Biennale di Venezia, il no degli artisti al padiglione di Israele
In questi ultimi giorni è nata un’alleanza tra artisti contro la mancata presa di posizione da parte della Biennale di Venezia, sul tema del padiglione di Israele. Richiesta che trova la resistenza del ministro della cultura Gennaro Sangiuliano.
Art Not Genocide Alliance (ANGA) ha già raccolto migliaia di firme per dire no alla presenza del padiglione di Israele alla Biennale di Venezia. Più di 15 mila firme, tra le quali troviamo artisti ed esponenti del mondo della cultura palestinese e anche israeliana come Nan Goldin a Sophie Jung, e Jesse Darling, tra cui molti italiani come Cesare Pietroiusti, la curatrice Emilia Giorgi, la piattaforma Locales, e diversi nomi legati alla Biennale di Venezia.
La richiesta degli artisti nasce soprattutto dopo gli avvenimenti della reazione Israeliana, ai fatti del 7 ottobre che hanno provocato un vero e proprio massacro del popolo palestinese: «qualsiasi rappresentazione ufficiale di Israele sulla scena culturale internazionale sia una legittimazione delle sue politiche genocide a Gaza». L’appello della raccolta firme recita: «Riteniamo che la Biennale stia promuovendo uno Stato di apartheid genocida, e richiediamo che non ci sia un padiglione del genocidio alla Biennale di Venezia».

Molto contrariato il Ministro della cultura Gennaro Sangiuliano, che risponde duramente alla richiesta degli artisti, affermando essere «inaccettabile, oltre che vergognoso, il diktat di chi ritiene di essere il depositario della verità e con arroganza e odio pensa di minacciare la libertà di pensiero e di espressione creativa in una Nazione democratica e libera come l’Italia».
Prosegue il Ministro: «Israele non solo ha il diritto di esprimere la sua arte ma ha il dovere di dare testimonianza al suo popolo proprio in un momento come questo in cui è stato duramente colpito a freddo da terroristi senza pietà. Allo Stato di Israele, ai suoi artisti e a tutti i suoi cittadini va la mia più profonda solidarietà e vicinanza. La Biennale d’arte di Venezia sarà sempre uno spazio di libertà, di incontro e di dialogo e non uno spazio di censura e intolleranza. La cultura è un ponte tra le persone e le nazioni, non un muro di divisione».
Ma com’è possibile che la Biennale di Venezia (giunta ormai alla sua 60esima edizione) non si sia pronunciata a riguardo? Ricordiamo tutti gli effetti sul mondo della cultura nel 2022 dopo l’attacco russo all’Ucraina, con il caloroso sostegno al popolo ucraino e la ferma condanna all’aggressione militare russa. Era arrivato il “no” forte e chiaro di molte istituzioni per lasciare fuori la cultura russa da teatri e manifestazioni internazionali.
Ci sono invasioni più giustificate di altre? Ovviamente gli appoggi politici mondiali fanno da traino sulle scelte di Stato su chi supportare o meno. Lo vediamo spesso nella comunicazione dei mass media, che racconta molte volte la storia da una lente, alle volte, non troppo limpida.
Per il padiglione di Israele, l’artista che ad oggi è prevista è Ruth Patir con un progetto presentato a settembre 2023 a cura di Mira Lapidot e Tamar Margalit. «Ci aggrappiamo alla convinzione che debba esserci uno spazio per l’arte, per la libera espressione e creazione, in mezzo a tutto ciò che sta accadendo», dichiaravano Lapidot, Margalit e Patir, qualche mese fa, rivendicando la scelta di essere presenti a Venezia.
Allo stesso tempo la Palestina, non riconosciuta dall’Italia come Stato sovrano, non ha mai avuto l’opportunità di presentare un proprio padiglione nazionale e anche quest’anno per la mostra Palestine Museum, come evento collaterale alla Biennale di Venezia, non sarà inclusa.
ANGA si allaccia al tema presentato dall’artista israeliana per rincarare la dose nel loro appello, ovvero quello della maternità contemporanea e la fertilità, visto come contrasto alle azioni dello stato di Israele che conta tra le sue vittime «più di 12mila bambini e distrutto l’accesso alle cure riproduttive e alle strutture mediche».
Conclude così l’appello di ANGA: «L’arte non può trascendere la realtà. Gli eufemismi non possono cancellare le verità violente. Qualsiasi lavoro che rappresenti ufficialmente lo Stato di Israele costituisce un’approvazione delle sue politiche genocide. Non esiste libera espressione per i poeti, gli artisti e gli scrittori palestinesi assassinati, messi a tacere, imprigionati, torturati e a cui è stato impedito di viaggiare all’estero o all’interno di Israele. Neanche libertà di espressione nei teatri palestinesi e nei festival letterari chiusi da Israele. Non c’è libertà di espressione nei musei, negli archivi, nelle pubblicazioni, nelle biblioteche, nelle università, nelle scuole e nelle case di Gaza bombardate e ridotte in macerie da Israele. Non esiste libertà di espressione nel crimine di guerra del genocidio culturale»


