Donne in Libano: esiste ancora una speranza?

Donna in Libano

Le donne in Libano sono quasi metà della popolazione ma i loro diritti sono da sempre pressoché ignorati, la loro voce messa a tacere e la loro presenza sulla scena pubblica marginalizzata.


La portata dell’argomento è indubbiamente ampia e si arricchisce giornalmente di innumerevoli fatti di cronaca che spesso vanno in un’unica direzione, quella dell’oppressione. Ci limitiamo ad interrogarci sul perpetrarsi delle privazioni che le donne continuano a subire in questo lembo di terra e a capire se in fondo esiste ancora una reale possibilità di sentirsi libere di restare nella propria terra anziché dover partire per restare vive.


Il Libano è un paese multiconfessionale del Medio Oriente abitato da 6 milioni di persone. La diversa appartenenza religiosa della popolazione, divisa in 18 confessioni diverse, ha sempre caratterizzato la sua storia. Dopo l’indipendenza dalla Francia, nel 1943, un patto nazionale tra le principali confessioni ha permesso di superare l’eredità coloniale. Nel 1975 ha avuto inizio una sanguinosa guerra civile durata fino al 1990, che ha ancora oggi forti ripercussioni sulla società libanese.

L’operazione militare israeliana iniziata dopo il 7 ottobre 2023, ha spazzato via la vita di migliaia di donne, senza contare coloro che sono rimaste sepolte sotto le macerie o disperse. L’escalation delle ostilità tra Israele e Hezbollah, la più importante forza paramilitare del mondo arabo, ha acceso i riflettori sulle gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, come sollevato di recente da Amnesty International post attacchi del 23 settembre che in una sola giornata hanno ucciso 500 persone tra cui un centinaio di donne innocenti.

È una cronaca brutale e raggelante che non possiamo fare a meno di denunciare e di diffondere, rammentando che si tratta di civili innocenti, persone collocate in un posto giusto, multiculturale, ricco di storia e di risorse, il cd. Paese dei Cedri, ma in un momento storico quasi sempre “sbagliato”. Le fotografie quotidiane ci restituiscono una drammaticità della situazione davvero insopportabile. Ci sono donne sfollate a causa degli attacchi in Libano costrette ad usare pezzi di stoffa e sacchetti di plastica neri al posto degli assorbenti, donne senza privacy, senza accesso a medicine, servizi igienici, con poco accesso a cibo ed acqua pulita, esacerbando una condizione di grave precarietà che con il conflitto in corso toglie alle donne anche la loro dignità.

Ma tutto ciò non basta ad eliminare il desiderio di una vita normale, perché come ripetono a Beirut c’è sempre un bene a cui guardare. Un bene a cui mirano ancora oggi le donne libanesi, nonostante tutto, nonostante le violenze della guerra, nonostante le inestricabili disuguaglianze di genere, gli abusi, l’odio, nonostante la chiave del cambiamento rimanga saldamente in mani maschili, come testimonia il potere smisurato di Hezbollah piuttosto che la marginale rappresentanza delle donne nel Parlamento libanese (poco sopra il 3%).

La tenacia nel difendere la vita dall’oppressione maschile, la loro resilienza, la caparbietà con la quale affrontano la sofferenza dell’esilio o le indicibili atrocità della guerra, consentono ancora di “scommettere” sulle donne di Beirut, donne come Joumana, Rana, Naima, Fadia, donne piene di vita e di talento, donne impegnate culturalmente, irriducibili attiviste e promotrici di quel cambiamento temuto da una società ancora intrisa di un anacronistico retrogusto patriarcale, donne straordinariamente capaci di rialzarsi giorno dopo giorno, deflagrazione dopo deflagrazione, donne che hanno imparato a compattarsi e a mobilitarsi anche lontane dal Paese per riprendersi la loro terra d’origine. Sosteniamole, impariamo da loro e non stanchiamoci di esaltarne l’esempio.

Stand up for libanese woman -
Vignetta di Giuseppe Castiglione

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