Biennale di Venezia, il cinema sotto le bandiere della Palestina
La 82esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia non è solo un palcoscenico per le star di Hollywood e i grandi autori internazionali. Quest’anno il Lido è diventato anche un terreno di confronto politico e culturale, dove le voci del cinema si intrecciano con le richieste di giustizia per la Palestina.
Tutto è iniziato il 22 agosto, quando il collettivo Venice4Palestine (V4P) ha diffuso una lettera-appello diretta alla Biennale di Venezia. Il testo denuncia «il genocidio in corso a Gaza» e chiede al festival di assumere una posizione chiara e inequivocabile. In pochi giorni la lettera ha raccolto oltre 1.500 firme, tra cui artisti e registi italiani e internazionali: Alice e Alba Rohrwacher, Toni Servillo, Matteo Garrone, Valeria Golino, Abel Ferrara, Carlo Verdone, Michelangelo Frammartino, Fiorella Mannoia.
Le richieste dei firmatari includono il ritiro degli inviti a Gal Gadot e Gerard Butler, accusati di sostenere pubblicamente il governo isreliano , l’apertura del festival a una delegazione di artisti palestinesi, che possano sfilare sul tappeto rosso con la bandiera palestinese e maggiore spazio nel programma a film e narrazioni provenienti dal mondo palestinese.
La risposta della Biennale di Venezia
La direzione del festival ha scelto una posizione di apertura ma non di rottura. La Biennale ha ricordato di essere da sempre «un luogo di confronto aperto e sensibile alle questioni più urgenti della società e del mondo» e ha sottolineato la presenza in concorso di opere che affrontano direttamente la tragedia di Gaza.
Tra queste spicca The Voice of Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, uno dei film più discussi della selezione ufficiale. L’opera racconta la storia vera della bambina palestinese di sei anni uccisa a Gaza nel gennaio 2024 durante un attacco israeliano. La sua voce registrata in una chiamata d’emergenza è diventata simbolo internazionale dell’orrore della guerra.
Sulle accuse legate agli ospiti contestati, la Biennale ha chiarito che Gal Gadot non era mai stata invitata ufficialmente, mentre la presenza di Gerard Butler era già in dubbio.
Le piazze del Lido
Il dibattito non resterà confinato nei comunicati stampa. Per il 30 agosto è previsto un corteo pro Palestina dal titolo Stop al genocidio – Palestina libera, che attraverserà il Lido fino al Palazzo del Cinema. L’iniziativa vuole portare la protesta fuori dal tappeto rosso e dentro la città, rendendo visibile l’urgenza del tema davanti agli occhi del mondo.

In parallelo è nato anche un contro-movimento, Venice for Israel, che ha diffuso un appello in difesa della libertà creativa degli artisti, negando la definizione di “genocidio” e accusando Venice4Palestine di alimentare una narrazione ideologica e antisemitica.
Il cinema come campo della battaglia simbolica
L’edizione 2025 della Biennale del Cinema di Venezia, si conferma come i grandi festival internazionali non siano solo luoghi di celebrazione estetica, ma anche spazi politici, capaci di amplificare voci e conflitti globali. Venezia, già storicamente aperta ai temi sociali, quest’anno si trova al centro di una battaglia simbolica: da un lato chi chiede di fare del cinema un atto di resistenza, dall’altro chi difende l’autonomia artistica dalle pressioni ideologiche.
Il caso Hind Rajab e la mobilitazione degli artisti hanno già impresso a questa Biennale un segno indelebile. Il Leone d’Oro, a prescindere dal vincitore, sarà inevitabilmente circondato dal peso della geopolitica.


