Darfur, tra speranze di giustizia e violenze continue

Continuano le violenze in Darfur, in un Sudan che vive momenti di estrema fragilità e a poche settimane dal processo contro i crimini commessi dal 2002. 


Durante i primi quattro mesi del 2022, la situazione umanitaria in Sudan e in Darfur ha continuato a deteriorarsi, spinta da crisi economica, sfollamenti, aumento dei conflitti intracomunitari, periodi di siccità e insicurezza alimentare. Violenze, instabilità e una transizione democratica che rimane fragile, con progressi ancora ad oggi molto limitati su riforme chiave in materia di diritti umani e sull’impunità di chi ha commesso crimini atroci negli ultimi decenni in regioni come quella del Darfur.

L’incertezza politica ed economica, così come l’opposizione al colpo di Stato dello scorso 25 ottobre, continuano ad alimentare numerose proteste nel Paese, represse con la forza e accompagnate da sparizioni forzate, imprigionamenti e violenze perpetrate contro i protestanti. Secondo il World Food Programme (WFP) e la Food and Agriculture Organization (FAO), circa 18 milioni di persone rischiano di trovarsi di fronte all’insicurezza alimentare acuta entro settembre 2022 a causa degli effetti combinati del conflitto, della crisi economica e dei cattivi raccolti. 

Il numero rappresenta il doppio rispetto al 2021. Donne e bambini costituiscono tre quarti delle persone colpite e sono sempre più esposti a crescenti vulnerabilità, compreso l’aumento dei rischi di violenza, abuso, abbandono e sfruttamento.

I processi della Corte Penale Internazionale sui crimini in Darfur

La Corte Penale Internazionale sta attualmente indagando sui crimini commessi in Darfur a partire dal 1° luglio 2002. Aperte a giugno del 2005, le indagini hanno prodotto diversi casi che coinvolgono ufficiali del governo sudanese e leader delle milizie/Janjaweed, riguardanti i seguenti crimini:

genocidio: genocidio per uccisione; genocidio per aver causato gravi danni fisici o mentali; genocidio per aver deliberatamente inflitto a ciascun gruppo bersaglio condizioni di vita calcolate per portare alla distruzione fisica;

crimini di guerra: omicidio; attacchi contro la popolazione civile; distruzione di proprietà; stupro; saccheggio; oltraggio alla dignità personale; violenza alla vita e alla persona; dirigere intenzione di attacchi contro personale, installazioni, materiale, unità o veicoli coinvolti in una missione di pace; 

crimini contro l’umanità: omicidio; persecuzione; trasferimento forzato di popolazione; stupro; atti inumani; imprigionamento o grave privazione della libertà; tortura; e sterminio. 

Il processo in corso su Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman

Lo scorso 5 aprile 2022 ha avuto inizio il primo processo della Corte Penale Internazionale contro Ali Muhammad Ali Abd-Al Rahman, conosciuto anche come “Ali Kushayb”, accusato di crimini di guerra e contro l’umanità in Darfur.

La crisi del Darfur è iniziata nel 2003, tra le forze governative sudanesi sostenute da organizzazioni paramilitari note come Janjaweed, e le formazioni ribelli del Darfur. Il conflitto è scoppiato quando i ribelli della comunità etnica dell’Africa centrale e sub sahariana hanno lanciato un’insurrezione nel 2003, lamentando l’oppressione del governo dominato dagli arabi nella capitale, Khartoum.

Il governo del presidente Omar al-Bashir ha risposto con bombardamenti aerei e incursioni dei Janjaweed, che spesso attaccavano all’alba, entrando nei villaggi a cavallo o a dorso di cammello. Sull’ex leader della milizia filo-governativa e paramilitare Janjaweed, Abd-Al-Rahman, pendono 31 capi d’accusa per crimini commessi in Darfur tra agosto 2003 e aprile 2004. I Janjaweed sono stati accusati di pulizia etnica contro i civili, compreso l’incendio e il saccheggio di centinaia di villaggi, stupri e tortura.

Anche l’ex presidente sudanese Omar al-Bashir è accusato dinnanzi alla corte penale internazionale di genocidio e crimini di guerra in Darfur, ma finora è sfuggito alla cattura. Dopo la sua caduta dal potere nel 2019, è detenuto in Sudan. Abd-Al-Rahman era già stato consegnato alla Corte il 9 giugno 2020, dopo essersi consegnato volontariamente nella Repubblica Centrafricana. 

Giustizia sarà fatta?

Il pubblico ministero del processo su Abd-Al-Rahman alla Corte Penale Internazionale, Karim Khan, ha definito il processo «un momento importante per cercare di svegliare la pace dal suo sonno e cercare di muoverla, mobilitarla, in azione», come riportato da Associated Press. Khan ha detto che Abd-Al-Rahman era «un partecipante volenteroso e consapevole dei crimini» e «uno dei principali leader delle milizie janjaweed» che lavoravano «mano nella mano» con il governo sudanese.

«Sono innocente di tutte queste accuse», ha detto Abd-al-Rahman – che rischia l’ergastolo – ai giudici dell’Aia dopo la lettura dei capi di imputazione. I membri del comitato di resistenza e gli attivisti pro-democrazia in Sudan hanno detto a Middle East Eye che la giustizia non può essere raggiunta senza un’inversione del colpo di stato militare avvenuto lo scorso ottobre e una corretta transizione verso un governo a guida civile.

I recenti scontri nel Darfur Occidentale

Tensioni, violenze e crimini caratterizzano tutt’oggi i territori del Darfur. A partire dallo scorso 22 aprile, vicino alla capitale del Darfur occidentale, El Geneina, sono scoppiati scontri tra membri della comunità non araba Masalit e combattenti arabi. È stato il più recente episodio di conflitto etnico nella grande, arida e misera regione al confine con il Chad. Le autorità locali hanno affermato che durante gli scontri sono state uccise almeno 200 persone e ne sono rimaste ferite più di cento.

Le violenze sono iniziate quando uomini armati hanno fatto irruzione nei villaggi Masalit come rappresaglia per l’uccisione di due uomini delle tribù arabe. Come rappresaglia per l’uccisione dei beduini, nelle prime ore di venerdì mattina, i combattenti arabi hanno fatto irruzione a Kreinik, uccidendo nove persone e ferendone altre 16. 

Domenica 1 maggio, è stato lanciato un attacco più coordinato, questa volta sostenuto dalla Forza di supporto rapido del Sudan (RSF). I combattenti sono arrivati in veicoli con mitragliatrici, motociclette, cammelli e cavalli. La città è stata data alle fiamme e fonti locali hanno detto che scuole e cliniche non sono state risparmiate; sei insegnanti sono stati uccisi nell’attacco. Un ospedale supportato da Medici Senza Frontiere (MSF) è stato preso di mira. Tre persone, tra cui due operatori medici, sono morte, e anche la farmacia dell’ospedale è stata saccheggiata.

«Questo crimine massiccio ha lasciato circa 201 uccisi e 103 feriti» solo domenica 24 aprile, ha detto il governatore del Darfur occidentale, Khamees Abkar. 


Immagine in copertina di UNAMID

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Davide Renda

Caporedattore, responsabile "Orizzonti". Appassionato di storia, studi post-coloniali e del socialismo umanista.