Referendum dell’8-9 giugno, una guida ai quesiti

Referendum, una guida ai quesiti

Nelle giornate dell’8 e del 9 giugno, l’elettorato italiano sarà chiamato ad esprimersi sui 5 quesiti dei referendum popolari abrogativi.


I prossimi 8 e 9 giugno, com’è noto, i cittadini italiani aventi diritto di voto saranno chiamati a partecipare a 5 referendum popolari. I relativi quesiti su cui l’elettorato si esprimerà riguardano la disciplina del lavoro e la concessione della cittadinanza agli extracomunitari.

Previsti con appositi decreti del Presidente della Repubblica lo scorso 25 marzo, tali referendum hanno natura abrogativa. In altri termini, essi costituiscono strumenti attraverso cui si intende cancellare totalmente o parzialmente uno specifico atto normativo.

Cos’è un referendum?

Prima di entrare nel dettaglio dei 5 quesiti referendari, è opportuno comprendere a grandi linee cosa sia un referendum. Si tratta, nel dettaglio, di un istituto giuridico di democrazia diretta che consente ai cittadini di esprimere la propria volontà su determinate questioni. In tal senso, essi partecipano alle decisioni politiche, venendo consultati e acquisendo responsabilità e consapevolezza sulla vita e sul processo democratico del Paese.

L’art. 75 della Costituzione italiana prevede la possibilità di attivare questo strumento «per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge». A tal fine, la stessa disposizione prevede alcuni requisiti. In particolare, il referendum viene indetto qualora ne facciano richiesta «cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali».

La richiesta di consultazione popolare è sottoposta ad un apposito iter, prima di essere somministrata ai cittadini. Dopo il deposito presso l’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione entro il 30 settembre di ciascun anno, quest’ultimo effettua un duplice controllo. Da un lato, l’Ufficio verifica la conformità della richiesta abrogativa alle norme vigenti; dall’altro, si preoccupa di determinare se l’atto normativo oggetto della richiesta è ancora in vigore e se si tratti di una legge o di un atto avente forza di legge.

Terminato il controllo dell’Ufficio con la definizione del quesito referendario, interviene il giudizio di ammissibilità della Corte Costituzionale. Nel dettaglio, essa controlla se le richieste di referendum abrogativi rispettino i requisiti previsti dall’art. 75 della Costituzione.

Superato il vaglio della Corte Costituzionale, il quesito viene sottoposto al voto dei cittadini. Affinché il referendum sia valido, è necessario raggiungere un quorum di partecipazione pari alla maggioranza degli aventi diritto di voto. Sono in tal caso si potrà procedere al calcolo delle preferenze. La vittoria dei “SI” e sui “NO” determina l’abrogazione dell’atto.

Abolizione del contratto a tutele crescenti

I primi 4 quesiti referendari, proposti dal sindacato CGIL, riguardano alcuni aspetti specifici della disciplina sul lavoro. In particolare, il primo di questi (Scheda Verde) concerne l’abrogazione del contratto a tutele crescenti previsto dal Jobs Act.

Secondo tale normativa, qualora il licenziamento sia dichiarato dal giudice illegittimo, il lavoratore ha diritto a chiedere un indennizzo, ma non la reintegrazione nel posto di lavoro. La disciplina fa riferimento ai dipendenti a tempo indeterminato di un’impresa con più di 15 lavoratori e l’indennizzo viene calcolato sulla base dell’anzianità di assunzione, per un importo che varia da un minimo di 12 ad un massimo di 36 mensilità.

Con la vittoria del “SI”, si ritornerebbe alla vecchia tutela prevista dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Detta in altri termini, il dipendente vittima di licenziamento illegittimo potrebbe richiedere la reintegrazione nel posto di lavoro, venendo abolito il quadro normativo dal Jobs Act.

Chi sostiene il “SI” ritiene che il vecchio regime dell’art. 18 garantiva un mercato del lavoro meno precario, assicurando più diritti ai lavoratori e stimolando le imprese ad una maggiore competitività. Chi, al contrario, sostiene il “NO” che l’abrogazione dell’attuale disciplina sui licenziamenti illegittimi (Jobs Act) aumenterebbe la complessità dei rapporti di lavoro.

Licenziamenti e relativa indennità nelle piccole imprese

Il secondo quesito (Scheda Arancione) riguarda l’abrogazione parziale della disciplina dei licenziamenti e delle relative indennità nelle piccole imprese. Nella sostanza, ciò che si chiede è l’eliminazione del tetto massimo al risarcimento nelle piccole aziende in caso di licenziamento illegittimo.

La normativa attualmente in vigore prevede, infatti, che quest’ultimo non superi le 6 mensilità nelle imprese con meno di 15 dipendenti, aumentando nel caso di aziende più grandi. L’abolizione di tale soglia rimetterebbe al giudice la quantificazione del risarcimento, da determinarsi a seconda delle circostanze del caso concreto. Il quesito assume una portata significativa, se sol si considera che le imprese con meno di 15 dipendenti costituiscono l’85% di quelle presenti sul territorio nazionale.

Chi si esprime a favore del “SI” ritiene non corretto prevedere regimi risarcitori diversi in base alla grandezza dell’impresa. E questo anche tenuto conto che i lavoratori delle piccole imprese impiegano, in media, più di 6 mesi prima di trovare un nuovo impiego. In aggiunta, il tetto massimo dissuaderebbe gli imprenditori che, per paura di un risarcimento maggiore, non punterebbero sulla crescita dell’azienda.

Chi sostiene il “NO”, invece, teme che l’intervento dei giudici possa creare incertezza per le imprese, con gli imprenditori che adotterebbero maggiore cautela nelle assunzioni. In più, l’eliminazione del tetto massimo aprirebbe la strada a possibili risarcimenti milionari che, in quanto tali, non potrebbero essere coperti dalle piccole imprese.

Referendum abrogativi, una guida ai quesiti

Il referendum sui contratti precari

Il terzo quesito (Scheda Grigia) riguarda l’abrogazione parziale delle norme in materia di apposizione di termine al contratto di lavoro subordinato, durata massima e condizioni per proroghe e rinnovi. In questo caso, l’obiettivo è l’abolizione della facoltà, in capo ai datori di lavoro, di stipulare contratti a termine di 12 mesi, senza dare giustificazione di una tale scelta.

La vigente normativa, infatti, consente a tali soggetti di indicare le causali giustificative solo in caso di rinnovi che superano l’anno. La mancanza di una causale sin dall’inizio ha prodotto, nel tempo, il rischio del ricorso continuo ai contratti a termine annuali, con conseguente aumento della precarietà. Da qui la determinazione del quesito referendario, volto ad impedire l’abuso di tale strumento contrattuale da parte dei datori di lavoro.

Le ragioni del “SI” si rinvengono nella volontà di far sì che il contratto a termine che abbia una causale giustificativa sin dall’inizio costituisca la regola, puntando sulla sua stabilità e contrastando la precarietà della normativa del Jobs Act. Chi protende per il “NO” ritiene che la sussistenza di contratti a tempo determinato non dipenderebbe proprio dal Jobs Act. A tale motivazione se ne aggiunge una ulteriore, ossia la convinzione che gli unici a beneficiare della vittoria del “SI” sarebbero gli avvocati, poiché aumenterebbe il contenzioso in materia.

Responsabilità solidale del committente, dell’appaltatore e del subappaltatore

Il quarto quesito (Scheda Rossa) riguarda la responsabilità delle imprese committenti in caso di infortuni sul lavoro allorquando una specifica attività viene data in appalto o subappalto. Nella sostanza, si chiede l’abrogazione della norma che esclude la responsabilità solidale – cioè congiunta – dell’azienda che ha dato in appalto o subappalto l’attività da eseguire.

Secondo la normativa vigente, infatti, in caso di infortunio sul lavoro a danno di un dipendente, la responsabilità ricade sull’impresa che ha eseguito il lavoro. Di conseguenza, l’approvazione del referendum consentirebbe di estendere tale responsabilità anche all’impresa che ha commissionato l’attività.

Chi opta per il “SI” ritiene che l’assenza di responsabilità dell’azienda committente è una delle cause che limitano la sicurezza sul lavoro. In altri termini, un’impresa che non è ritenuta responsabile dell’operato dell’azienda che riceve l’appalto non è incentivata a prestare la dovuta attenzione ai controlli sulla sicurezza e alla selezione di imprese più sicure. La vittoria del “SI”, quindi, aumenterebbe il senso di responsabilità e, consequenzialmente, la tutela dei lavoratori.

Chi si esprime a favore del “NO”, invece, teme che la responsabilità solidale renderebbe maggiormente complessi i rapporti tra imprese, soprattutto con riferimento alle attività particolarmente tecniche. In linea generale, inoltre, non sarebbe questo il reale problema che inficia la sicurezza sul lavoro o, quantomeno, il principale.

Il referendum sulla cittadinanza

L’ultimo quesito (Scheda Gialla) è l’unico che non fa riferimento alla disciplina sul lavoro. Nel dettaglio, tale referendum si concentra sulla concessione della cittadinanza italiana agli extracomunitari e sul dimezzamento delle tempistiche per formulare la relativa richiesta.

Ad oggi, la naturalizzazione degli stranieri maggiorenni prevede diversi requisiti, tra cui la residenza legale ed ininterrotta per 10 anni. A questa si aggiungono la sussistenza di un livello reddituale minimo, la conoscenza basilare della lingua italiana e l’assenza di precedenti penali. L’approvazione del referendum consentirebbe di ridurre tale soglia temporale della residenza legale, passando a 5 anni.

Chi sostiene il “SI” critica l’eccessiva rigidità della legge italiana nei confronti degli extracomunitari che hanno dimostrato di voler fare dell’Italia il proprio Paese. Con dimezzamento del tempo, circa 2,3 milioni di studenti e lavoratori stranieri otterrebbero la cittadinanza e i diritti che da questa discendono. Chi si oppone con il “NO”, invece, osserva che tale referendum non favorirebbe l’integrazione, richiedendosi un percorso più lungo e articolato. Si afferma, inoltre, che l’Italia sarebbe già il Paese UE con più concessioni di cittadinanza.

Informazioni utili

Come detto in precedenza, le giornate previste per la votazione dei quesiti referendari sono l’8 e il 9 giugno. Si potrà votare nella fascia oraria 07:00-23:00 durante il primo giorno e 07:00-15:00 l’indomani. Basterà recarsi nel proprio seggio di residenza, con tessera elettorale fornita dal Comune e documento di identità in corso di validità.

Si tenga presente che il singolo avente diritto non dovrà necessariamente votare tutti “SI” o tutti “NO”, così come non dovrà necessariamente esprimersi su tutti i quesiti. Avrà, infatti, la possibilità di scegliere le schede su cui intende esprimere la propria preferenza. In ogni caso, la votazione avviene mediante apposizione di una “X” nella casella di riferimento.

In caso di vittoria del “SI”, e quindi di approvazione del quesito referendario, il Presidente della Repubblica dichiarerà l’abrogazione – totale o parziale, a seconda dei casi – della legge con proprio decreto. Tale ipotesi potrebbe portare ad una procrastinazione dell’efficacia abrogativa di 60 giorni, in modo da consentire al Parlamento di colmare eventuali lacune legislative. La vittoria del “NO”, invece, non comporterà alcuna modifica del quadro normativo vigente e il quesito concreto non potrà essere proposto prima che siano trascorsi 5 anni.

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