Oasis, la reunion di cui tutti avevamo bisogno
C’è chi parla di un presunto bisogno di soldi e rinnovata notorietà. Gli Oasis, i fratelli Gallagher, hanno smesso di litigare per far tornare a parlare il palco, tutto il resto non conta.
Il mondo della musica e milioni di fan, soprattutto millennial, sono stati scossi dall’annuncio più atteso di tutti: gli Oasis torneranno in tour dopo una pausa di soli 15 anni. I fratelli Liam e Noel Gallagher, da sempre in una “relazione complicata”, tra complicità fraterna e scontri pubblici, hanno deciso di mettere da parte le loro divergenze. Ebbene sì, si torna a suonare insieme.
La separazione della band era arrivata nel 2009, dopo una violenta lite dietro le quinte. La band, però, ha deciso di riunirsi in un momento in cui il mondo sembra avere un disperato bisogno di loro e del loro iconico sound, quello che ha segnato una generazione.
In un’epoca dominata dal digitale, gli Oasis rappresentano una necessità. In un momento in cui, oggettivamente, le vendite dei dischi hanno lasciato il posto agli stream – neanche lontanamente paragonabili in termini di guadagni – il ritorno della musica suonata sul palco non può che strappare (più di) qualche lacrima.
La musica dei fratelli Gallagher, tra il grunge tormentato e il rock più speranzoso, anche sognante e psichedelico, è il simbolo perfetto di quella capacità di tenere insieme elementi che ci sembrano inconciliabili. Con uno stile ancorato agli anni ’90, la band è invece molto più dinamica attraverso un repertorio ricchissimo capace di passare da riff rock a delicate ballate, per una gamma di emozioni che rappresentano nient’altro che le sfumature della stessa esperienza umana.

La dualità del sound e della produzione degli Oasis è evidente anche nella loro espressione di mascolinità. Quella dei Gallagher è talvolta ruvida e persino tossica, caratterizzata da risse e provocazioni, ma le loro canzoni rivelano una grande vulnerabilità. Basta un rapido ascolto di “Slide Away”, dall’album di debutto della band, Definitely Maybe, o “Live Forever” e “Champagne Supernova”; tutti manifesti del loro repertorio, con immancabili lunghi assoli di chitarra, in una trasformazione da bulli a orsacchiotti semplicemente irresistibile.
Chi non comprende l’ironia, l’atteggiamento da rockstar consapevoli, a tratti da giullari trasandati, forse non ha mai compreso la comunicazione della band. Ne sono testimonianza interviste, premiazioni, piccoli estratti da partecipazioni televisive: gli Oasis sono il loro tempo. Sono quegli artisti “brutti e cattivi” che non devono sentire il peso della responsabilità di una comunità addosso, soprattutto perché non è questo il ruolo imputabile agli artisti. Ce ne dimentichiamo spesso, specie oggi dove la gogna pubblica è quasi sempre rivolta a cantanti, attori, comici, appunto, artisti (e non politici!).

Il ritorno dei fratelli Gallagher porta anche un altro dolce messaggio: il potere del perdono e della riconciliazione. Quello degli Oasis, d’altronde, non è solo un evento musicale, ma un richiamo a una dimensione di comprensione reciproca, dove contraddizioni e paradossi convivono. Finiscono gli insulti e i battibecchi autentici tra i fratelli, tornano loro, le canzoni.
Le speculazioni suggeriscono un giro di affari vicino alle 400 milioni di sterline in gioco, ma al di là dei motivi economici, ciò che conta è che gli Oasis sono pronti a riportare il rock irascibile sul palco. La loro musica, che fondeva le melodie dei Beatles con l’energia dei Rolling Stones, ha lasciato un’impronta indelebile. Proprio per il numero sempre crescente di fan (e di stream), la reunion degli Oasis nel 2025 promette di essere un evento epocale, capace di regalare serate indimenticabili.
In copertina, Knebworth Festival, 1996 – Rex Features


