L’impatto della guerra in Ucraina sulla crescita globale

Due fattori stanno fortemente contribuendo a modificare lo scenario della crescita economica post-pandemica: l’inflazione elevata e la guerra in Ucraina.


«La guerra in Ucraina sta conducendo a una crescita dei prezzi delle materie prime, aggiungendo ulteriore distruzione nelle catene di distribuzione, aumentando la povertà e l’insicurezza alimentare, esacerbando l’inflazione, contribuendo a peggiorare le condizioni finanziarie, magnificando la vulnerabilità finanziaria e appesantendo l’incertezza nelle politiche». Questo è quanto è possibile leggere nelle prime righe del “Global Outlook” del “Global Economic Prospects” rilasciato dalla Banca Mondiale lo scorso giugno.

Lo scenario delineato dalla Banca Mondiale sottolinea come gli effetti del conflitto stiano superando quelli dello shock petrolifero degli anni settanta, riguardando una serie di materie prime energetiche molto più ampia di quella coinvolta allora. L’impatto degli aumenti dei prezzi delle materie prime sarà di tipo duale: per i Paesi esportatori comporterà un surplus di risorse e maggiori guadagni; per i Paesi importatori impatterà a tutti i livelli, con fortissime ripercussioni sul livello dei prezzi e sul settore industriale. 

Nel complesso, però, l’impatto sarà negativo: la Banca Mondiale ha previsto, infatti, una contrazione del Pil dello 0,8% per il biennio 2022-23, a causa dell’aumento dei prezzi energetici atteso. Date queste premesse, la Banca Mondiale sottolinea come per l’anno in corso la previsione di crescita si sia ridotta al 2,9%, in calo rispetto al 4,1% previsto a gennaio e ben al di sotto del 5,7% toccato nel 2021.

Uno dei punti sottolineati da parte del report è il rischio che la stretta monetaria, già in corso, possa innescare forti crisi di finanziamento nelle economie povere, che avranno forti difficoltà alimentari nei prossimi mesi a causa del conflitto, e nelle economie dei Paesi in via di sviluppo: la stretta monetaria drenerà risorse per gli investimenti a livello mondiale e, con buona probabilità, l’aumento dei tassi nei Paesi occidentali tenderà ad attirare i capitali grazie alla sicurezza degli investimenti. Il rischio è quello di una forte instabilità finanziaria in queste economie, cui seguirà un incremento dell’indebitamento e una possibile recessione. 

Di segno ancora più cupo è l’“Economic Outlook” rilasciato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), all’inizio del mese di giugno, il cui titolo, “The price of war”, non lascia adito a dubbi.

In esso è possibile leggere chiaramente come il conflitto «è un disastro umanitario, che sta uccidendo migliaia di persone e costringendo milioni di persone a lasciare le proprie abitazioni. La guerra ha inoltre esacerbato la crisi del costo della vita, coinvolgendo la gente di tutto il pianeta. Affiancata alla zero-COVID policy cinese, la guerra ha posto l’economia globale su un percorso di crescita più contenuta e inflazione rampante – una situazione non vista dagli anni settanta. L’aumento dell’inflazione, largamente guidata da marcati aumenti nei prezzi di energia e cibo, sta causando ristrettezze per le persone a basso reddito e aumentando in modo importante i rischi di sicurezza alimentare nelle economie più povere del mondo». 

Osservando nel dettaglio i numeri, è impressionante la discrepanza di previsione fra la pubblicazione precedente, risalente allo scorso dicembre, e quella attuale. La crescita per quest’anno è prevista in contrazione di un terzo rispetto a dicembre, il 3% contro il 4,5% precedente, e, ancor più netta, è la differenza di previsione circa l’inflazione prevista attualmente al 9% per l’anno in corso e circa il doppio della previsione di dicembre. Altri due campanelli d’allarme circa la futura crescita vengono lanciati nel documento: il primo riguarda le misure di contrasto all’inflazione, il secondo quello che può essere definito come transizione energetica. 

In relazione al primo, l’OCSE sottolinea come le politiche monetarie, sebbene necessarie a spegnere l’incendio, possano risultare pericolose in Europa: la fiammata dei prezzi europei è figlia di un’inflazione da “importazione” quasi del tutto imputabile al settore energetico e alimentare e, in misura minore, alle difficoltà di approvvigionamento internazionale. Un rapido incremento dei tassi, in questo scenario, riducendo chiaramente l’offerta di moneta e determinando una riduzione dell’offerta del credito all’economia reale, potrebbe scatenare forti effetti depressivi. 

Per quel che concerne la transizione energetica e, in particolare, l’energia pulita, viene sottolineato come molti dei materiali necessari provengano dai quattro angoli del globo e siano difficilmente ottenibili in uno scenario di difficoltà di approvvigionamenti e di embargo nei confronti di uno dei maggiori produttori.

Lo scenario potrebbe surriscaldarsi ulteriormente: il blocco occidentale necessita di questi materiali per affrancarsi dalla dipendenza russa, ma ha difficoltà a reperirli; la Russia riduce le sue esportazioni per mettere in difficoltà il blocco occidentale; il corto circuito potrebbe avvenire nel breve periodo, con una forte difficoltà di approvvigionamento o produzione interna da risorse rinnovabili della necessaria energia, senza alcuna possibilità di sostituzione. A questo punto sarebbe necessario un razionamento energetico con un forte impatto depressivo verso le economie dell’area europea. 

Proprio la dipendenza europea dai prodotti energetici russi ha modificato alcune delle previsioni di Morgan Stanley circa la crescita europea. Secondo Jens Eisenschmidt, ex capo-economista della divisione sulla strategia e politica monetaria della Banca Centrale Europea (BCE) e, solo a partire da febbraio, spostatosi presso la banca d’affari americana, la riduzione delle forniture russe porterà a una recessione entro la fine dell’anno in corso, con una ripresa solo nei due trimestri finali del prossimo anno. 

Infine, a rimarcare ulteriormente il peggioramento delle condizioni economiche mondiali, è stata l’intervista rilasciata a Reuters, il 29 giugno scorso, da Carmen Reinhart, capo-economista della Banca Mondiale. Secondo le sue previsioni, una recessione è difficilmente evitabile sia a livello americano che globale: tutti i rischi che peggioravano lo scenario previsto nel lavoro pubblicato a inizio giugno dalla Banca Mondiale (qui analizzato all’inizio dell’articolo), si stanno concretizzando, aumentando drasticamente le probabilità di una crisi.

Per gli Stati Uniti, in particolare, l’atterraggio non potrà essere “morbido” a causa del livello troppo elevato dell’inflazione e nonostante fondamentali economici ancora robusti come, ad esempio, il mercato del lavoro. 

L’impatto del conflitto ucraino sulle prospettive di crescita globali e del vecchio continente, in particolare, è incisivo. La ricaduta sul costo della vita dell’aumento del costo dell’energia, già formidabile nei mesi scorsi, non accenna a fermarsi, come mostrano i dati Eurostat di giugno. 

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In un quadro di inflazione galoppante, con il dato italiano all’8% (il più alto dal 1986) e quello europeo all’8,6% (il più alto mai registrato), desta impressione il dato spagnolo di un’inflazione a doppia cifra, 10% (la più alta dal 1986), nella quarta economia europea. Il perdurare del conflitto, da una parte, e il definitivo arrestarsi dell’erogazione del gas russo, dall’altra, potrebbero ulteriormente aggravare la situazione e rappresentare l’inizio della recessione in Europa. 

Le condizioni del resto del pianeta non sono migliori di quelle europee: gli Stati Uniti mostrano una dinamica di surriscaldamento dei prezzi e dei salari sulla quale l’intervento della Federal Reserve dovrà essere incisivo per limitarne l’aumento, peggiorando però le prospettive di crescita; nelle economie in via di sviluppo e in quelle povere, il fabbisogno alimentare e la sua assenza potrebbe creare grosse difficoltà, aggravate da una possibile fuoriuscita di capitali verso Paesi occidentali, considerati “sicuri” dagli investitori. 

In questo quadro non idilliaco, è necessario verificare l’andamento di altre due variabili: le difficoltà di approvvigionamento delle merci a livello globale e l’impatto che la variante omicron potrà avere adesso e nel prossimo autunno. La reazione della Cina e delle sue autorità, in condizioni economiche precarie già adesso, a una forte diffusione della variante omicron potrebbe essere decisiva: una ripresa dei lockdown determinati dalle politiche di COVID-zero potrebbe rappresentare la pietra tombale sulla catena distributiva delle merci e quindi sul PIL globale.


Francesco Paolo Marco Leti

Tesoriere di Eco Internazionale. Classe 1984, manager culturale, esperto in economia internazionale, storia dell’economia e storia del pensiero economico.