica per un’operazione priva di mandato del Consiglio di Sicurezza e difficilmente riconducibile a un’immediata autodifesa. A mancare, qui, non è solo la trasparenza: è l’assunzione di responsabilità davanti alle Camere, sostituita da generici richiami a “trattati” e “obblighi alleati” di cui all’opinione pubblica è preclusa ogni reale conoscenza.
Se invece la presidente del Consiglio dice il vero quando afferma che Stati Uniti e Israele “hanno deciso di attaccare senza coinvolgere i partner europei”, il quadro che ne esce non è meno inquietante. Significa ammettere che un alleato storico si è riservato la facoltà di usare porzioni del territorio italiano come elemento della propria macchina bellica senza sentire la necessità di un confronto preventivo con Roma.
In questa lettura, l’Italia appare schiacciata in una doppia vulnerabilità: esclusa dal tavolo in cui si decide se e quando colpire, ma potenzialmente coinvolta agli occhi del diritto internazionale, perché considerata “non disposta o non capace” di impedire l’uso delle proprie basi per un’azione armata contro un terzo Stato. Una condizione che rende il Paese esposto ai rischi di ritorsione, anche sul piano della sicurezza interna, senza aver avuto voce reale nella scelta che quei rischi hanno innescato.
Trattati segreti e sovranità limitata: quanto controllo ha l’Italia sulle basi NATO
Il paradosso è che queste due possibilità, così diverse sul piano narrativo, finiscono per incontrarsi sullo stesso terreno: l’opacità che circonda la presenza militare statunitense in Italia e le regole con cui può essere impiegata. È attraverso i tracciati dei voli pubblicati sui social e le ricostruzioni giornalistiche che l’opinione pubblica viene a sapere dei decolli di droni MQ‑4C Triton e aerei P‑8A Poseidon da Sigonella nelle ore che precedono l’attacco, mentre le spiegazioni ufficiali si fermano alla formula rassicurante delle “missioni di routine”. I trattati che disciplinano l’uso delle basi restano in gran parte inaccessibili, le regole d’ingaggio sono rinchiuse in protocolli tecnici, e il Parlamento è chiamato a pronunciarsi su scenari che conosce solo attraverso frammenti.

È su questo piano che la responsabilità politica del governo si misura davvero, al di là delle versioni contrapposte. Se c’era consapevolezza preventiva dell’uso di Sigonella, è necessario dirlo e spiegare in quali termini lo si sia ritenuto compatibile con il ripudio della guerra sancito dalla Costituzione e con l’assenza di una chiara base legale internazionale per l’operazione.
Se invece non c’era, il dovere diventa quello di chiarire pubblicamente quali limiti concreti esistano oggi all’impiego delle installazioni statunitensi, quali meccanismi di autorizzazione o di veto siano effettivamente a disposizione italiana e fino a che punto il Paese possa negare il proprio territorio a operazioni che ne mettono a rischio la sicurezza.
Resta una domanda, allora, che va oltre le polemiche delle ultime ore: quanto controllo ha davvero l’Italia su ciò che accade nelle basi che ospita, e quanto spazio esiste per un dibattito parlamentare informato su questi temi? Finché le risposte resteranno confinate tra note verbali e intese riservate, il rischio è che la distanza tra i principi scritti nella Carta e le scelte compiute nei cieli sopra il Mediterraneo continui ad allargarsi. E che il nostro Paese scopra, ancora una volta troppo tardi, di essere parte di una guerra prima ancora di aver potuto discuterne davvero


