In Siria una de-escalation può bastare?
I governi di Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito hanno chiesto la de-escalation in Siria, dopo l’offensiva dei gruppi jihadisti e la risposta del governo. Ma basterà?
In una nota congiunta, i governi di Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito hanno chiesto la de-escalation in Siria. Dopo che il 27 novembre una coalizione di gruppi ribelli ha condotto un’offensiva a sorpresa nelle campagne siriane di Aleppo e Idlib. Per la prima volta dal 2016, le truppe governative siriane hanno combattuto contro i ribelli jihadisti all’interno della città di Aleppo. Nel frattempo, mentre il ministro degli esteri iraniano è in Turchia, per la seconda tappa del suo viaggio diplomatico – dopo la visita di domenica a Damasco – la Russia ha dichiarato di continuare a sostenere il presidente siriano Bashar Al Assad. Lo ha detto il portavoce del Cremlino domenica Dimitri Peskov nel corso di un briefing.
Peggiora la situazione umanitaria nel Paese, il 29 novembre il vice coordinatore regionale delle Nazioni Unite, per gli aiuti umanitari in Siria, ha parlato di 14 mila sfollati in soli tre giorni. La Difesa Civile Siriana, nota come Caschi Bianchi, opera nelle aree di opposizione al governo. Il gruppo ha dichiarato che l’esercito di Assad ha lanciato contro-operazioni congiunte con le forze russe contro i ribelli jihadisti all’interno della città di Aleppo e Idlib.
Cinque giorni fa una coalizione di gruppi ribelli guidati da Hayat Tahrir al-Sham ha costretto le forze armate siriane a ritirarsi temporaneamente, in attesa dei rinforzi per rispondere. Venerdì gli insorti hanno sfondato le linee di difesa governative ad Aleppo e sono entrati nel quartiere occidentale della città con poca resistenza.
In Siria però ci sono 120 connazionali italiani a rischio, anche se l’ambasciatore italiano Stefano Ravagnan ha dichiarato al Corriere della Sera che “per loro al momento la situazione è tranquilla”. A Damasco, l’ambasciatore ha rassicurato, notando come la crisi non vada letta come un evento improvviso: “Sono mesi che l’inviato speciale Onu, Geir Pedersen, ci mette in guardia sulla possibilità che il contesto possa cambiare, l’instabilità tradursi in conflitto”.
“Il problema è la perenne interferenza tra attori esterni e situazione interna”, ha concluso. Nelle ore successive, l’Onu ha avviato infatti l’evacuazione da Aleppo verso Damasco. “In Siria rischiamo un nuovo collasso migratorio e una nuova catastrofe umanitaria. Dobbiamo tutti muoverci e fare in fretta per evitare il peggio”. Così il vicepremier e ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, in un’intervista al Quotidiano Nazionale, dichiarandosi “molto preoccupato per quello che sta accadendo in Siria”.
Adesso tocca alla comunità internazionale interrogarsi su come operare in Siria per evitare una nuova destabilizzazione ed emergenza umanitaria, nonché il collasso, senza dimenticare la situazione in Palestina, a Gaza e nei territori occupati.


