Afghanistan, la cancellazione della donna nel regime talebano

Il ritiro degli Usa dall’Afghanistan e la presa del potere dei talebani più di un anno fa ha significato per le donne afghane un terribile ritorno al passato.


L’Afghanistan è oggi uno dei Paesi al mondo in cui è più difficile essere donna. I diritti delle donne, infatti, sono sempre stati limitati e ostacolati dal regime talebano; la situazione, che era in parte migliorata durante l’occupazione statunitense dal 2001, è peggiorata dopo il ritiro delle truppe occidentali e la nuova presa al potere del regime da parte dei talebani a partire dall’estate del 2021.

Risale a qualche mese fa la notizia di un attentato a una scuola di Kabul, che ha causato più di 50 vittime e che è emblema di un’inaudita violenza volta a colpire i diritti delle donne afghane.

I talebani avevano promesso maggiore flessibilità e di lasciare spazio alle libertà personali. Tuttavia, nel giro di pochi mesi, si sono smentiti e da allora stiamo assistendo a una vera e propria “cancellazione” delle donne, costrette a una dura e inaccettabile retrocessione nel buio passato a cui erano costrette, con una lunga e disarmante lista di proibizioni.

La “cancellazione” dei volti delle donne

Una donna afgana non può lavorare fuori casa o fare altre attività se non accompagnata da un parente maschio: non può trattare con negozianti uomini o essere visitata da dottori maschi; non può presenziare a trasmissioni radio o tv; non può praticare sport (come andare in bicicletta) o usare prodotti cosmetici.

Significative, poi, le imposizioni di codici di abbigliamento ripristinate dopo 20 anni che vedono le donne costrette a nascondere i loro volti dietro al niqab o al burqa, considerato il più tradizionale e rispettoso. La sola vista di una donna è considerata un insulto e qualsiasi ragazza che non sia troppo giovane o troppo anziana deve coprirsi per evitare provocazioni.

Una delle prime misure prese è stata proprio la cancellazione dei volti delle donne da cartelloni pubblicitari e dalle vetrine. I talebani hanno anche proibito loro di apparire in tv ordinando alle presentatrici e alle giornaliste di coprire il volto.

Limiti all’accesso all’istruzione 

Le limitazioni riguardano, inoltre, l’accesso all’istruzione. Dal 2021, le rigide restrizioni nelle università hanno gravemente ridotto le possibilità per molte giovani donne di perseguire un’istruzione universitaria. Le ragazze afghane al di sopra dei 12 anni non possono andare a scuola fino a nuovo ordine, ovvero fino a quando non sia pronto un piano conforme alla sharia e alla cultura afghana.

Nel Paese oltre il 60 per cento dei minori esclusi dal sistema scolastico sono bambine e in alcune province questo tasso è sostanzialmente più alto. Inoltre, ci si continua a sposare in giovane età: il 17 per cento contrae il matrimonio prima dei 15 anni, il 46 per cento prima dei 18 anni. 

Le giovani donne sposate hanno maggiori difficoltà a frequentare la scuola e spesso sono vittime di violenze e abusi. Inoltre, le ragazze non hanno accesso alle informazioni relative alla salute sessuale e riproduttiva, cosa che mina il loro benessere psicofisico.

Costrette a rinunciare al proprio lavoro

Molte donne dal 2021 si sono viste licenziate o costrette a rinunciare al proprio lavoro; prima di allora le donne rappresentavano il 22 per cento della forza lavoro afghana, cifra che seppur minima rifletteva anni di progressi e di conquiste.

«Ero una giudice e seguivo diversi casi al giorno. Le donne venivano da me e io indagavo e cercavo di risolvere i loro problemi», dice una donna col volto coperto, una delle centinaia di donne magistrato afghane ora diventate bersaglio del regime.

Il nuovo regime non ha direttamente licenziato le impiegate statali, ma ne ha limitato l’accesso ai luoghi di lavoro; loro stipendi notevolmente ridotti per indurle a lasciare il posto, come nel caso di Samar, funzionaria di un ministero afgano, che dopo anni di duro lavoro sfoga la sua umiliazione: «Ogni volta che vado in banca mi asciugo le lacrime. Mi sento profondamente insultata nel prendere quella somma. Non ho neanche più il diritto di lavorare e guadagnare, mi sento come una mendicante. Poi, il mese scorso, ho ricevuto una telefonata dall’ufficio risorse umane che mi ha chiesto di presentargli un mio familiare maschio che prenderà il mio posto».

Tra paura e speranza

Nonostante il clima fortemente patriarcale e repressivo in cui vivono, vediamo come le donne afghane non si arrendono e continuano a lottare per i loro diritti e le loro libertà. In quest’ultimo anno diverse sono state le manifestazioni di protesta e di negoziazione con i talebani che dal canto loro hanno reagito interrompendo le proteste e picchiando manifestanti e giornalisti, a volte anche uccidendo, come nel caso dell’attivista Frozan Fazi.

Spinte all’invisibilità, indotte a nascondersi dietro ad abiti che lasciano trapelare soltanto gli occhi, costrette ad abbandonare lavori che hanno conquistato a fatica: le donne afgane vivono una realtà sempre più dura, che solleva non poche preoccupazione rispetto al loro futuro. 

Gli sforzi, e dunque le speranze delle donne afgane – che nonostante paura e dolore lottano per i propri diritti –  si perdono nell’assordante silenzio del mondo intero che accende i riflettori, per poi spegnerli nuovamente.

Saida Massoussi


Immagine in copertina di United Nations Photo

Redazione

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