Arnaldo Pomodoro, lo scultore che ha inciso il tempo
Ci ha lasciato lo scorso 22 giugno lo scultore Arnaldo Pomodoro, alla vigilia dei suoi 99 anni. Lo ricorderemo come il maestro delle crepe.
«Tutto il mio lavoro si sviluppa attorno alla tensione tra l’ordine apparente e la complessità interiore. Le mie sculture vogliono raccontare ciò che si cela sotto la pelle delle cose». Arnaldo Pomodoro non è stato solo uno scultore. È stato uno scavo. Un taglio netto nel corpo della materia e della storia, un’apertura verso il mistero. Se n’è andato il 22 giugno 2025, alla vigilia dei suoi 99 anni, lasciandoci un mondo disseminato di segni, fenditure, fratture, macchine poetiche che sembrano venire dal futuro o da un passato remoto e dimenticato. E ci ha lasciati anche con una domanda: che cosa c’è sotto la superficie delle cose?
La scultura come dissacrazione dell’apparenza
Chiunque si sia trovato di fronte a una delle sue celebri Sfere ha avuto la medesima percezione . Sono perfette, monumentali, lucide. Eppure sono spezzate, squarciate, rivelano un interno fatto di ingranaggi, fratture, cicatrici. Arnaldo Pomodoro ha fatto della perfezione una trappola visiva. Ci invita a non fidarci mai della superficie, a non credere mai che ciò che vediamo coincida con ciò che è.

La sua è una scultura che indaga, smonta, rivela. È come se la materia parlasse di sé, come se i bronzi e gli ori raccontassero le tensioni interne del nostro tempo: il conflitto tra ordine e caos, progresso e rovina, tecnologia e umanità.
Un’estetica del frammento di Arnaldo Pomodoro
Pomodoro ha inciso la modernità con la forza di un aruspice postindustriale. Le sue opere non sono mai lisce: sono corpi feriti, aperti, attraversati da geometrie impossibili. Il Grande Disco in Piazza Meda a Milano, le Colonne monumentali, il labirinto installato sotto la sede della Fondazione a Milano — ogni opera è una meditazione spaziale sul tempo, sulla memoria e sul destino.

E se c’è una costante in tutta la sua produzione, è il desiderio di rendere visibile ciò che di solito resta nascosto. Il cuore segreto delle cose. La verità incisa sotto lo splendore.
Arnaldo Pomodoro, l’uomo dietro l’artista
Arnaldo Pomodoro era un artista colto, politicamente attento, capace di fondere sensibilità ingegneristica e vocazione poetica. Aveva iniziato come geometra, aveva fatto l’orefice, lo scenografo, il tecnico. Ma tutto in lui, fin dall’inizio, puntava verso un’idea: dare forma a ciò che non ha forma. O almeno provarci.
Era anche profondamente generoso: nel 1995 ha creato la Fondazione Arnaldo Pomodoro, un luogo non solo per conservare la sua opera, ma per formare nuovi sguardi, accogliere giovani artisti e promuovere la scultura come linguaggio del pensiero.
Un’eredità incisa nel bronzo e nel cuore
Ciò che rende grande un artista è la capacità di parlare a epoche diverse, anche lontane dalla propria. Pomodoro ha scolpito non solo per il presente, ma per il futuro. Le sue Sfere esistono a Roma, New York, Teheran, Dublino, Tokyo, Gerusalemme. Sono radici e satelliti: ancore nella terra e strumenti per viaggiare nel pensiero.
Guardarle oggi, alla luce della sua scomparsa, significa rileggerle come testamenti scultorei. Non lasciano risposte, ma domande incise nel bronzo: quanto è fragile la bellezza? Quanto è complesso ciò che crediamo semplice? Quanto ci costa ignorare le crepe, nelle cose e in noi?
Addio a chi ha dato voce al metallo
Arnaldo Pomodoro ha trasformato la scultura in un linguaggio capace di raccontare l’interiorità del mondo. Lo ha fatto con pazienza, coerenza, rigore. E con una voce tutta sua: silenziosa, profonda, come il suono che fa un metallo quando viene inciso.
Ci lascia non solo opere, ma un metodo: ascoltare la materia, interrogare la forma, non accontentarsi mai della prima impressione.
Ecco, forse possiamo ricordarlo così. Non come l’artista delle sfere, dei dischi o dei labirinti. Ma come il maestro delle crepe. Colui che ci ha insegnato che proprio lì, dove tutto sembra cedere, può nascere qualcosa di vero.


