Afghanistan, dalle promesse di inclusività al divieto di praticare sport per le donne

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Il futuro dello sport femminile in Afghanistan è minacciato dal governo talebano, che lo ritiene inopportuno e non necessario.


Quando, all’indomani della presa di Kabul, il governo talebano appena insediatosi comunicò l’intenzione di perseguire una svolta moderata, all’insegna dell’inclusività e della tolleranza, gli afghani riuscirono immediatamente a immaginare con quanta velocità tali promesse si sarebbero infrante. A dimostrarlo il disperato e imponente esodo di migliaia di afghani che affollavano l’aeroporto, imploravano le forze internazionali di dar loro rifugio e tentavano l’impossibile, anche a costo della loro stessa vita, pur di raggiungere la tanto agognata libertà. 

Giorno dopo giorno, il governo talebano ha reso sempre più esplicite le proprie intenzioni, rivelando l’assoluta contraddizione e incompatibilità tra le promesse, effimere e apparenti, di tolleranza e la sua vera natura dispotica. A pagarne il prezzo più alto sono state, ancora una volta, le donne che, nel giro di pochissimi giorni, hanno visto crollare ogni piccola e timida conquista ottenuta in questi 20 anni. Non è difficile immaginare il loro futuro relegato a una vita di sottomissione, priva di lavoro, musica, istruzione e sport.

L’intervento di rieducazione forzata delle donne, finalizzato a negare le loro identità, è iniziato pressoché immediatamente. Dapprima, infatti, è stato il turno della reimposizione del burqa, poi l’abolizione delle classi scolastiche miste e il divieto di musica nei luoghi pubblici per arrivare all’ultimo, ma non definitivo, bersaglio, ovvero, lo sport. 

Arte, lavoro, istruzione e sport non sono altro che declinazioni della medesima libertà, quella di espressione. Proibirla è un chiaro segnale dell’intenzione del governo talebano di ridimensionare il ruolo delle donne all’interno della società afghana, indicando qual è il loro posto e quale atteggiamento ci si aspetta dalle stesse.

L’attacco allo sport porta con sé notevoli ripercussioni sulla salute fisica e mentale delle donne, nonché sulla loro socialità. Lo sport, infatti, è sinonimo di benessere, condivisione ma anche desiderio di perseguire e raggiungere un obiettivo.  Appare inoltre evidente come questo divieto, riservato esclusivamente alle donne, tenda a perpetuare quella condizione di soggezione, sottomissione e inferiorità che i talebani ambiscono a ricostituire e rappresenta il modo per comunicare alle donne che tutto ciò che è connesso con il vigore, la forza e la robustezza compete esclusivamente agli uomini e che il loro corpo, in quanto inesistente, non va curato. 

Dopo la presa del potere da parte dei talebani, la negazione dei più elementari diritti civili delle donne era solo una questione di tempo. Lo sapevano bene le ragazze afghane che sognavano di brillare nello sport e che, a dispetto della resistenza culturale e religiosa dilagante anche dopo il 2001, ci stavano anche riuscendo. Molte di loro, consapevoli che i talebani non avrebbero mai permesso alle donne di praticare sport, sono fuggite all’estero pur di non rinunciare ai loro sogni e per fuggire dalle pesanti punizioni cui avrebbero potuto essere sottoposte per il solo fatto di aver praticato sport.

La soglia del pericolo avvertito è stata talmente alta che Kalida Popal, ex capitano della nazionale di calcio femminile, rifugiata in Danimarca, ha lanciato un appello alle sue compagne a Kabul affinché cancellassero ogni traccia che potesse in qualche modo ricondurle al calcio. Da qui la corsa contro il tempo per eliminare i loro profili social, le fotografie e perfino le divise.

Tra le atlete che sono riuscite a mettersi in salvo c’è Zakia Khudadadi, una giovanissima atleta paraolimpica di taekwondo, che, grazie alla sua tenacia e al suo coraggio, è riuscita a raggiungere le Olimpiadi di Tokyo. Infatti, nonostante i talebani ne avessero impedito il viaggio, Zakia, lanciando un accorato appello sui social, è riuscita con l’aiuto dei militari australiani a raggiungere Tokyo e gareggiare. 

È riuscita a mettersi in salvo anche Nilofar Bayat, avvocatessa, capitano della nazionale femminile afgana di basket in carrozzina nonché promotrice dei diritti delle donne afghane; in poche parole, il ritratto del perfetto bersaglio per i talebani. Nilofar ha già avuto modo di toccare con mano la spietatezza dei talebani, responsabili della sua condizione di permanente disabilità. Infatti, quando aveva soli due anni, lei e la sua famiglia furono vittime di un razzo lanciato dalle milizie talebane a causa del quale suo fratello perse la vita e lei rimase su una sedia a rotelle.

Eppure, il pericolo e la violenza dei talebani sembra essere ormai un lontano ricordo per Nilofar che, insieme al marito, non solo è riuscita a trovare rifugio in Spagna ma ha avuto la possibilità di giocare in una squadra locale di basket in carrozzina.

Tuttavia, i timori delle atlete fuggite all’estero hanno trovato fondamento quando, pochi giorni fa, è arrivato il divieto ufficiale per le donne di praticare ogni tipo di sport. Il vicedirettore della commissione cultura del nuovo governo talebano ad interim, durante un’intervista con un’emittente australiana, ha espressamente comunicato che alle donne afghane, comprese le giocatrici della nazionale femminile di cricket, non sarà consentito praticare alcun tipo di sport, considerando quest’ultimo non necessario e non appropriato per loro, poiché potrebbero trovarsi in situazioni in cui il volto e corpo sarebbero scoperti e, dunque, visibili.

Il vicedirettore ha spiegato le ragioni di un simile divieto, argomentando che nell’era dei media, ci saranno foto e video che le persone inevitabilmente guarderanno e che l’Islam e l’Emirato islamico non consentono alle donne di essere viste in questo modo. Dunque, alle donne afghane sarà consentito svolgere esclusivamente attività volte al soddisfacimento di esigenze necessarie quali la cura delle faccende domestiche o dei figli.

Tale dichiarazione avrà certamente delle ripercussioni anche sulla squadra nazionale di cricket maschile, poiché metterà a rischio il match di cricket maschile che si terrà il prossimo novembre tra Afghanistan e Australia. La Federazione Internazionale di Cricket, infatti, prevede che ciascuna delle 12 squadre nazionali di cricket affiliate disponga di una squadra femminile.

Il ministro dello sport australiano è intervenuto considerando preoccupante la situazione ed esortando la Federazione internazionale ad intervenire. Nel suo intervento, il ministro ha ritenuto inaccettabile escludere le donne dallo sport, chiedendo alla comunità sportiva internazionale una salda presa di posizione di fronte alle violazioni e limitazioni dei diritti delle donne da parte del governo talebano.

Tuttavia, di recente, si è accesa una speranza, almeno per le giocatrici afghane di cricket, poiché, di fronte alla minaccia intimata dalla Federazione Internazionale di escludere dal match anche la squadra nazionale maschile, la Federazione afghana di cricket ha annunciato che le stesse potrebbero continuare a giocare, sfidando apertamente la decisione del governo. 

In risposta all’annuncio del divieto di praticare sport, Khalida Popal dal suo profilo social fa sentire alle sue sorelle afghane di non essere sole e lancia, ancora una volta, un messaggio di speranza e di coraggio: «La sensazione di libertà è la cosa più incredibile che provi quando partecipi a qualsiasi attività sportiva, ma questa sensazione è stata portata via a donne e ragazze che non hanno alcuna voce e alcun ruolo nelle decisioni. Non importa per quanto tempo loro costringano loro al silenzio e le abbandonino. Noi non smetteremo di lottare, non ci arrenderemo».

Foto di Copertina Sport247


Mimma Randazzo

Appassionata del diritto in tutte le sue forme. Strenua sostenitrice dei diritti umani, trascorro il mio tempo libero studiando e scrivendo di diritti delle donne e di parità di genere.

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