Sigonella, la crisi e la verità dietro le storie

Sigonella, la crisi e la verità dietro le storie

La crisi di Sigonella, avvenuta nella notte tra il 10 e l’11 Ottobre 1985, e i retroscena di un Paese sempre in bilico.


L’Italia del secondo dopoguerra si è sempre trovata in una posizione piuttosto precaria dal punto di vista politico. Già uno dei paesi con la presenza comunista più forte da questa parte del blocco, il suo ruolo geopolitico si è ritrovato ad essere abbastanza di nicchia e affiliato agli USA, nonostante le divisioni interne. Vi è però un episodio peculiare, che molti probabilmente non ricorderanno sul piano storico, che dimostrò quanto l’Italia potesse essere un cardine importante per la politica internazionale, almeno all’apparenza: la cosiddetta “crisi di Sigonella“.

I documenti su come sia andata questa storia raccontano versioni piuttosto diverse, ma andiamo con ordine. La storia ufficiale ha inizio quando la nave da crociera italiana Achille Lauro cadde nelle mani di un commando palestinese di quattro uomini il 7 Ottobre 1985. Il progetto era di usare la nave per un attacco alla cittadina costiera israeliana Ashdod. Fallito questo, i miliziani palestinesi minacciarono di uccidere un passeggero l’ora se Israele non avesse liberato 50 prigionieri.

Sul momento, sembrava che nessuno fosse in pericolo di vita, in quanto la soluzione diplomatica prevalse sull’uso di forze speciali per salvaguardare i passeggeri della nave. I miliziani, attraverso la moderazione di Abu Abbas, il mediatore indicato da Yasser Arafat, ricevono un salvacondotto e un passaggio per la Tunisia. La sola condizione per questo è che non vi fossero vittime a bordo della nave.

Sigonella, la crisi e la verità dietro le storie

Il momento della svolta

Tuttavia, un nome viene a galla successivamente, in una maniera ancora piuttosto controversa ad oggi: Leon Klinghoffer, ebreo di nascita, e quindi ucciso e gettato in mare per questo. La controversia stava nel fatto che non si sapeva se l’Italia fosse o meno al corrente della sua morte, fino a questo punto della storia. Israele, sicura del fatto, comunicò solo agli USA la morte del compatriota, portandoli a muoversi per intercettare il volo col quale i terroristi si stavano dirigendo in Tunisia.

Il maggiore generale Carl Stiner ricevette dunque il compito di recuperare i terroristi per una “estradizione forzata”. Il maggiore caricò due C-141 di tutto il materiale e di tutte le forze necessarie all’operazione. Quattro F-14 partirono per intercettare il volo e ridirigerlo, mentre, a livello diplomatico, gli USA si muovevano per impedire l’atterraggio a Tunisi ed Atene.

Ed è qua che entra in gioco l’Italia. La base di Sigonella viene scelta come approdo per il volo con a bordo i palestinesi e Abu Abbas, ma serviva l’appoggio di Bettino Craxi, allora premier, per avere l’autorizzazione. La Casa Bianca, tuttavia, non riuscì a rintracciarlo subito, e l’intervento di Michael Ledeen, uomo “tuttofare” del presidente, forzò la mano per avere un contatto tramite il quale autorizzare l’atterraggio del Boeing e degli F-14. Nessun accenno, tuttavia, alle forze speciali statunitensi e ai C-141 e alla Delta Force a bordo degli stessi.

La tensione che cresce

La notte a cavallo tra il 10 e l’11 Ottobre 1985 fu una vera notte di tensione. Il colonnello Ercolano Annichiarico, che avrebbe lasciato il comando della base il giorno dopo, abbandonò una cena di commiato per arrivare al posto di comando e trovare manovre sospette da parte degli americani, in seguito ad una richiesta di atterraggio negata per gli F-14.

Il colonnello decise quindi di mobilitare il plotone di Vigilanza Aeronautica Militare (VAM) per rispondere alle mosse statunitensi. L’atterraggio del Boeing con a bordo i palestinesi venne accompagnato dai due C-141 non autorizzati e stipati di forze americane pronte all’attacco. La situazione vede così la Delta Force attorniare il Boeing, circondata da carabinieri italiani e forze della VAM, tutti col grilletto pronto a sparare.

Fu solo una serie di colloqui tra Reagan e Craxi, e tra i ministri italiani e le loro controparti americane, che portò a una distensione dei rapporti di tensione. Tuttavia, la crisi non era del tutto risolta: Craxi invocò la sovranità italiana nel trattamento dei dirottatori della Achille Lauro, e il volo con i palestinesi decollerà poi per Fiumicino, accompagnato da un T-39 con a bordo Stiner e un F-14 non identificato. Altro momento di breve tensione, dove il velivolo americano a luci spente verrà affiancato dai caccia F-104 di pertinenza del governo italiano, salvo poi ripartire all’atterraggio del Boeing.

La fine della crisi di Sigonella

Il maggiore generale Stiner non riuscirà a vedere i dirottatori né i mediatori a bordo, e l’estradizione negli USA non avverrà, lasciando all’Italia il compito di processarli. Questo creò una apparente tensione fra i due paesi, che sarebbe stata molto più grave se qualcuno avesse aperto il fuoco durante quella fatidica notte. I rapporti, tuttavia, si ricucirono abbastanza in fretta: secondo dei documenti americani declassificati trovati dalla giornalista Sofia Basso, Craxi fu fiero oppositore di ulteriori movimenti da Sigonella solo in apparenza.

Infatti, quando gli americani, nel marzo del 1986, bombardarono il golfo della Sirte, in Libia, fu proprio l’autorizzazione del premier italiano a permettere l’uso della stessa base di Sigonella, a patto che non si venisse a sapere. Questo sarebbe stato deliberato per far sì che l’Italia diventasse partner privilegiato degli USA nelle relazioni tra Est e Ovest. Insomma, un tentativo di accrescere la propria importanza a livello internazionale che fallì allora, e che ritentato a più riprese dai governi italiani, fino ai momenti più recenti, sembra destinato a fallire ancora.

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