O.J. Simpson, le vicende dietro il caso che ha scosso l’America

O.J. Simpson, le vicende dietro il caso che ha scosso l’America

Morto O.J. Simpson, ex campione di football americano e tristemente noto per la vicenda che lo coinvolse nel processo sull’omicidio della moglie negli anni ’90.


O.J. Simpson, nome completo Orenthal James Simpson, è morto ieri 10 aprile 2024 a Las Vegas, all’età di 76 anni. L’annuncio della famiglia su X, sul profilo ufficiale dell’ex campione di football americano: «Nostro padre, Orenthal James Simpson, ha ceduto alla sua battaglia contro il cancro. Era circondato dai suoi figli e nipoti».

Il suo nome è molto conosciuto sia nel mondo dello sport ma anche per la triste vicenda che lo ha visto protagonista negli anni 90: l’omicidio della moglie e di un cameriere, che provocò il processo col più alto tasso mediatico della storia.

O.J. Simpson, le vicende dietro il caso che ha scosso l’America

Il caso O.J. Simpson

Era il 1994 quando lo stato della California vide O.J. Simpson sul banco degli imputati, accusato di aver ucciso la moglie Nicole Brown Simpson e il cameriere Ronald Lyle Goldman. L’omicidio avvenne il 12 giugno di quell’anno e il processo venne condotto presso la Corte Superiore della Contea di Los Angeles. Il verdetto emesso il 3 ottobre dell’anno dopo scosse enormemente l’opinione pubblica.

Quando avvenne l’omicidio la coppia formata da O.J. Simpson e Nicole era al capolinea della relazione. Forse fu questo il movente sospetto, quando davanti all’875 di South Bundy Drive, venne trovato il corpo esanime della donna con accanto il cameriere 25enne, anche lui senza vita. Il domicilio era la residenza di lei, in un ricco distretto di Brentwood. Causa dei decessi: 32 coltellate, 12 lei, 20 lui.

Una vita apparentemente tranquilla, sposati da sette anni e due figli. Ma a fare leva sulla colpevolezza di Simpson sono state sicuramente le accuse di violenze coniugali.

L’arresto e la fuga

Simpson venne immediatamente contattato dal dipartimento di polizia di Los Angeles che scoprì ben presto la partenza di O.J. verso Chicago alle 23:45. Tornò nel pomeriggio del 13 giugno alla notizia della morte della moglie, finendo così in manette e portato alla centrale per essere interrogato. Fu rilasciato qualche ora dopo. Simpson dunque assunse come avvocato Robert Shapiro: le macchie di sangue ritrovate in giardino compatibili con il suo, fecero balzare alle stelle i sospetti verso di lui. Nella notte tra il 16 e il 17 giugno fu formulata esplicitamente l’accusa di duplice omicidio di primo grado.

La polizia telefonò a Shapiro, informandolo delle accuse a carico di Simpson e chiedendo che l’accusato si consegnasse spontaneamente, ma tra mille sotterfugi portati avanti dallo stesso Shapiro e l’amico di Simpson, Robert Kardashian, la polizia fu sviata nell’attesa. All’ora prestabilita in cui Simpson avrebbe dovuto consegnarsi, la polizia non lo trovò perché nel frattempo Simpson era scappato dalla porta sul retro insieme all’amico ed ex compagno di squadra Al Cowlings.

Venne indetta una conferenza stampa dallo stesso Shapiro in cui annunciava della fuga di Simpson e della sua probabile volontà di tentare il suicidio: Simpson aveva con se una pistola. Da quel momento O.J. Simpson era ricercato per duplice omicidio. La polizia si mise sulle tracce del Ford Bronco bianco dell’amico di Simpson. Era sull’autostrada 405, direzione Contea di Orange. L’inseguimento venne trasmesso in diretta TV ed ebbe circa 75 milioni di telespettatori. Alla fine Simpson non si suicidò e anzi, tornò a casa, dove fu poi arrestato.

Il processo del secolo

Il processo ebbe inizio il 9 novembre del 1994. L’accusa fu portata avanti da Marcia Clark e dal giovane Christopher Darden. Simpson affidò invece la sua difesa a una squadra di legali di altissimo prestigio (per questo ribattezzata dream team), guidata da Johnnie Cochran e che includeva anche Robert Shapiro, F. Lee Bailey, Alan Dershowitz, Robert Kardashian e molti altri tra cui esperti in prova del DNA.

La strategia d’accusa si basava sostanzialmente sul dimostrare il carattere violento di Simpson, mostrandolo come un cattivo padre e marito, cosa che venne agevolata dalle passate denunce di maltrattamento. Non essendosi mai rassegnato alla separazione, il movente secondo l’accusa sarebbe stato dunque la gelosia.

La difesa puntava nell’invalidare le prove portate dall’accusa, ma soprattutto introdusse un elemento chiave per tutto il processo: la discriminazione razziale. Ricco, famoso e soprattutto nero. Dunque i poliziotti coinvolti, prevalentemente bianchi, secondo la difesa, l’avrebbero voluto incastrare, soprattutto l’investigatore che trovò i guanti insanguinati, Mark Fuhrman, il quale in passato si era reso colpevole di insulti e discriminazioni razziali. Così una delle prove cardine dell’accusa, i guanti insanguinati, perse molta credibilità dopo che gli avvocati di Simpson insinuarono il sospetto che Fuhrman li avesse messi deliberatamente sulla scena del crimine.

In ogni caso il finale, incredibile, è noto: Il 3 ottobre 1995, dopo 253 giorni di processo, la giuria emise il verdetto in meno di quattro ore, dichiarando l’innocenza di O.J. Simpson. La difesa era riuscita a offrire alla giuria la possibilità di dichiarare che “tecnicamente” non esistevano elementi per condannare Simpson «oltre ogni ragionevole dubbio».

Il caso in American Crime Story

Nella serie American Crime Story, nata nel 2016 come serie antologica statunitense “sorella” di American Horror Story, di cui condivide il tipo di narrazione, con una storia diversa per ogni stagione, si è parlato di questo omicidio. La prima stagione, infatti, è stata dedicata al Caso O.J. Simpson. Nel cast spiccano Cuba Gooding Jr. (O.J.), Sarah Paulson (Marcia Clark), John Travolta (Robert Shapiro), David Schwimmer (Robert Kardashian). Poteve vedere la serie su Disney+.

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