Dove finisce Hamas e dove ricominciano gli esseri umani?

Dove finisce Hamas e dove ricominciano gli esseri umani?

Il diritto positivo è basato sul concetto di responsabilità individuale, valore illuminista che discende dal dominio dell’intelletto sulle passioni e dalla nozione stessa di individuo come persona portatrice di diritti e di doveri. Questo individuo è intitolato alla responsabilità di gestire le proprie azioni e, soprattutto, alla inderogabile necessità di risponderne.


La questione da cui sorge l’interrogativo attuale è se il perdono sia concepibile a livello giuridico e statale, oppure se, al contrario, il concetto stesso di responsabilità ponga dei seri problemi alla possibilità di pensare a un “perdono di Stato”, a una riconciliazione dal punto di vista giuridico-formale.

Riconciliazione e diritto: una frattura concettuale

Il concetto di riconciliazione trova la sua più alta formulazione nella filosofia hegeliana. E forse non è un caso che Hegel stesso abbia scritto moltissimo su cosa dovrebbe essere uno Stato e sul perché esso rappresenti il fine ultimo e sublime dell’opera della Ragione. Tuttavia, la riconciliazione va oltre il piano giuridico, pur toccandolo intimamente come fine ultimo della giustizia, poiché appartiene al campo della moralità.

La moralità è normativa, ma in uno Stato laico e democratico essa non coincide con il diritto positivo. E tuttavia, ci si può anche chiedere il contrario: cosa resterebbe del diritto al di fuori di qualsiasi prospettiva morale? Probabilmente nulla.

Un dilemma tutt’altro che astratto

Possiamo dunque riconoscere che ci sia un dilemma, una querelle, che ha oggi ricadute tutt’altro che astratte o formali. Lo dimostrano l’esacerbarsi, negli ultimi tempi, di due conflitti a noi vicini: quello russo-ucraino e quello arabo-israeliano. La guerra è sempre stata una possibilità concreta, e in effetti gli Stati, così come i popoli, hanno sempre combattuto e sempre combatteranno. Ma è possibile rintracciare qualche esempio di perdono? Le nazioni hanno mai perdonato? Se no, perché? E se sì, quando e come questo è avvenuto nella storia?

Nel 1945 la Germania nazista perse la Seconda Guerra Mondiale. Berlino venne divisa da un muro e lo Stato tedesco perse il diritto di esistere. Eppure, la Germania oggi esiste: non è scomparsa. Le è stato permesso di risorgere dalle ceneri di un passato oscuro, che ancora oggi fa paura e che non va dimenticato.

Lungi dall’essere stata perdonata, la Germania dovette pagare milioni, una sorta di colossale multa per un risarcimento impossibile. Eppure questo tipo di risarcimento è previsto dalla legge anche a livello individuale.

La monetizzazione dell’irrisarcibile

Il risarcimento danni a seguito di un incidente invalidante, ad esempio, è il modo in cui il diritto positivo formalizza un risarcimento impossibile: quello della salute del corpo irrimediabilmente compromessa da un illecito. La salute, che in senso assoluto non ha prezzo, può dopotutto essere monetizzata.

Per quanto possa sembrare paradossale, esiste un prezzo per un braccio rotto, per la perdita dell’uso di un arto, per un occhio accecato o per una disabilità intellettiva causata da un forcipe mal utilizzato. Piani incommensurabili come la vita e il denaro, la dignità inviolabile dell’uomo e l’economia del diritto, vengono dunque ogni giorno appiattiti l’uno sull’altro.

La legge del taglione e la compensazione

Questa strategia è comunemente definita come l’unica forma di compensazione possibile, basata su una concezione retributiva della giustizia. Il reo deve pagare: con i soldi, con il tempo – se è meritevole di reclusione – o con la vita, nei luoghi dove la pena di morte è ancora ammessa.

La parola chiave è pagare. Quando viene commesso un torto, qualcuno deve pagare. Chi rompe paga, come si suol dire. È la testimonianza che il diritto, così come ancora oggi lo concepiamo, è costitutivamente incapace di uscire dalla legge del taglione.

Abbiamo soltanto introdotto delle gradazioni valutative, proporzionate all’entità del danno. Ma, in sostanza, nulla sembra cambiato. Tranne per il fatto che, in Italia e in tutto l’Occidente, abbiamo avuto Beccaria.

Beccaria e il limite dello Stato

Beccaria ci ha insegnato che chiedere la vita, chiedere la testa, è troppo. Perché lo Stato si fa colpevole tanto quanto l’assassino se finisce con l’uccidere Caino. Oggi siamo costretti a confrontarci ancora una volta con questo dubbio: è lecito o no uccidere Caino?

Nella Bibbia Dio dice: «Nessuno tocchi Caino» (Genesi 4,15). Ma il testo sacro della religione cristiana non è una fonte giuridica, poiché nessuno Stato cristiano oggi è una teocrazia – e per buone ragioni. La religione, nelle democrazie occidentali, è ormai solo una morale. E nell’epoca del nichilismo realizzato è solo una delle tante possibili, criticabile e opinabile.

Quindi, perché non uccidere Caino? La responsabilità di una colpa grande si trasforma nella consapevolezza di una grande responsabilità che va esigita, che va pagata. Ma Caino può essere un intero popolo? Uno Stato?

Il criterio della responsabilità individuale può essere applicato, nel caso di crimini di guerra o contro l’umanità, a una pluralità di individui di cui è impossibile soppesare minuziosamente le colpe reali? Questa è l’operazione in atto a Gaza in queste ore.

Hamas, Israele e la responsabilità collettiva

La stessa ragione che incarna il diritto positivo – e che ha puntato tutto sulla responsabilità individuale – impone a Israele di decidere chiaramente dove finisca Hamas e dove comincino gli esseri umani. Qual è il confine tra una risposta bellica giustificata dalla difesa del proprio diritto e il bersagliamento indiscriminato di un popolo che non è uno Stato e che non dispone neanche dell’autonomia di accendere o spegnere la luce?

In questo contesto fanno riflettere le parole della regina di Giordania, da sempre attiva nelle cause umanitarie: «Dire che Hamas usi civili come scudi umani come giustificazione per i raid israeliani che stanno uccidendo migliaia di civili palestinesi, di cui la metà bambini, è un insulto all’intelligenza. Israele resta uno Stato (al contrario di Hamas) e deve rispettare il diritto internazionale, che impone di preoccuparsi dei civili prima di lanciare un singolo proiettile o una singola bomba. Israele ha detto di aver avvisato la popolazione di spostarsi in zone di sicurezza, ma queste zone sono state comunque attaccate. Ha detto di aver diffuso messaggi di evacuazione online e in televisione, rivolgendosi a un popolo che, dall’inizio delle ostilità, è privo di energia elettrica».

Umanità e distinzione: dove finisce Hamas?

Quello che sta accadendo è l’identificazione di un gruppo terroristico con un’intera popolazione di due milioni di abitanti. Se, alla morale, non è lecito uccidere Caino, ancor più illecito è ucciderne i figli, le madri, i parenti, i conoscenti o i vicini di casa. Anche solo per il semplice fatto che forse lo conoscevano, forse lo sostenevano, forse lo hanno visto passare una volta per strada, o forse no. Dove finisce Hamas e dove ricominciano gli esseri umani?

di Veronica Sciacca

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