Elezioni europee, tra democrazia e deficit di rappresentatività
Le imminenti elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo riportano in auge il problema della legittimazione democratica all’interno dell’Unione Europea.
L’8 e il 9 giugno saremo chiamati a eleggere i nostri rappresentanti al Parlamento europeo, istituzione che, insieme alle altre e con peso variamente distribuito, concorre, fra l’altro, alla produzione normativa dell’Unione Europea (UE). La potestà legislativa di quest’ultima, a ben vedere, svolge attualmente un ruolo trainante nel processo di integrazione europea ancor oggi (così pare) in corso di definizione, conducendo all’introduzione di norme che generalmente godono di particolare forza e “primato” nei confronti degli ordinamenti nazionali.
La cogenza del diritto dell’UE, dunque, si riverbera inevitabilmente anche nella sfera giuridica dei suoi cittadini, i quali, in una visione dello Stato di diritto quale derivato puramente democratico, avvertono sempre di più la necessità che le “regole del gioco” siano in qualche modo forgiate e riviste all’interno di aule parlamentari sovrane e composte sulla scorta di elezioni a suffragio universale diretto, giacché solo così può realizzarsi un’autentica rappresentatività.
Negli ultimi anni, non sono infrequenti le voci di chi lamenta un eccessivo scollamento tra il legislatore comunitario e la platea dei destinatari delle sue norme, i quali spesso mal digeriscono precetti “piombanti dell’alto” e non sentiti lato sensu come proprie. Un singulto collettivo, questo, che risponde a dati giuridici, politici e socio-culturali, i quali, combinandosi insieme, disvelano l’annoso problema del cosiddetto deficit democratico a livello delle Istituzioni europee. E tanto – si badi – nonostante l’art. 10(1) TUE preveda che «il funzionamento dell’Unione si fonda sulla democrazia rappresentativa».

Non indugiando oltre, l’espressione “deficit democratico”, sorta negli anni ‘70 del secolo scorso – e, quindi, in un’accezione peculiare specificamente legata al quadro istituzionale dell’epoca – ha progressivamente arricchito il proprio contenuto. Invero, se prima alludeva all’estromissione dei cittadini dai circuiti di policy making e all’assenza di accountability in capo alle Istituzioni comunitarie, oggi essa descrive lo stato di salute del Parlamento europeo in rapporto al ruolo del Consiglio dell’Unione europea nella genesi di atti legislativi, soprattutto dei regolamenti.
Il riferimento principale è a quelle materie che, pur investendo settori particolarmente importanti tanto per la vita nazionale (affari esteri e politica di sicurezza) quanto per il vivere individuale (si pensi, in particolar modo, alle vicende dell’assistenza sociale), sono disciplinate all’esito della procedura di consultazione, lì dove il ruolo del Parlamento europeo è marginale e sprovvisto di vincolatività nei confronti del Consiglio dell’UE, Istituzione comunitaria rappresentativa degli Esecutivi.
A ciò si aggiunga il peculiare regime della procedura legislativa ordinaria, ove il Parlamento è bensì co-decisore, ma non può imprimere una propria singolare direzione all’azione dell’Unione Europea senza il consenso del Consiglio: un circuito, questo, estraneo ai classici meccanismi dei sistemi parlamentari.
Altro punctum dolens è costituito dalla generale scarsa partecipazione, se non degli stessi cittadini (come singoli o in forma organizzata), quantomeno dei Parlamenti nazionali alle procedure decisionali dell’organizzazione. E ciò sebbene il Trattato di Lisbona abbia a essi conferito maggiori poteri nell’ambito della procedura legislativa eurounitaria, abilitandoli, in particolare, a esercitare un controllo sulle proposte normative nella prospettiva del rispetto del principio di sussidiarietà.
Tale fenomeno è considerato da taluni come negazione della stessa integrazione europea, che in tanto potrebbe dirsi compiuta in quanto le regole comuni siano adottate all’esito di un confronto fra le istanze di volta in volta provenienti dai diversi Stati membri e di cui le Assemblee nazionali costituiscono massima espressione.

Tuttavia, la carenza di piena legittimazione democratica in seno alle istituzioni dell’UE non può considerarsi l’unica accezione del problema in esame, il quale, a dire il vero, si connota di più declinazioni. Secondo qualcuno, infatti, se il deficit di democraticità ne rappresenta il volto – per così dire – “oggettivo”, risultante dalle norme sul funzionamento delle Istituzioni dell’Unione, non può, tuttavia, essere trascurato il suo lato “soggettivo”, consistente nella (ancora) radicata tendenza a percepire l’Unione Europea come soggetto beneficiario di progressive cessioni di sovranità da parte dei suoi membri.
In siffatta ottica dualista, questi ultimi rinuncerebbero a fette consistenti di potere legislativo, anche in settori talvolta intimamente legati alle specificità presenti, a più livelli, nelle singole realtà nazionali. Come non ricordare, ad esempio, le recenti proteste degli agricoltori, indirizzate alla politica eco-ambientale, conosciuta come Green Deal, messa in atto allo scopo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2025 tramite misure economicamente onerose per la riconversione aziendale?
Tale iniziativa, in effetti, è sintomatica della diffidenza attualmente coltivata nei riguardi della normazione europea e la dice lunga sul grado di accettazione delle regole prodotte dagli attori dell’UE da parte di chi ne accoglie gli effetti.
Infine, duole prendere atto di una scarsa sensibilità culturale, prima ancora che giuridica, verso la complessiva “struttura Europa”. E infatti, se, per un verso, i consociati del Vecchio Continente percepiscono un alone di estraneità dei Palazzi dell’UE rispetto alle loro concrete esigenze – più di quanto non ne sentano già nei confronti dei propri Governi – per altro verso, è agevole registrare l’antica passione degli Stati membri per gelosie ed epifanie egoistiche. Le soluzioni prospettate in direzione del recupero di democraticità sono eterogenee e spaziano da una revisione integrale del contenuto dei Trattati alla previsione di una partecipazione referendaria alla loro modifica.
A ogni buon conto, nessun rimedio sarà mai veramente appagante senza un primo tentativo di rifondazione delle coscienze, da attuarsi non solo (e non tanto) mediante gli strumenti della politica, ma anche e prima ancora attraverso i canali dell’istruzione. La verità è che le odierne democrazie sono su un banco di prova: quello di reggere ai cambiamenti e di trasformarli in opportunità per un futuro a misura di popolo europeo.
di Giuseppe Chiapparo


