La guerra in Ucraina non si ferma

Dopo settimane di relativa calma, in Ucraina si continua a combattere. Attacchi russi a Kiev, Kharkiv e Mykolahiv, oltre che al porto di Odessa, poche ore dopo il fragile accordo sul grano.


I recenti attacchi russi in Ucraina hanno preso di mira la zona di Kiev, dopo settimane di relativa calma. I bombardamenti sono iniziati poco prima che, nella capitale ucraina, arrivasse il presidente lituano, Gitanas Nausėda. Di fronte alla nuova offensiva russa, il presidente ucraino Zelensky si è mostrato soddisfatto per la promessa, annunciata dal presidente lituano, di ulteriori aiuti militari all’esercito ucraino. L’artiglieria ucraina, dal canto suo, si è fatta sentire nella zona di Kharkiv; e si riferiscono proprio alla regione di Kharkiv le immagini diffuse dal ministero della difesa russo che ritraggono militari russi intenti a bonificare alcune aree dalle mine. 

La guerra in Ucraina, infatti, va avanti anche tra accuse e smentite. I russi accusano gli ucraini di aver attaccato una prigione nel Donbass, controllata dai separatisti filorussi. Sarebbero decine i morti, almeno 40, e una settantina i feriti. Immediata è stata la smentita di Kiev, che ribadisce di non prendere mai di mira infrastrutture civili.

Scambio di accuse tra Mosca e Kiev c’è stato anche per la distruzione del carcere di Olenivka, nella regione di Donetsk, nel quale erano rinchiusi prigionieri di guerra ucraini. Secondo l’Ucraina, la prigione sarebbe stata attaccata per nascondere le prove di torture e uccisioni, mentre per la Russia sarebbe stata colpita da missili sparati con un lanciarazzi in dotazione all’esercito di Kiev.

Intanto non si fermano i bombardamenti sulla città di Mykolaiv, nel sud del Paese. In un attacco a una fermata dell’autobus, hanno perso la vita cinque persone, mentre altre sette sono rimaste ferite. Colonne di fumo si alzano anche dalla città di Soledar, nei pressi di Donetsk, considerata come il prossimo obiettivo del Cremlino, nella sua offensiva per conquistare l’intera regione del Donbass.

I precedenti recenti

La polizia nazionale ucraina ha pubblicato il video dell’attacco alla scuola della città di Bakhmut di domenica 24 luglio. Pur non avendo fatto vittime, i missili che l’hanno colpita hanno reso l’edificio totalmente inutilizzabile, come molti altri nella regione di Donetsk, che solo in parte è sotto il controllo dell’esercito ucraino. 

Sebbene non sia ancora stata lanciata un’offensiva su larga scala, sono in corso sporadici combattimenti e bombardamenti in varie aree della regione da parte dell’esercito russo, che ora punta alla resa del nemico come è stato per l’altra regione del Donbass, quella di Luhansk.

Nel frattempo, nella regione nord-orientale di Kharkiv, il sindaco di Chuhuiv ha dichiarato che, nel complesso, la città è stata colpita da 12 razzi la scorsa settimana. I soccorritori continuano a rimuovere le macerie per liberare i volontari di un centro culturale presenti sul posto al momento dell’attacco. 

Nella seconda città più grande dell’Ucraina, Kharkiv, non c’è giorno che passi senza gli attacchi dell’artiglieria russa. Alcuni esperti ritengono che sia il prossimo obiettivo del presidente Putin, ma servono più truppe per conquistarla.

La guerra trasforma il mercato energetico dell’UE

La guerra della Russia contro l’Ucraina potrebbe cambiare le carte in tavola per quanto riguarda la mappa energetica dell’Europa. In Francia, il gigante energetico Edf è stato rinazionalizzato. In Germania, il governo ha deciso di salvare Uniper, uno dei maggiori importatori di gas al mondo, che sta subendo la riduzione del flusso di gas naturale russo. Allo stesso tempo, gli Stati europei stanno diventando sempre più interventisti nei mercati energetici.

Dall’ottobre dello scorso anno, quando la Russia ha iniziato a giocare con le forniture di gas, l’intervento governativo nei mercati è aumentato, nel tentativo di controllare i prezzi dell’energia. Ma i risultati sono stati limitati: i prezzi sono chiaramente rimasti alti e i governi continuano a sovvenzionare. Per i governi è una questione importante e ha senso proteggere i cittadini e le aziende dall’aumento dei prezzi. Ma è un’azione complessa nel quadro del mercato liberale che l’Europa ha costruito negli ultimi 20 anni.

Il colosso russo del gas Gazprom ha annunciato un’ulteriore riduzione delle forniture di gas, attraverso il gasdotto Nord Stream, a 33 milioni di metri cubi al giorno, entrato in vigore già dal 27 luglio. La misura si giustifica con la necessità di fermare un’altra turbina. La complessa questione del gas non fa altro che rimarcare le tensioni sulla guerra e aumentare la possibilità che ancor meno gas fluisca attraverso il gasdotto sotto il Mar Baltico verso la Germania. Quest’ultima ha respinto la spiegazione russa, definendola solo un pretesto per la decisione politica del Cremlino di seminare incertezza e aumentare ulteriormente i prezzi.

In Ungheria, invece, la situazione è del tutto differente. Mentre a Bruxelles Ursula Von Der Leyen paventa un imminente blocco del combustibile russo, a Mosca l’Ungheria negozia l’acquisto di centinaia di milioni di metri cubi di gas; trattative definite dal ministero degli esteri ungherese “una questione di sopravvivenza”. Infatti, secondo il Fondo Monetario Internazionale, le economie di Germania e Ungheria sono le più vulnerabili a un eventuale stop delle forniture di gas russo. In Ungheria, in particolare, l’interruzione potrebbe causare un calo del PIL maggiore del 6%.

L’Accordo Russia-Ucraina sul grano 

Dopo settimane di negoziati intensi con la mediazione turca e delle Nazioni Unite, e dopo ripetuti scambi di accuse sulla responsabilità e il controllo delle mine nelle acque del Mar Nero, Russia e Ucraina hanno firmato ad Instanbul l’accordo che sbloccherà 25 milioni di tonnellate di grano e di altri cereali ucraini ma anche le derrate alimentari russe. Un accordo che serve in particolare a sfamare il Medio Oriente e l’Africa o almeno evitare una crisi alimentare senza precedenti. 

«L’obiettivo principale dell’accordo siglato è garantire consegne trasparenti e regolari di cibo e fertilizzanti russi», ha affermato in una nota il ministro degli esteri Lavrov. «In particolare, l’intesa mira ad eliminare gli ostacoli che gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno creato nelle sfere della finanza, delle assicurazioni e della logistica, per garantire che questi prodotti siano specificamente esclusi dalle misure restrittive imposte contro il nostro Paese», ha aggiunto il ministro russo.

Ma a poche ore dalla firma dell’accordo tra Kiev e Mosca per consentire le esportazioni del grano ucraino, i russi hanno bombardato il porto commerciale di Odessa, uno dei tre da cui dovrebbero partire i carichi di cereali. Lo ha denunciato Kiev, e ci sarebbero state anche delle vittime.

Gli analisti reputano debole l’intesa sul grano, per vari motivi, tra cui il fatto che, pur non conoscendo bene i dettagli dell’accordo, la Russia chiedesse la revoca o l’ammorbidimento di alcune sanzioni. In altre parole, se Mosca non dovesse ottenere qualcosa di serio in cambio potrebbe far saltare l’accordo.

L’Ucraina si è presa gran parte del merito dell’accordo, ma non si fida della Russia e ha chiesto all’ONU di garantire su un patto che Mosca ha siglato anche per disinnescare accuse e polemiche. Il ministro degli Esteri russo Lavrov ha infatti prontamente dichiarato che «la firma del memorandum ONU-Russia evidenzia ancora una volta la natura artificiale dei tentativi occidentali di scaricare sulla Russia la responsabilità dei problemi del mercato mondiale del grano». 

I prezzi del grano hanno già iniziato a scendere; gli effetti potrebbero vedersi già tra pochi giorni. L’obiettivo è scongiurare la fame in molti Paesi africani. Dopo l’attacco al porto di Odessa sono arrivate le preoccupazioni da parte di Turchia, Usa, Ucraina e dall’Ue. E mentre il ministro degli esteri russo, giocando sulla fragilità del patto, è volato direttamente in Egitto per rassicurare e ottenere il consenso dei Paesi africani, i combattimenti continuano in tutta l’Ucraina, a Odessa ma anche a Kiev, Kharkiv e Mykolahiv.

Foto di copertina – Associated Press


Antonio Di Dio

Responsabile "Esteri". Laureato in Studi Filosofici e Storici, scrivo di cultura, politica e geopolitica. Amo l’arte, la poesia, la musica e il cinema. Vedo il giornalismo come una forma di attivismo, un servizio per la comunità.