Cime Tempestose, l’adattamento di Fennell va troppo oltre? Per fortuna è così

Cime Tempestose, l’adattamento di Fennell va troppo oltre? Per fortuna è così

Dimenticate quel libro che avete studiato a scuola o che vi ha raccontato vostra madre: l’adattamento di Emerald Fennell con Margot Robbie e Jacob Elordi è un’interpretazione cinematografica passionale e brutale. Tra sogni febbrili e la musica di Charli XCX, questo Cime Tempestose non si può proprio ignorare.


Niente sospiri tra la brughiera o romanticismo da salottino vittoriano. Quando Emerald Fennell decide di mettere le mani su un classico come Cime Tempestose di Emily Brontë, non lo fa certo con delicatezza e con religioso rispetto. La pellicola brilla tantissimo, ma tradisce ogni “legge” letteraria. Se siete tra quei puristi che tengono il romanzo del 1847 sul comodino come una reliquia, preparatevi all’indignazione, perché la Fennell ha deciso che diversi personaggi, alcuni temi gotici (tipici dell’opera originale, appunto) e metà degli archi narrativi erano zavorra inutile. E meno male, altrimenti sarebbe stato solo l’ennesimo rassicurante copia-incolla.

Siamo di fronte al restauro di un classico. Il titolo stesso del film, quel “Cime Tempestose” rigorosamente tra virgolette, è il primo segnale: un avvertimento che questa non è la realtà del romanzo, ma una percezione distorta, quasi un sogno intorno a una storia che non poteva essere così contenuta come quella, ormai 180enne, della Brontë.

Cime Tempestose, l’adattamento di Fennell va troppo oltre? Per fortuna è così

Via tutta quella roba che si estende a temi come classe sociale, etnia o dinamiche di genere che escono fuori dalla lettura del classico. La Fennell ha deciso di spingere solo sull’infatuazione infantile che si trasforma in una devastazione adulta senza freni. È la visione di una quattordicenne che rimugina nella sua cameretta pensando al proprio malessere (la “crush”, la cotta, per intenderci), con le cuffie a palla e la convinzione che l’amore, per essere vero, debba per forza farti sbattere la testa molto (ma molto) forte. Ed è esattamente quello che succede sullo schermo con Margot Robbie e Jacob Elordi.

L’inizio del film è un chiarissimo messaggio a tutti: non siamo qui per raccontare (solo) dolore e misantropia. Si parte infatti con grugniti, gemiti, quello che sembra un amplesso e che invece si rivela essere un uomo che dondola da una forca. E mentre il condannato si spegne, la folla sotto gode per un’erezione post-mortem. È un momento brutale, viscerale: non siamo in un luogo per cuori deboli. Orrore ed eccitazione viaggiano sulla stessa corsia. D’altronde, non possiamo fare l’errore di pensare che quel passato di Cime Tempestose, il 19esimo secolo, fosse timido, chiuso e poco emozionante: l’uomo non è cambiato molto; ride, si appassiona, ama, odia, si diverte come può.

Cime Tempestose, l’adattamento di Fennell va troppo oltre? Per fortuna è così

Cathy e Heathcliff non sono eroi romantici, sono due sopravvissuti, almeno finché è possibile restare a galla. La chimica tra la Robbie ed Elordi è una miscela instabile, di quelle che rischiano di far saltare tutto il laboratorio. Lui la solleva con una mano sola, e in quel gesto il sottotesto sessuale diventa esplicito, quasi violento. Ma la passione, si sa, non paga le bollette. Quando il vecchio Earnshaw, il padre di Cathy, prosciuga le casse di famiglia, la realtà economica presenta il conto. Cathy sceglie la sicurezza, sposa il vicino ricco Edgar e Heathcliff sparisce nel nulla.

Cinque anni dopo, Heathcliff riappare con un dente d’oro, un orecchino e un portafoglio gonfio. È l’uomo che ha fatto fortuna, il prototipo del vincente che però dentro è rimasto un cumulo di macerie. Da qui in poi, il film diventa un’orgia di desiderio irriverente e immagini disturbanti. Non aspettatevi la poesia dei fiori: qui ci sono tuorli d’uovo e bocche di pesce gelatinose. È un’estetica che disturba, che ti costringe a guardare anche quando vorresti girarti dall’altra parte.

La colonna sonora di Charli XCX (straordinaria, sublime, da subito) fa il resto, con quel pezzo, “Dying for You”, che descrive perfettamente il delirio di chi beve il veleno due volte per essere sicuro di schiantarsi. Lui è la “pistola alla testa”, la “ferita al petto”, il gioiello indossato come un cappio. È amore tossico, d’altronde, come quello già raccontato dall’autrice ottocentesca. Qualcuno, specie tra la stampa internazionale, ha giudicato il racconto della Fennell eccessivamente carnale, troppo erotico. È il caso di dirlo: molti giornalisti avrebbero bisogno di conoscere un po’ di più cosa significhi avere o desiderare un rapporto sessuale.

Nel Cime Tempestose originale, i due si maledicono per anni con una ferocia che fa tremare la brughiera. Nel film si baciano con frequenza morbosa. È un tradimento del trattato di castità della Brontë? Assolutamente sì. Ma è un tradimento fatto con una tale arroganza estetica che finisci per guardare il disastro con fascino magnetico.

L’amore cede il passo a un’infatuazione maniacale e a una vendetta che profuma di sesso e ossessione (e che farà cadere il monocolo ai più composti). E va bene così nel 2026, specie dopo aver presentato a tutti un film con una copertina nobile, iconica, tradita anche questa: il clinch, con lei che ha la testa gettata all’indietro, e lui che le fissa la bocca rivolta verso l’alto. Un simbolo di un genere cinematografico che si dimostra, a questo punto, provocatorio.

Cime Tempestose, l’adattamento di Fennell va troppo oltre? Per fortuna è così

C’è anche il capitolo, se vogliamo, più perverso. Il trattamento di Isabella, la vendetta su Cathy ed Edgar, mostra la giovane non come mera vittima degli abusi di Heathcliff, ma come una partecipante attiva a una sorta di devianza fetish, con tanto di collare da cane e occhiolini complici. È una scelta narrativa, un tentativo di rendere “moderno” il peccato, quello che nel libro era invece pura violenza. Eppure, se ci sforziamo di comprendere il momento e il luogo del racconto, piacevole o sofferto che sia quel fetish, nella sfarzosa dimora di Edgar e Cathy non si può che soffrire tantissimo per quella fuga da casa e in quelle modalità di sopravvivenza. Un altro tradimento dell’originale: lo abbiamo detto, c’è solamente da arrendersi.

Il film è inoltre un pezzo di design straordinario. Fotografia e costumi creano un’atmosfera a volte surreale. È tutto amplificato, eccessivo, quasi grottesco. È un’esperienza sensoriale che però resta onesta. Non c’è mica la psichedelia oscura di Alice in Wonderland. Fennell non cerca di venderci una minestra riscaldata. Ci sbatte in faccia un amore tossico che non è mai stato concepito per essere romantico, ma solo per essere accattivante, magnetico, che fa quasi stare scomodi sulla poltrona.

In questo Cime Tempestose la bellezza sta proprio nel disastro. E se cercate la fedeltà assoluta, restate in biblioteca. Starete anche al riparo da qualche sgradita (?) tentazione lussuriosa.

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